il paese dei griot, della musica, della vita e del valore della libertà (4/5)

Diario-appunti di  un viaggio in Senegal

27 dicembre 2008/11 gennaio 2009

quarta parte

5 GENNAIO 2009
Siamo ripartiti per raggiungere TAMBAKOUNDA.
Prima di arrivare facciamo un passaggio attraverso alcuni villaggi:
1) Villaggio di KOUNKANÈ.
Incontro con il sotto-Prefetto presso la sede dell’associazione sportiva e culturale. Ci illustra le cose che stanno facendo attraverso l’associazione SODEFITEX,  associazione sportiva, culturale ed economica nata nel 1997. Non hanno mai avuto partner fuori dal Senegal; cercano di lavorare con associazioni vicine.
Cercano di costruire situazioni aggreganti e di tempo libero (calcio-teatro). Ci sono 14 associazioni sport culturali in Kounkanè. Poi parla il Presidente: la comunità rurale  è la porta di entrata di tutto quello che si fa in questa zona. Qualunque tipo di intervento passa dal Consiglio Rurale che valuta e dà il permesso o meno. Il Governo centrale ha passato a loro nove competenze (cultura, salute, sport, ambiente,  sviluppo, educazione ecc.) quindi loro hanno la gestione e il governo delle cose che si fanno qua. Si occupano anche della cooperazione decentrata e delle relazioni con realtà esterne in Senegal ma di competenza e presenti nella zona. La principale attività è diretta verso la  gioventù e l’infanzia.
Terminato l’incontro, lasciamo il villaggio e raggiungiamo un altro villaggio:
2) “SARE-BUKA'”: parrebbe nomade, con capanne in fango-lamiera-paglia di  etnia peulh. C’è anche una capanna granaio/magazzino di vivande alimentari. Siamo in mezzo al Consiglio dei Saggi, non al completo. Sono considerate “saggi” tutte le  persone della terza età.
Anche i giovani vogliono essere presenti e quindi c’è una loro rappresentanza. Ci sono anche le sagge del villaggio. Questo villaggio è gestito in maniera un po’ diversa nel senso che è gestito direttamente dal Consiglio dei Saggi. Il capo villaggio spiega come è organizzato il governo del villaggio attraverso il lavoro del Consiglio della Terza Età: è sempre diretto dal capo villaggio. Questo perché per esempio in questo villaggio il Consiglio è composto da persone che sono più anziane del capo del villaggio (anche più di 20 anni) ma poiché lui è il capo lavora in stretta collaborazione con loro, per l’armonia e la buona intesa del villaggio per gestire conflitti e i problemi eventuali del villaggio. Quindi senza di loro non si possono trovare soluzioni ai problemi anche socio economici del villaggio; loro tengono conto dell’intera comunità (tutte le classi, i  generi e le presenze sociali). Questo metodo fa parte della consuetudine del costume africano. Così fino ad ora stanno cercando di risolvere i problemi risolvibili e di rimettere a più alto livello i problemi non risolvibili da loro. Il capo villaggio ha anche una sua autorità da conservare. Lui può ordinare e chiedere alla popolazione di fare le cose che lui decide e questo sempre per l’interesse generale. Solo lui è abilitato a farlo nella stessa località. Molti villaggi africani applicano la tradizione dalla quale deriva che se uno prende l’iniziativa da solo di fondare un villaggio o con qualcuno, è lui il capo. Prima di fare qualsiasi cosa nel villaggio che sarà fondato, è lui il capo. Quando arriva nel posto ove fonderà il villaggio, ci sono alcune cose che dovrà fare. Preparare il terreno, ripulirlo, oltre a onorare  tradizione, cerimonie e riti, regolarsi sulle piogge e poi fondare il villaggio.
Quando ha fondato il villaggio, può avere famiglia. Se muore, il villaggio va al suo figlio maggiore. Ora le cose stanno cambiando e sta cambiando anche il principio del nepotismo.
In alcuni villaggi per esempio, è scomparso il capo e in alcuni posti dove non è stato possibile eleggere un capo sono passati alla votazione. Se il capo è molto anziano e stanco si fa sostituire, lui sceglie il proprio successore. Se muore lo sceglie la popolazione. Se tutti sono d’accordo ci va il figlio maggiore altrimenti si vota.
Rapporto tra governo del villaggio e l’autorità centrale: ci sono relazioni. C’è un comitato di genitori nel villaggio e vari rappresentanti (madri, ecc.), si occupano della questione della educazione-formazione dei giovani e bambini. I rappresentanti valutano e rendicontano tra comunità e genitori e comitati. Dal 1972 è partita la decentralizzazione  e ci si è posto il problema se mantenere o meno i capi villaggio. Si è deciso di sì perché è eletto dal villaggio indipendentemente dal fatto che ci siano ruoli duplici. Le persone di un tempo – i capi del villaggio – erano più vecchie di quelle attuali ma con il tempo si è notato che era meglio che fossero più giovani per poter cogliere la sfida dello sviluppo e della modernità.
Campi di interventi del consiglio e della comunità rurale che  hanno un riconoscimento giuridico:
– Il Consiglio  del Villaggio interviene solo nell’ambito del villaggio. Ci sono delegazioni di potere sia livello delle Consiglio Rurale che del Consiglio dei Saggi del villaggio. Qui tutto quello che si fa senza l’avvallo della comunità rurale può essere fatto e lo fanno con una decisione autonoma.
Quello che si fa per l’insieme della Comunità Rurale è il Consiglio Rurale che è abilitato a farlo.
Se ci sono conflitti ci si rivolge al capo e vanno insieme a discutere con lui che cerca una soluzione. Una volta che viene affrontato un problema dai saggi e si trova la soluzione, il problema non ci sarà  mai più. Per esempio un  furto: se avviene che rubano nel villaggio, un altro può commettere lo stesso reato ma non lo stesso soggetto che lo ha già commesso. Idem per i problemi nelle famiglie. Dopo che c’è stato l’incontro nel consiglio dei saggi, cercano di trovare una soluzione amichevole: questo garantisce il buon esito per il futuro. Così  è andato fino ad ora. Punire, è competenza del Consiglio dei saggi: possono dare punizioni, li consegnano comunque alla polizia.
E ciò per evitare che si ripetano reati nel villaggio. Quindi nel caso di reato,  la prima volta dicono di non ripetere, la seconda volta consegnano la persona alla polizia. Il Consiglio dei saggi è composto da uomini e donne ma alcuni problemi sono di stretta competenza degli uomini e così vale anche per alcune questioni che competono solo alle donne. In tali casi le riunioni sono separate. In generale la competenza delle donne è molto limitata. Nella gestione collettiva del villaggio sono tutti insieme, uomini e donne. C’è sempre un capo religioso separato dal capo villaggio. Chiediamo di precisarci il ruolo del perdono nella risoluzione dei conflitti. Ci viene detto che dopo aver trovato la soluzione nel caso di un reato, se  il colpevole accetta di riconoscere il proprio errore lo si può perdonare pretendendo che chieda e, se in grado, anche di  risarcire la vittima. L’accettazione da parte del colpevole si traduce in una presentazione di scuse pubbliche ai saggi.
Per diventare saggio servono esperienza, età avanzata, buon comportamento e capacità di gestione della comunità in comunione con gli altri.

