il paese dei griot, della musica, della vita e del valore della libertà (3/5)

Diario-appunti di  un viaggio in Senegal

27 dicembre 2008/11 gennaio 2009

terza parte

3 GENNAIO 2009
Incontro  con un gruppo di donne artigiane che hanno messo in piedi una forma di cooperativa che produce lavori in ceramica, tutte che abitano nel villaggio dove abbiamo dormito. Purtroppo molte di loro sono nei campi per la raccolta del  riso e quindi possiamo parlare solo con poche. In particolare incontriamo la loro portavoce Eveline BASSINE: lei ci spiega che qui si fa il lavoro delle ceramiche fatte a mano. Ci racconta con passione la sua esperienza ed entra nel dettaglio di  come si fanno le ceramiche: è quasi come andare a lezione e io sinceramente sono molto contenta della passione che ci comunica e quindi ne approfitto, magari un giorno mi metto a farle anche io le ceramiche.
Allora: usano un recipiente tradizionale dove mettono la tintura poi preparano l’argilla, mischiata con conchiglie frantumate in polvere, in questo modo l’argilla diventa dura. L’argilla viene trovata nel “bolong” il  braccio del mare, sotto le mangrovie. Le donne aiutate dalla famiglia vanno insieme per raccoglierla con l’uso delle piroghe: devono camminare nel fango, dentro l’acqua, per trovare quella di qualità. La mettono nelle piroghe poi la stoccano e la fanno riposare per un anno. L’argilla nuova infatti non è ancora buona perché è piena di sale, quindi in un anno di riposo, pioggia ed evaporazione diventa dura e perfetta per l’uso. Poi la recuperano e la mettono dentro ad un buco fatto nel terreno davanti a casa.
Raccolgono quindi le conchiglie con una certa forma – ci vengono mostrate solo le conchiglie “a corno”- e le mettono in mezzo all’argilla. Eveline spiega che è un lavoro duro, fa male al corpo entrare nel fango per raccogliere le conchiglie, spesso si tagliano i piedi.
Fanno poi cuocere le conchiglie appena tornate dalla raccolta, si cibano dei molluschi e poi le tritano: camminano sopra le conchiglie, sopra le quali hanno appoggiato una pelle di vacca, fino a renderle polvere;  fanno altrettanto per l’argilla che viene mischiata alla polvere sempre con i piedi: hanno solo 48 ore per farlo altrimenti entrano le bolle d’aria. Poi la lavorano tutta con le mani, non esistono macchine. Hanno alcune piccoli stampini per lavorare e dare la forma. È un lavoro che si tramanda da madre a figlia. Nel villaggio ci sono 1200 abitanti: tutte le donne del villaggio fanno questo lavoro.
Lei ha fatto la Scuola delle Arti in Marocco dove si è formata al lavoro ed ha conseguito  un diploma di imprenditrice femminile e quindi può formare gli altri.
Ci mostra dei piccoli strumenti, ogni pezzo ha un suo ruolo: uno serve a far diventare liscio il lavoro di argilla e a dare anche la forma interna, un altro serve per battere sull’argilla e dare la forma esterna, per esempio di vaso. Poi usa un pezzo di plastica che serve per bagnare e lisciare il bordo, un filo grosso di nylon tipo corda con il quale fa le decorazioni esterne, o altro. Il prodotto artigianale viene messo all’ombra ad asciugare ove rimane, nella stagione umida, tre settimane, mentre nella stagione secca, come adesso, solo settantadue ore. Infine se si vuole si può usare direttamente l’argilla rossa che si trova vicino alle mangrovie.
Prima di fare cuocere la piccola opera d’arte bisogna mettere il colore che in realtà è un semplice lucido: quindi,  asciugato, colorato, cotto. Per quest’ultima operazione, non avendo un forno, fanno una brace con il legno, tipo pira. Ci mettono molte ore a cuocere, mantenendo comunque sempre un forte calore. L’ultima operazione è la vernice tradizionale ottenuta con frutta che viene sciolta nell’acqua. Le donne non usano i prodotti chimici: schiacciano i frutti prima che diventino maturi, poi li mettono in un contenitore pieno di acqua per tre giorni a macerare.
Ci spiega poi che la produzione si è sviluppata nel tempo; all’inizio creavano solo per la casa, per la cucina e per raccogliere l’acqua, ma poi  hanno cominciato a vendere i prodotti. Lavorare l’argilla è una tradizione. Lei ha cercato di raggruppare tutte le donne del villaggio in una associazione di interesse economico, come una nostra cooperativa. In questo modo fanno vivere le componenti delle loro famiglie perché è un lavoro che piace, molte di loro sono autodidatte. Alla fine di questo bel racconto Eveline ci mostra l’atelier e i vari prodotti artigianali. Purtroppo non hanno molto da venderci ora perché è un periodo che l’impegno per la raccolta del riso non lascia molto spazio alla produzione,  comunque qualcosa ci viene venduto e io mi porto a casa un bel vasetto.

