il paese dei griot, della musica, della vita e del valore della libertà (1/5)

Diario-appunti di  un viaggio in Senegal

27 dicembre 2008/11 gennaio 2009

prima parte

È passato un anno dal bellissimo viaggio in Senegal e ho finalmente rimesso a posto gli appunti. È stata una bella esperienza soprattutto per la occasione di incontrare i “griot” saggi che hanno sempre affiancato re e signori del momento e che trasmettevano oralmente, attraverso il canto e la musica, la storia e gli accadimenti. Poi la sorpresa dei posti e  del grande spirito pacifico delle persone, la loro infinita ospitalità ed attenzione a farci sentire ben voluti. I senegalesi sono un bellissimo popolo, fiero e pieno di tradizione e storia e mi viene subito da pensare a come li trattiamo noi, qui in Italia, dove purtroppo per loro  alcuni arrivano in cerca di lavoro e, nel tentativo il più delle volte  di vendere cd masterizzati o altro di simile e che per questo trattiamo con disprezzo.
Bisogna andare in Senegal per sentire il calore delle persone e dei posti e la grande musicalità della vita quotidiana


27 DICEMBRE 2008

Tutto inizia, come spesso in questi casi, con l’arrivo nella notte del 27 dicembre all’aeroporto di Dakar.
È stato un viaggio relativamente lungo con scalo a Tripoli, ma il secondo aereo, a differenza del primo che non si capiva come facesse a volare, era confortevole, buon cibo, si soffriva solo molto caldo ed io ero molto stanca per la levataccia mattutina da Bologna: insomma un viaggio all’insegna dell’arsura, stante la parsimonia nella distribuzione dei liquidi. La notte del 27 quindi, arrivo nel letto intorno alle 2: qualche piccolo problema di adattamento nel sonno, ma complessivamente si dorme.
Il programma prevede alcuni giorni a Dakar per lo svolgimento di un convegno di incontro scambio tra Africa ed Europa.
Mi limito quindi al racconto dei momenti “residui” che passiamo al di fuori del convegno, prima di
partire per visitare il resto del Senegal

28 DICEMBRE 2008

La mattina del 28/12, sveglia e colazione poi partenza per il quartiere di Pikine – in Dakar – quartiere periferico collocato sulla penisola della città denominata “Capo Verde”. Si inizia col raggiungere quindi la sede del convegno che si svolge nell’ambito di  una struttura ove normalmente è ospitata una scuola: è una struttura quadrata con all’interno un bel cortile ampio ed esattamente lì è stato allestito un  tendone con alcuni tavoli e sedie, per stare piacevolmente all’aperto ma riparati dal sole che quando esce, sì indubbiamente, si fa sentire.
Alex, la nostra guida più che “abbronzata” come si usa dire in Italia (sic!) mentre arrivavamo con il nostro bus personale, ci ha spiegato che Pikine nasceva negli anni ‘50  come quartiere dormitorio per chi lavorava a Dakar, poi nel tempo si è esteso ed ora contiene la gran parte della popolazione di Dakar. Ora non è più un quartiere dormitorio e vi sono rappresentate praticamente  tutte le etnie che vivono in città. È assolutamente quindi il contenitore rappresentativo della realtà sociale ed etnica di Dakar.
Arriviamo quindi nel punto dove si svolge il convegno: tanta bella accoglienza, tanti bambini (siamo infatti nel cortile di una scuola) – un gruppo di percussionisti, più il cantante, il “prestigiatore” (come suona male qui questa parola, in realtà è semplicemente un “mago vero”), tanti  danzatori. Si respira una bellissima aria, il clima è caldo, poco umido, si sente un leggero Harmattan, assolutamente non fastidioso. L’aria però indubbiamente contiene sabbia.
Sto bene, mi sento a casa, la gente è affettuosa ed ospitale, i bambini sono curiosi e tendenzialmente timidi.
La prima giornata del convegno si è conclusa con un poco di musica, poi siamo partiti per incontrare un vecchio griot, l’ultimo rimasto a Dakar, è un  over 80.
Siamo arrivati nella sua casa e lui, il griot, chiaramente emozionato, ha suonato la cora, cantato e spiegato a noi che lo ascoltavamo, chi sono i “griot”: questi hanno sempre avuto la funzione di portare avanti la memoria storica orale, fedeli riferimenti dei re, persone sagge e coraggiose con quindi una posizione privilegiata e di potere. Suonano, cantano, parlano – i griot sono una vera e propria casta, nascono così e si sposano tra di loro.
Questo primo incontro con la saggezza del griot mi regala i primi attimi di una esperienza molto affascinante, che mi accompagnerà per tutto il percorso:  come mi succederà poi durante tutti gli incontri, sento che sarebbe stata una buona cosa passare  più tempo con lui, nel rispetto dei suoi ritmi e senza troppa gente intorno.
Ma il ritmo imposto dal viaggio non è discutibile ed è uno di quegli elementi che stride fortemente con il posto, con le persone e gli incontri: è qualcosa che ci portiamo dietro dalla nostra vita, dalle nostre abitudini  e che pare che  non siamo disposti a lasciare andare, ahimè, nemmeno qui!
E poi che dire, c’è la cena: quando mai uno di noi potrebbe essere disposto a rinunciare o a ritardare il rito nutritivo per  “cibarsi” diversamente con l’incontro dell’uomo saggio e antico?