Finito il giro nel villaggio, usciamo, riprendiamo il bus per andare a pranzo.
Ma veramente la quiete  che si respirava lì, nell’ultimo villaggio, nonostante il caldo e il forte vento bollente e pieno di sabbia, faceva desiderare di fermarsi un poco con loro: si respirava un altro ritmo, un altro tempo, un’altra vita… sì forse con problemi per noi ora inesistenti, ma con complessità uguali a zero e questo  non per l’assenza di problematicità degli argomenti ma per il modo stesso di vederli e di interpretarli. Una semplicità più naturale, meno cibo, più pace, anche se è troppo facile dire questo, partendo dalla nostra vita quotidiana, dalla nostra costanza di benessere. Ma sinceramente un po’ mi sarei fermata lì, in mezzo agli alberi di PENTEGNÈ, un albero spoglio con solo fiori rosso arancione sulla cima,  come per poter catturare una certa quiete interiore e portarla con me.

Siamo poi arrivati al paese di TAMBAKOUNDA.
Arriviamo in un bel albergo con piscina. Purtroppo, nella magia di questa esperienza senegalese, ci giunge, come piovuta dal cielo, una brutta notizia che colpisce un nostro compagno di viaggio Antonio, la morte improvvisa della sorella che si trova in Italia. Questo ci riporta a una realtà di vita quotidiana, di labilità di storia, situazioni e scorrere della vita, che in un Paese come questo, dove il tempo ha un ritmo così diverso da quello che normalmente ci troviamo a seguire,  quasi stride e stona. Non che qui non si senta il “mandato a termine” che tutti abbiamo  e dovremmo sapere di avere, ma come dire, la percezione che qui la morte sia un elemento più vicino alla vita di quanto non sia per noi – intendendo con questo una considerazione puramente culturale – sembra farmi notare ancora di più di trovarmi lontano dall’Italia, molto molto più lontano di quanto in realtà geograficamente io sia in questo momento. In questo mio pensiero non ho dubbi che abbiano influito gli incontri “ravvicinati”  con i senegalesi, con i griot insomma con la gente di qua, con la loro musica, con il loro modo di suonarla, con il canto, con la danza, con la grande potenza che per loro ritmo e movimento hanno nello scorrere del tempo e delle giornate. Come dire, al di là della lingua (non conosco né il francese né il senegalese) certe importanti comunicazioni, anche non verbali, fatte di osservazioni visive, di ascolto e di sensazioni  hanno indubbiamente  fatto “passare” anche altri modi di vivere e di considerare la vita.
Quindi, tornando a noi e ad Antonio, si cena e si fa il possibile per organizzargli il viaggio di ritorno veramente disagevole per lui. Domani Antonio  si farà 10 ore in taxi per raggiungere Dakar e partire in piena notte con la TAP e raggiungere Lisbona, poi Milano per il funerale.
Noi staremo ben tre giorni qui a Tambakounda.