Siamo poi tornati a Zinguinchor e da lì  abbiamo raggiunto il villaggio dei lebbrosi.
Si tratta di una comunità rurale e ci riceve il vice capo villaggio, Babasanè.
C’è un ambulatorio e tutte le costruzioni degli anni ’40: lo Stato non ha ancora provveduto a costruire per loro una struttura ospedaliera adeguata, quindi loro stanno facendo tutto attraverso uno  sforzo personale. Ci spiega che prima di aiutare le persone bisogna conoscerle: se le conosci allora puoi avere un sincero sentimento  di aiuto. Loro sono contenti di vederci per farci vedere le loro condizioni e loro difficoltà. Lo Stato ormai non li aiuta più, all’inizio ha fatto uno sforzo ma con il sopraggiungere dei problemi economici è diventato latitante. Loro vivono attraverso l’agricoltura personale, i figli studiano anche se i problemi non mancano. Poi parla il capo del villaggio che ci spiega che la lebbra si cura e che se ne sono accorti curandosi, vivendo insieme con amore. L’amore è una grande cura: malgrado l’handicap riescono a lavorare anche perché sono molti i lavori da fare per mantenere gli orti. In Senegal ci sono circa 10 villaggi come questo. I loro figli hanno avuto difficoltà perché vengono emarginati a causa dei genitori malati, ma con il tempo la situazione è migliorata e   sono riusciti ad integrarsi, a studiare. Ora c’è il problema che il villaggio si sta ingrandendo, hanno esigenze anche di costruire e di rafforzare gli istituti  scolastici nei dintorni per permettergli di andare a scuola. Il sistema sanitario è precario: per le medicazioni alla pelle c’è un infermiere che viene a fare le medicazioni, mentre per  le altre necessità devono andare in ospedale che non è agevole poiché  non hanno mezzi di trasporto. Il maggior ostacolo per i figli è che devono assistere in  tutto i genitori che quindi sono completamente a loro carico dal punto di vista assistenziale. Nessun nuovo nato è contaminato. Ci salutiamo augurandogli ogni bene.

Ora ci trasferiamo a BIGNONA ma prima si deve passare dal capo religioso della comunità, è un imam.
Lo incontriamo e lui ci ha accolto con molto calore e ci ha  benedetto: abbiamo pregato con lui.
Giungiamo quindi a Bignona e ci accoglie un gruppo musicale danzante chiamato “CUMPU” che si esprime attraverso  la danza Moupe che inscena un funerale.
È stato uno spettacolo molto intenso, con un ritmo molto forte: c’è la  danza delle bambine che sbattono due legni TACIUÌ riproducendo il suono del mortaio: tutti i loro suoni riprendono la vita rurale. Presto si aggiungono anche le donne adulte, Una porta una mezza zucca adornata e la lascia davanti a noi in  segno di omaggio. Il ballo è fatto con le gambe che pestano con tanta forza per terra, ad un ritmo ancestrale. Poi arriva ESSAMAJE: un animale tipo giaguaro con le corna. Poi arriva un danzatore chiuso dentro ad un sacco di juta con delle frasche verdi attorno che apre la danza del funerale: possiamo toccare per verificare se il defunto è vivo o morto, per questo portano di fronte a noi il corpo del defunto… ovviamente è un morto “finto” ma è bravissimo! Subito segue l’arrivo di un animale selvatico, somigliante a un montone. Gli danno sempre da bere e da mangiare e spaventa tutti. Alla fine le donne che prima ballavano cantano una canzone di saluti prima di andarsene che è come una cantilena malinconica di addio, una nenia.
Finito lo spettacolo veniamo ricevuti dal Sindaco e da altri rappresentanti di Bignona. C’è quindi un momento di scambio prima del pranzo, con ringraziamenti reciproci.
Dopo il pranzo ci viene offerto uno spettacolo di lotta maschile.
La lotta maschile ha sempre la base di equilibrio che si fonda sugli arti inferiori e sul bacino che stabilmente punta verso il basso. Tutto si gioca su questo equilibrio. Vengono però fatti molti rituali: i combattenti fanno gesti, sono vestiti  con colori rossi o altri simboli, hanno fasce intorno alle braccia. Gli viene versata acqua sul capo nella quale sono state macerate foglie sacre e viene segnato il terreno sempre con l’uso di foglie sacre. I lottatori hanno anche gli amuleti (corni e ossa). Poi inizia la sfida: in una posizione di testa a testa distanziato dalle braccia, sino all’avvicinamento che viene effettuato con segni, espressioni minacciose, piccole provocazioni, piccoli toccamenti sul capo, quasi a sondare l’aggressività dell’altro. Non c’è molto movimento, è un gioco di forza e abilità nello sbilanciamento dell’avversario che viene sconfitto quando improvvisamente con una mossa repentina e di forza viene sollevato e sbattuto a terra, il più delle volte con la schiena. Si punta  sempre comunque a colpire gli arti inferiore e ad abbattere.

