il paese dei griot, della musica, della vita e del valore della libertà (2/5)

Diario-appunti di  un viaggio in Senegal

27 dicembre 2008/11 gennaio 2009

seconda parte


2 GENNAIO 2009

Siamo partiti con calma per il Sud, precisamente verso la provincia di OSSOUYE, il posto più piovoso del  Paese il che semplicemente significa che vedremo ancora più “verde”. Ed effettivamente colpisce la ricchezza della vegetazione, una immagine quasi inaspettata. Durante il percorso ci siamo fermati  a visitare  una zona umida salata. Ci viene quindi spiegato che negli anni ’70 durante la grande siccità, sono avanzate le acque salate le quali  hanno poi contaminato una gran parte delle falde acquifere. Le terre coltivate si sono quindi ridotte. Sono rimaste solo alcune sacche coltivabili (si vedono infatti campi verdi collocati a mo’ di chiazze in una zona di fatto desertica): qui si coltiva il riso. Abbiamo quindi l’occasione di  incontrare le donne che si dedicano appunto alla produzione del riso, riuscendo ad arrivare proprio durante il periodo dedicato alla raccolta del riso rosa: però ci dicono che per la siccità ci può solo essere un raccolto all’anno. Gli uomini coltivano e le donne fanno la semina e la raccolta. In questi anni si stanno impegnando in particolare per  trovare una cultura  cosiddetta di contro stagione. I desalinizzatori sono troppo costosi ma sarebbero ottimi invece per convertire l’acqua salata in dolce – ciò permetterebbe anche un commercio di scambio con l’Europa dove potrebbe essere commercializzato anche il sale grezzo che ne verrebbe estratto. Solo le donne sposate possono partecipare alla raccolta del riso, perché è sacro. Questo riso è particolarmente ricco perché contiene tante proteine.
Poi si riparte. Al termine del viaggio, nel pomeriggio, arriviamo a BOLONGS, un villaggio tra risaie, laghi e mangrovie. Veramente un gran bel posto, dolce, ma nello stesso tempo con una certa forza ed imponenza dell’ambiente naturale che si fa percepire immediatamente. Dormiremo qui, ci sono anche le amache ed il ritmo è molto rilassato. Ora quindi ci troviamo nella cosiddetta  bassa Casamance, conosciuta anche per essere la zona della regina Aline che ha combattuto, culturalmente,  ideologicamente e con tutte le sue forze, il colonialismo.
Ci viene raccontata la storia di questa regina-mito: i colonizzatori volevano coltivare l’arachide per  portarlo in Europa. Lei si è rifiutata di coltivarla come nuova coltura perché non rendeva il Paese autosufficiente e ha continuato a coltivare riso.
Poi nel 1943 i francesi hanno imprigionato Aline e l’hanno portata in Mali. È morta a Timbuctu.
Ci viene anche spiegato che questa parte della Casamance ha la cosiddetta “cucina di montagna” chiamata così, anche se qui  non c’ è la montagna,  perché è una zona particolarmente verde e ricca di acqua, e quindi i  prodotti sono migliori.
La Casamance è stata discriminata anche nel preservare le risorse e nella possibilità di mantenere la cultura originaria perché è stata colonizzata dal Portogallo. Poi quando il Portogallo ha perso le risorse per colonizzare è stato costretto a rivendere la zona ai francesi e agli inglesi.
In questa zona vi sono i TIOLÀ, l’etnia più numerosa, ma quella più antica è quella de i LEBALANT.
Poi abbiamo visitato anche altri villaggi a cosiddetto  “basso impatto ambientale”, quali ASSAB: anche qui come a BOLONGS vediamo un villaggio eco-compatibile, gestito in cooperativa da senegalesi, che inseriscono le strutture di ospitalità con una forma veramente rispettosa dell’ambiente, della vita delle persone e della storia che è rappresentata in quella parte di terra. Infatti qui, dopo avere pranzato, andiamo a visitare il museo alla aria aperta di SANGAWATT, particolarmente interessante perché in un percorso ambientale non artefatto sono state inserite delle tappe che spiegano la storia della cultura e della antropologia in Casamance.