6 GENNAIO 2009
Stamattina è stato cancellato l’incontro con le autorità. Alle 10.30 si partirà per andare a incontrare griot.
Eccoci dai griot in Tambakounda: siamo arrivati e dopo i primi momenti di accoglienza, i griot e la grande famiglia dove vivono, decidono di farci un grande grande regalo: cantano insieme per noi! Cantano di un re (TOURÈ) che fa parte della tradizione dei griot. Quando un griot “ti canta” allora si occupa di te. Canta di te e tu devi fare una offerta ben augurale per lui e quindi anche per te!
Fanno una canzone di cerimonia -usata per particolari cerimonie- come benvenuto per gli ospiti stranieri.
Il ruolo del griot: hanno molto coraggio ed in questo senso sta il loro ruolo, quello quindi di dare forza, di comunicare coraggio agli altri, il coraggio di vivere, nell’obiettivo di “fare uscire fuori dalle persone quello che non riescono a fare da sole”: in questo sta il loro ruolo centrale e importante per la loro tra la gente.  Sono persone  fiere,  orgogliose di avere avuto il privilegio  di essere griot – assolutamente aperti, assolutamente diretti.
Quando cantano di una persona parlano della origine e della provenienza, esaltando le cose positive,  trasmettono forza, coraggio, positività, la forza di sollevarsi, la forza di continuare nei momenti difficili. Sono un popolo molto libero, sia sulla religione, sul sesso, sono disinibiti e lo si sente anche solo standogli vicino. Questo è quello che sento.
Parla il griot:  sono figli/nipoti di uno dei più grandi griot di Tambakounda.
Prima di morire suo nonno aveva una piccola chitarra africana che ha suonato l’ultima volta quando il re del Marocco, ASSAMDÈ, è venuto a Dakar, per  la grande moschea di Dakar. Poi, finito di suonare e cantare in quella occasione,  ha tolto le corde (due) dello strumento e ha detto “ora non suonerò più, parlerò e farò conoscere le cose solo attraverso la parola”.
Ora c’è  la famiglia dei JABATÈ che suona la cora:  loro vengono dall’impero Mandinga.
Tra i griot le relazioni come famiglie di origine: ci sono i nobili JABATÈ ed i QUAIATÈ che sono nobili ancora,  ma  i JABATÈ sono re,  sono più importanti. Loro cantano TRAMAHAR, uno dei grandi griot del re.
Quando c’era la guerra il griot si  doveva posizionare nella parte davanti del corteo, tra coloro che procedevano; se c’erano problemi allora si spostavano nella parte dietro per aiutare nella risoluzione degli stessi. Durante la battaglia quindi c’era sempre il griot, che cantava e dava la forza anche alle truppe per combattere e per vincere. Quindi in questa nostra occasione, lui  ha cantato ed ha parlato di Tourè, raccontando dell’espandere della dinastia musulmana, della positività delle tasse tolte, degli eventi positivi che questo re ha fatto per la gente, ed anche dell’importanza dell’emergere sia  dell’animismo pagano, sia di una maggiore religiosità musulmana.
Tra i griot ci sono continui scambi di informazioni e tra di loro imparano a vicenda. Il contenuto delle canzoni  cambia  a seconda del momento. Ci riferiscono che  però ora  tutto sta cambiando in peggio: la gente non ha tempo, è troppo presa a trovare le occasioni per assicurarsi il sostentamento, il cibo, ma loro griot cercano comunque di insegnare ai loro figli l’arte e la storia che portano con sé. Una volta c’era più possibilità di avere  tempo per  cantare con l’altro e  per l’altro: ora l’ altro non ha tempo per ricevere  ma neppure il griot ha più tempo per dedicarsi al suo compito. C’era più possibilità di “curarsi” delle persone da parte dei griot, ora purtroppo loro hanno un  reale problema di sopravvivenza:  con i tempi moderni non riescono più a mantenersi perché non ricevono più aiuti, non essendoci più tempo per dare a loro risorse e per dedicarsi alla loro presenza quale elemento vitale e quale elemento che segna un modo sia di vivere che di affrontare la vita quotidiana, la risoluzione dei problemi e del futuro.