29 DICEMBRE 2008-30 DICEMBRE 2008
Finisce il convegno.
Verso il tramonto si va da un maestro liutaio, nella zona centrale di Dakar, quartiere Medina.
Il maestro liutaio è accompagnato da un griot, fratello del musicista di percussioni che suona con Paolo Fresu. Ci ha spiegato come si costruisce la cora, ci ha anche fatto vedere  anche una cora moderna in tal modo evidenziando la differenza tra i due strumenti.

31 DICEMBRE 2008-1 GENNAIO 2009
Ci siamo alzati molto presto per partire con il bus verso Ziguinchor. Ci fermiamo a fare  colazione a MBOUR in un posto meraviglioso, dove veniamo accolti da un gruppo folto di musicisti e danzatori, in particolare ci sono musicisti di  SEURUBA’ (una percussione).
Anzi c’è una vera  e propria batteria di Seurubà, oltre ad altri strumenti ed a belle e giovani danzatrici. Normalmente il Seurubà è una batteria composta da tre tamburi che suonano insieme. Ascoltiamo un concerto solo della batteria formata dalle tre percussioni che producono suoni diversi: uno basso, uno sordo, uno che viene suonato con un piccolo  bastone e che produce  il tono più alto.
Poi compare l’immancabile  cora ed il Balafon. Il tutto accompagnato da canti e danze sfrenate.  Questa sosta è la cosa più bella della giornata: poi il  difficile distacco imposto da un programma intenso, abbiamo tanta strada da fare.
Pranzo a KAOLAC poi proseguiamo il viaggio e raggiungiamo il confine con il Gambia. Ci tocca un’attesa interminabile poi si passa il confine. Il Gambia ha un paesaggio che preannuncia quello che poi  troveremo in Casamance: una terra verde, alberi di baobab, eucalipti ed altre piante imponenti, tutti appoggiati sulla terra rossa.
La condizioni di vita che si percepisce è effettivamente di povertà ma non ho ancora incontrato situazione di vere e proprie case di fango. Le case o meglio le capanne avendo il tetto di paglia, hanno quasi tutte la muratura intorno, solo  il tetto è appunto  di paglia o di lamiera. Poi siamo arrivati al fiume per prendere il traghetto e ripassare nuovamente il confine che ci riporta in Senegal. Abbiamo aspettato tanto e con qualche “dono” siamo riusciti a prendere il 2° traghetto che ci ha portato dall’altra parte (durata circa 30/45 minuti). Il fiume Gambia in quel punto ha la sua foce nell’Oceano, quindi è largo e ricco di acqua.
Passati di là, ci abbiamo messo ancora tanto, insomma siamo arrivati all’albergo verso le 1,30; così abbiamo passato l’anno in bus più addormentati che altro.
Alla fine quindi si arriva e si dorme nell’albergo di Ziguinchor.
Beh, qui si cominciano ad evidenziare le forti lacune organizzative del viaggio: giungiamo all’albergo e scopriamo che una parte delle camere è mancante.  Dopo una sfinente trattativa, vengono letteralmente cacciati alcuni ospiti e date le stanza a noi, uomini (o donne) bianche, beh,  evito commenti.
Andiamo quindi a dormire molto tardi, dopo le 3 e quindi il giorno successivo lo si passa a riposarsi. Solo nel tardo pomeriggio alcuni di noi vanno a fare un giro al mercato artigianale di Ziguinchor, carino, ed ecco i primi acquisti tra i quali un bel paio di ciabattine che poi ho usato durante il viaggio.
La serata, con cena, termina con la visione di un bellissimo spettacolo di danza rituale di  R.F.I. (ritmo folcloristico integrato) CALLAMOUTA. Più precisamente: le danze riportavano i principali rituali di vita. Si parte dalla iniziazione nel bosco sacro, poi uomini che per amore delle  loro donne e delle loro famiglie,  attraverso l’impegno forte nel lavoro, conseguono i mezzi di sussistenza per la famiglia, e così dimostrano il loro senso di attaccamento e responsabilità. È uno spettacolo molto coinvolgente, che narra storie semplici di vita quotidiana. Bravissimi, pieni di forza, energia spirituale e rito quotidiano. La cosa che più mi colpisce è come rappresentano la durezza del lavoro e della vita quotidiana, tutto svolto con dedizione come simbolo dell’amore per la propria famiglia.

parte: 1 2 3 4 5