L’incontro principale lo abbiamo con una guida, un sacerdote, che ci illustra il percorso vestito con l’abito tipico di chi di fatto sta svolgendo un percorso analogo a quello di un “seminarista” o comunque di un uomo che svolge un percorso religioso iniziatico. Ci accompagna quindi attraverso un tragitto predefinito scandito da tappe ognuna delle quali contiene simboli religiosi, altari e feticci, oggetti di uso religioso e simbolico. Ad ogni tappa quindi corrisponde un tema ed una “situazione sacra”: altari a tema, o meglio dedicati a qualcosa in particolare. Ci parla per spiegarci l’origine della loro storia, e perché sono “tornati” lì e con quale intenzione di recupero rispetto all’origine della loro cultura, religione e civiltà. Ogni singolo altare è attorniato da  abiti  sacri: lui è il guardiano del tempio, porta le penne bianche dietro alle orecchie come richiamo della colomba bianca, simbolo della pace, i bracciali che contornano le braccia segno della saggezza -mi ricordano gli stessi tipi che portavano gli schiavi africani in Brasile e che si usano durante i riti di Candomblè- è vestito di rosso, colore del  guardiano del bosco sacro, ha inoltre una collana di conchiglie che gli contorna il collo; le conchiglie sono il simbolo di saggezza – anche in questo caso mi richiama il Brasile, ove attraverso il lancio delle stesse si cerca di interpretare gli accadimenti presenti e di capire come comportarsi per meglio gestire il proprio destino: lui stesso ci dice che non tutti possono portarla. Lui l’ha messa solo per farcela vedere ma deve ancora lavorare molto per  diventare il “saggio” che ha il diritto di portarla.
Qui la natura è ricca e dominante: è proprio il percorso all’interno del bosco che ci fa entrare profondamente in contatto con una natura selvaggia la quale evidenzia simbolicamente l’importanza di immergersi “nel fitto bosco del percorso interiore”, opportunità di maturazione e di crescita interiore a contatto con la natura- madre terra.
Il sacerdote poi ci riferisce che qui la opera di colonizzazione è stata molto contrastata ed in questo agevolata  proprio dalla presenza della fitta foresta: e questo mi fa riflettere sullo stretto rapporto tra uomo e natura ove questa si schiera sempre “al fianco” dell’uomo e della sua lotta per la libertà di autodeterminazione. I coloni hanno pertanto riportato molte difficoltà ad agire in questa zona e quindi vi è come una grande riconoscenza ed un particolare  interesse a preservare quanto neppure la colonizzazione è riuscita a dominare.
In questo racconto il richiamo alla regina Aline è frequente: è lei che ha incoraggiato il popolo a non sottomettersi. Aveva  detto al suo popolo: “un giorno la macchina tradirà l’uomo”, quindi loro sono rimasti legati all’economia agricola ed alimentare di sostentamento.
Ed è proprio su questa riflessione che il nostro sacerdote-guida ci inviata a cantare tutti insieme  un inno alla regina, ripetendo tutti il suo nome “Aline”! Poi si inizia a seguire il piccolo  percorso del museo all’aria aperta che  di fatto visitiamo come seguendo  un piccolo  corteo che, tra una tappa e l’altra, inneggia alla regina Aline. Ecco le tappe:
1) Tempio animista: saluto e auspici augurali per noi – in particolare il sacerdote si rivolge alle divinità che lui richiama a nostra protezione,  anche in previsione del rientro a casa e comunque più in generale nella vita nostra e dei nostri cari, completando il rito con il vino di palma che beviamo direttamente da una  conchiglia.
“Dio è ovunque e da nessuna parte”: la pratica religiosa è libera, deve solo essere praticata con rispetto. Tutti possono partecipare, l’animismo è aperto a tutti anche ad altre religioni e quindi non rappresenta una religione a sé stante ma è una pratica spirituale che sovrasta le singole religioni e le contiene al contempo senza esclusione alcuna, ponendole quindi tutte sullo stesso livello con una generica compatibilità.