Poi torniamo da BIGNONA  a Zinguinchor  in albergo, per cena e riposo. Qui troviamo la festa di un matrimonio, ci sono molti invitati con vestiti bellissimi. Sono tutti divisi per gruppi di tavoli e viene lasciata anche una parte per l’accoglienza del pubblico. Mangiano e ballano tutta la notte: sono elegantissimi!

4 GENNAIO 2009
Partenza per KOLDA. Prima raggiungiamo SEDHIOÙ, e in particolare un villaggio mandinga dove abbiamo incontrato le donne griot.
Ci sono varie manifestazioni ove partecipano le donne griot. Può essere sia di giorno che di sera: le donne del villaggio invitano le donne griots. Per loro è una grande gioia avere queste occasioni, facendo conoscere ad altri le loro comunità. Sono anche maestre di cerimonia; quando c’è un battesimo, che normalmente avviene dopo una settimana dalla nascita, loro si mettono a festeggiare. Non solo cantano o ballano, fanno anche altre cose, prima puliscono il villaggio e preparano il cibo. Sono felici quindi di incontrarci e subito si preparano a farci  vedere una danza.
Arriva un giovane travestito da animale selvaggio, tipo giaguaro, che emette versi che descrivono la ferocia e il pericolo. Ballano le donne intorno a lui, e anche lui balla: lo stesso ritmo e movimenti di battuta degli arti inferiori, forse più tribale e semplice. Non hanno strumenti musicali, usano martello, tanica, un video, che battono con qualsiasi possibile. L’uomo bestia prende un mortaio di legno con i denti, lo solleva  e lo trasporta.
Finita la danza ci fermiamo a parlare con loro che ci spiegano il loro ruolo: le circostanze in cui vengono convocate le griot sono numerose, dal battesimo alle circoncisioni e vengono chiamate anche da Marabù. Intervengono anche per regolare questioni familiari; nelle manifestazioni di festa vengono per aumentare la gioia e condividere la gioia di tutti. Alcune di loro giungono anche da fuori il villaggio: una griot è sempre pronta anche se chiamata all’ultimo momento. La differenza tra griot uomo e donna: le femmine usano il materiale creato da loro stesse, mentre gli uomini usano il tam tam, telefonico, ecc. Non hanno quindi lo stesso comportamento nella società africana. Alcune usano due pezzi di ferro.
Poi ci spiegano l’evoluzione del ruolo del griot nella società: all’inizio il griot aveva il compito esclusivo di accompagnare il re per dargli la forza nel combattimento, poteva anche cercare di convincere il re a non fare la guerra. Altrettanto le donne su questo, ma ora hanno solo una funzione di cerimonia.  Possono essere interpellati sia uomo che donna in maniera intercambiabile.
Un tempo la popolazione era divisa in caste, solo i griot e le griot avevano il diritto e il dovere di cantare (canti ufficiali). La danza che abbiamo appena visto viene di solito fatta per i matrimoni. L’animale rappresentava la forza per il villaggio.
La trasmissione orale avviene di generazione in generazione, tra donne, vecchie e giovani.
La maggior parte non sa scrivere però provengono dalla scuola coranica e sanno legge le “sure” sulle tavolette coraniche. Il titolo di griot deriva solo dalla propria origine: non è possibile scegliere di farlo.
In questo villaggio sono molto tradizionalisti, cantano solo i griot, ma in altri villaggi può esistere anche qualcuno che canti perché vuole fare il cantante. C’è stata comunque una evoluzione: se una persona importante lo chiede, il griot può fare un canto su misura per l’occasione. Attraverso le canzoni si  tramanda la storia del popolo: in effetti griot uomini e donne hanno sempre raccontato la storia dei grandi re e quando non c’erano Stati e regioni che dividevano,  si potevano incontrare fra loro e confrontarsi. Ora con la diversa organizzazione del territorio raccontano solo della regione e delle etnie vicine, o delle loro famiglie.
A questo punto del racconto ci dicono di spostarci nel luogo ove normalmente i griot uomini si riuniscono. È un posto prescelto dagli anziani del villaggio, si trova sotto un albero sacro. Hanno sperimentato che tutte le decisioni prese sotto questo albero vengono mantenute. Inoltre sotto questo albero, che tu sia o meno del villaggio poco importa, puoi venire a cercare di porre il tuo problema per risolverlo. Se qualcuno parte dal Senegal, prima viene qui e si porta via un ramo dell’albero e questo lo proteggerà. Venendo qui e facendo voto di tornare stando sotto l’albero, si tornerà.
Di regola quindi avviene che prima si radunano i capi famiglia presso la casa del capo del villaggio, poi vengono sotto l’albero per fare in modo che le decisioni prese si realizzino. Quindi anche noi, andando sotto l’albero sacro facciamo questo  per rendere tutto possibile ed efficace.
Di regola il problema che viene posto al capo villaggio viene poi deciso da lui, da lui solo. Capo villaggio si diventa per linea dinastica, anche se ci dicono che così è in questa regione, ma non dappertutto.
Ora siamo su di un rialzo -tipo collinetta- dove una volta c’era la prima moschea. Questo è un luogo sacro. Qui i Mandinga hanno portato l’Islam nella regione. Qui è stata costruita la prima moschea, allora c’erano solo tre o quattro case poi nel tempo sono aumentate, quindi visto il positivo sviluppo ottenuto si è  pensato di ricostruire di nuovo una moschea. Quando una famiglia si trasferiva qui  per abitare, il capo villaggio assegnava il posto per costruire oltre che il terreno per coltivare.
E così dopo tutte queste informazioni che ci hanno aiutato a conoscere la storia dei Mandinga, abbiamo fatto un giro nel villaggio, accompagnati dai saggi-anziani. Poi, arricchiti dall’incontro, siamo partiti verso KOLDA.