“In Africa abbiamo la natura che ci permette di arrivare a Dio”, “Dio è uno solo (ATE-EMIT)”, ed è rappresentato da tutte le forme della natura.
Il feticcio principale di questa tappa è un altare chiamato CASUMAI, attraverso lui si riesce ad interagire con Dio che è presente dappertutto.
2)  Qui c’è un feticcio  rappresentato da  un manichino di donna a braccia aperte: i primi abitanti di questa zona si chiamavano SANGAGUA’, la feticcia si chiama “UCHENGHEGUE’”, che significa “grandi anche”. C’è una storia alla base: un re era andato in un villaggio e aveva cercato di prendere delle donne con la forza, per  portarle via nel suo regno, ma poi gli è stato detto che non era bene e lui ha lasciato le donne e se ne è andato. Da qui il principio della importanza del rispetto della donna,  trasmesso come valore fondamentale. Non si deve trattare male la donna primigenia, è lei si occupa della  educazione, della casa e della accoglienza degli ospiti. La donna che si sposa lascia tutto nella famiglia di origine; dopo il matrimonio lei abbandona nella casa di origine tutte le sue cose, che però vengono preservate e lasciate tutte nel posto, nella casa originaria: se avrà problemi con il marito, lei potrà tornare lì e troverà tutto quanto le appartiene.
3) Ulteriore tappa: qui si parla della gioventù “Portare le vacche al pascolo”: rappresenta la fase di iniziazione (pubertà e adolescenza): fino a 26 anni per la ascesa ai valori del rispetto, a 30 anni non si è più giovani e non si è tali neppure se non si è sposati, la circoncisione è obbligatoria. Ci sono dei regali per far vedere al figlio che torna dal bosco sacro quanto è stato tenuto per lui. Qui non è prevista  l’infibulazione o l’escissione, le donne sono rispettate.
4) tappa dedicata alla caccia. È rappresentata in  due parti: la prima prevede che durante la riproduzione degli animali questi non si toccano, solo dopo si può andare a cacciare, mai uccidere per piacere perché l’animale è sacro, quindi solo per bisogno. Ci sono pelli di animali che vivono in questa parte del paese; la seconda riguarda la pesca, ci sono teschi e resti di delfino, tartaruga, balena. Questi animali non sono una specie minacciata. La linea totemica è importante, viene tutelata: non si deve danneggiare l’ecosistema di altri. Ci sono delle reti per pescare e un legno che serve per illuminare, la base diventa incandescente .
Poi incontriamo un albero enorme che si chiama “FROMAGE”, è sacro, non può essere abbattuto; con il suo legno si fabbricano le piroghe per andare alle isole. C’è grande rispetto per i defunti, la morte non viene vissuta  tragicamente, è un fatto naturale. Quando uno muore, si deve praticare una cerimonia di danza naturale come omaggio alla morte. Le conoscenze del defunto  non vengono conservate e tramandate per iscritto  quindi al morto viene riconosciuto un tributo di saggezza: per la morte di qualcuno, soprattutto se vecchio, si fa una festa perché è arrivato il riposo, è arrivato il momento in cui termina la fatica di apprendere, fatica  che continua tutta la vita. Quando muore qualcuno si annunciano le cerimonie attraverso un tam  tam che diventa il richiamo.
Per la giustizia: non c’è bisogno di avvocati e giudici, la giustizia si pratica attraverso una riunione comune, un consiglio  di saggi che affronta i problemi con l’obiettivo della risoluzione attraverso il darsi la mano che esprime  la solidarietà ed il perdono: sono questi i valori  che fanno la giustizia.
5) L’ultima stazione-tappa riguarda la donna: qui si trovano i feticci delle donne (EUNIA), feticci ai quali agli uomini non è consentito di accedere; c’è la maternità “GIOLA’ “; c’è la sofferenza, la comunione di spirito (solidarietà), la buona condotta nei confronti  dello sposo, il dedicarsi con amore alla famiglia.