A Kolda ci accolgono con il solito comitato di accoglienza musicale. Pranziamo. Poi c’è l’incontro con i PEULHS, etnia di  pastori. Li incontriamo pronti a suonare per noi. Sono vestiti con i loro abiti tradizionali e portano gli strumenti tipici:
– GNAGNERÙ: sembrano violini bi corde,  ricoperti di pelle di varano, costruiti con legno, crini di cavallo, corda e bambù.
– TAMAURÙ: è una percussione scavata dentro, ricoperta con pelle di capra, bambù e  corda. Serve un pezzo di legno scolpito per suonarlo, con un pezzo di legno verde per piegarlo.
Suonano, percussione sorda, con tre  tamburi differenti
1) ha un ritmo solista “SABAR”
2) l’altro tamburo “DEN DEN”
3) CUMURÀ è il tamburo basso.
Devono suonare tutti e tre insieme per trovare l’armonia. Il primo (Sabar) dà il “la” a tutti. Tutti e tre si fabbricano nello stesso modo, cambia solo il tipo di legno che quindi fa variare il suono dello strumento, oltre alla  pelle di capra e alle corde. Ognuno dei musicisti ha un bracciale sonaglio al polso, un fischietto e un copricapo. I vestiti sono differenti a seconda degli strumenti che suonano; il fischietto accompagna le ultime percussioni. Infine ci sono due cantanti  che, insieme a tutti i musicisti, ballano ed è una danza molto bella e coinvolgente.
Quello che abbiamo visto fa parte della tradizione griot e anche loro mentre suonano e ballano  passano  a raccogliere i soldi.
Non tutti i peulhs sono griot: storicamente animavano tutto tranne i funerali perché per i peulhs il funerale non è festa, è solo dolore.
Ci viene riferito che la cantante del gruppo è una griot depositaria di tante tradizioni orali. In questo caso si sono esibiti insieme ma possono esibirsi anche da soli. Nel gruppo ha suonato la figlia di uno dei più grandi violinisti della zona, ha suonato da sola.
I peulhs fino a poco tempo fa praticavano l’escissione ma ora si sono convertiti e fanno una battaglia contro. Hanno tanti piccoli segreti ma li tramandano a chi vogliono loro.

Ci viene spiegato che  la regione di KOLDA è la più cosmopolita del Senegal. È un TUCULOR: tutte le famiglie sono legate fra loro. La regione di Kolda fa da collante per evitare gli scontri etnici. Cercano la pace con i vicini di Guinea e Gambia. Questa è l’unica città attraversata da un fiume nel giro di 15 km. La città è quindi divisa in due parti.
Ad un certo punto si aggiunge un ragazzo che danza un ballo tradizionale regionale. È una danza spettacolo che fa  parte della tradizione GIOLÀ. Il capo orchestra può improvvisare, gli altri lo seguono. Non sempre seguono uno spartito. Ora arriva un giovane rapper che fa un rap con l’accompagnamento musicale dei Peuhl. Ha fatto un rap in 4 lingue etniche (compreso il francese). Lui può passare senza difficoltà da una lingua all’altra come se fossero tutte sue. È bravissimo e ci lascia tutti stupiti dalla sua abilità nel ritmo e nelle parole.

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