Qui finisce  il percorso sacro e mentre raggiungiamo il villaggio incontriamo, arrampicato su di una palma, uno spillatore che dal  tronco di palma spilla la sostanza vegetale attraverso la quale poi si farà il vino. Ce lo fanno assaggiare: ha un sapore particolare, leggermente aspro, molto vegetale nel senso che sembra di bere linfa vitale di una pianta, ma complessivamente buono: verrà poi messo a fermentare, con l’aggiunta di alcool. Alla fine ci viene dato da assaggiare il prodotto finito, il cosiddetto  vino di palma. Buono!
Poi torniamo al nostro accampamento-villaggio, accampamento non perché ci sono tende o similari ma perché effettivamente è un posto ben inserito tra la natura, il fiume e le piante, le mangrovie sull’acqua, insomma un insieme che fa sembrare di essere parte del posto e di essere soprattutto noi che ci adattiamo all’ambiente e non viceversa come spesso succede nelle “ambientazioni alberghiere”.
Ci accolgono gli abitanti del villaggio per mostrarci uno spettacolo di lotta libera femminile, tipica di queste parti e che hanno organizzato in nostro onore.
Le lottatrici combattono corpo a corpo cercando di buttarsi a terra; vince la prima che riesce a buttare a terra l’altra. Le ragazze quindi puntano alle parti basse del corpo, per indebolire l’equilibrio e la stabilità che è fondata sulle gambe e su di una buona distribuzione del peso corporeo. Dopo alcuni incontri tra donne del posto, veniamo invitate anche noi: è divertente e  con noi fanno il possibile per farci vincere. Quando una vince viene poi portata in trionfo da coloro che stavano facendo il tifo. Ci viene comunque spiegato all’inizio che tutto si fa solo per gioco e che ciò che avviene non è una lotta seriamente finalizzata al puro combattimento.
Dopo la cena ci incontriamo con il portavoce delle donne che ci hanno fatto vedere la lotta libera femminile: ci spiega che le lottatrici non possono essere sposate, una volta sposate, smettono di lottare. E poi ci chiarisce che non si tratta di un rito femminile separato dal resto ma di una manifestazione che si colloca all’interno di una festa per il re. Ad un chilometro da dove ci troviamo infatti vive un re, all’interno quindi del cosiddetto bosco sacro. In Senegal ce ne sono vari re: rappresentano una realtà di fatto parallela e diversa dall’amministrazione pubblica dello Stato e del Governo. Sono come un residuo tribale che, pur non avendo un vero e proprio riconoscimento pubblico, ha però un  certo peso ed una certa importanza nella vita quotidiana e nella risoluzione di problemi comuni degli abitanti dei villaggi. Ciò che viene fatto e gestito dal re è relativo alla comunità vicina: di norma si tratta di decisioni  prese nel bosco sacro.
Ci viene infatti spiegato che in Senegal ci sono come delle “società segrete” che hanno una origine tribale e nelle quali ci possono partecipare anche persone che non fanno parte di alcuna tribù. Il re viene nominato a vita ma non c’è nepotismo. Se uno è re i suoi figli non possono diventare re. Intorno al re ci sono saggi che devono prendere decisioni nel caso in cui il re viene meno e che comunque prendono le decisioni per lui se non c’è la possibilità per il re di prenderle. Fare l’iniziazione non vuol dire per forza stare vicino al re. L’ultima iniziazione è stata fatta nel 1979. I conflitti tra le etnie vengono risolti dal re: quando il re vuole interviene sul conflitto.  E comunque la figura del  re  sembra esserci solamente nella bassa Casamance.
Nel bosco, durante la festa che dura 6 giorni, il re partecipa a tutte le cerimonie. Durante questa festa vengono invitati altri re per esempio quello della Guinea Bissau o anche di Dakar. Questa festa si fa in settembre: il re esce solo una volta dal bosco. Per 20 anni non c’è stato un re, perché i saggi non potevano eleggerne uno poiché la società segreta non permetteva l’elezione. La cerimonia rituale della lotta (che può essere sia femminile che maschile) viene fatta per creare relazioni:  alla fine degli incontri ognuno cerca un amico ed in queste occasioni si creano dei rapporti di amicizia, dei legami che poi si trasferiscono tra le famiglie.
I rapporti tra il re e le autorità amministrative/politiche: il re si occupa solo delle cose non materiali o spirituali. In ogni villaggio ci sono coltivazioni fatte per il re. Lui abita nel bosco sacro ma stiva le riserve nel villaggio. Se la comunità  ha bisogno chiede al re di poter utilizzare le riserve a lui destinate ed è successo che il re dà il permesso di farlo.
Ci chiediamo quale riconoscimento sociale ha questa figura del re e ci viene spiegato che le persone dei villaggio credono nel ruolo sacro del re e dei feticci che simbolizzano il potere spirituale. Tutti sono iniziati, comunque, indipendentemente dall’appartenenza alla religione cattolica o musulmana. Nessuno può vedere il corpo del rappresentante del re nel villaggio, anche quando muore. Nessuna donna può vederlo.
Poi cerchiamo anche di capire il ruolo delle donne nel villaggio e ci viene spiegato che le donne sono prese in grande considerazione: le donne per ottenere un risultato, per portare avanti una richiesta che non riescono a vedere soddisfatta in alcun modo, ma alla quale attribuiscono un grande peso nella vita,  si mettono completamente nude: ma  quando fanno così è l’ultimo atto che fanno ed allora diventa imperativo seguire e soddisfare la richiesta. Questa manifestazione quindi è un modo molto forte per ottenere ciò che la donna ritiene essere indispensabile per il bene comune che lei gestisce e rappresenta nella famiglia e nella comunità. C’è sicuramente in ciò una origine antica. Ogni cosa che chiedeva “Alina” avveniva: lei era considerata come una regina anche se formalmente non lo era.
Quando i coloni sono arrivati nel Senegal si sono scontrati con i diversi re che  vi erano. Si sono quindi scontrati con Alina che era una donna ma non una regina ma lei è stata capace di creare un tale contrasto attraverso la sua forza, il suo carisma, che quindi l’hanno di fatto proclamata regina. Era una donna che aveva una grande capacità ed autorità morale.

È stato un racconto estremamente interessante: durante questi incontri, soprattutto nelle comunità, ho avuto più volte la sensazione che non si parli o non vi siano donne che discutono o fanno i capi villaggio più come forma esteriore che come assenza reale. E questo in particolare perché si respira un’aria di grande rispetto per la donna e non se ne parla perché vi si assegna un valore quasi sacro, divino insomma spirituale, che va ben al di là del potere amministrativo e burocratico.
In tal senso l’esempio di Aline dice molto: pur non essendo regina ha avuto un peso determinante nella storia della Bassa Casamance e ce l’ha tutt’ora nell’essere un simbolo di come si deve vivere preservandosi rispetto al resto del mondo, alle pressioni economiche.

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