Il progresso (ma non credo sia questo il termine giusto) sta distruggendo la tradizione  dei griot. La ricchezza della “trasmissione orale”: i vecchi griot sono delle biblioteche viventi. Loro stessi vanno ad intervistare  altri griot, ma ora sono anche in un periodo dove si può scrivere, quindi hanno anche scritto. Anche a causa delle carenze che ci sono ora e della difficoltà a continuare a tramandare oralmente, sono giunti anche loro a  scrivere.  Si sono quindi  messi a far crescere una organizzazione tra di loro, per poter cercare un modo di mantenere la tradizione in previsione del futuro: devono quindi assolutamente continuare a tramandare le storie, le culture, le tradizioni,  devono stare attenti a non perdere la loro capacità di trasmettere e imparare in continuazione, come un flusso vitale. Perché altrimenti, smettendo di trasmettere,  smettono di imparare. Ma che bel messaggio che ci danno: quanto bisogno ne abbiamo noi in un momento di chiusura come ci stiamo vivendo in Italia!
Torna a parlarci il griot: nel corso della vita, al di là della situazione personale di una famiglia, ognuno ha realmente solo tre figli: uno che non è più di tanto capace, uno che  è come il padre e uno è più del padre (sempre in termini di capacità). Lui, il padre,  vede a chi tramandare l’arte della famiglia. Beh, penso io, chissà che anche da noi non sia il caso di parlarne nelle famiglie di questa triade famigliare “non perfetta” a fronte della pretesa sui figli  affinché  facciano quello che i genitori desiderano, a volte quindi senza riconoscere lo spazio di individualità allo sviluppo del figlio quale soggetto comunque indipendente ed originale rispetto al genitore… se su tre solo uno è più del padre, evviva la libertà per gli altri due!
Ora suonano e cantano per noi: la sorella piccola del griot canta (canta in sei lingue… non ho parole…). L’importanza del teatro per la vita dei griot: il teatro permette di esprimere una cultura universale, toglie complessi  e timidezza, fa emergere la personalità profonda interiore.
Poi arriva un’artista, cantante e  compositore, che suona la chitarra: esegue una canzone per la sua regione di Tambakounda. Suo padre era il griot del re, soprattutto della famiglia reale dei WALI .
Quindi canterà le tre diverse etnie. Poi per noi, ha cantato e ballato della famiglia reale, come faceva suo padre: suo padre glielo ha insegnato. L’ultima volta che ha suonato suo padre, lo ha fatto davanti al discendente di Maometto. Ora lui suona la canzone che celebra suo padre, è dedicata a lui (che emozione!). Poi abbiamo continuato con sguardi, parole, sensazioni ed emozioni. Si era creato un clima tra di noi veramente speciale ed io, per quello che potevo,  sentivo un livello di comunicazione profonda che si era instaurata tra noi e loro. Il griot aveva uno sguardo particolare:  profondo e calmo,  comunicava una quiete come un mare profondo. Confesso che avrei voluto stare di più lì, per entrare ancora di più nella loro storia, ma ovviamente non era possibile. Era già stato un incontro importante, così importante che anche solo per questo valeva la pena essere venuti qui, fare tutto il viaggio, compresa la notte da incubo tra il 31 dicembre ed il 1 gennaio 2009. Non ho dubbi! Anzi, la rifarei per poter giungere a questo incontro, lo giuro!
Alla fine, ci siamo salutati, abbiamo  ringraziato molto per tutto quello che ci avevano offerto.
Siamo tornati a prendere il bus e abbiamo ritrovato gli altri di ritorno dallo shopping.
Poi siamo tornati un albergo abbiamo pranzato (molto buona la cotoletta di pesce con le patate! che fame!) e poi è arrivato (veramente c’era anche a pranzo) un abate (attenzione, non un abete!)  della minoranza cattolica presente in Tambakounda.
Lui ha tenuto un incontro al quale io non ho assistito e infatti mi sono riposata davanti alla piscina, all’ombra di una bellissima pianta, con attorno le bouganville colorate (bianche e  fucsia) e con un cielo blu meraviglioso mentre risplende un sole forte con un insistente vento tiepido.
Che dire? Sì, è il Paradiso!

L’intervista a Geraldina fatta da Antonio, il nostro regista “selvaggio” (da Venezia con furore, comprensivo di “sgroppin”…). Jeraldine, che aiuta le infermiere nel Centro di Rieducazione Nutrizionale. Dopo quindi avere svolto il suo  lavoro torna a  casa sua dove ospita i bambini orfani e/o abbandonati e/o con genitori in difficoltà e in tale casa, appunto la sua, si occupa di loro, insomma è lei la loro mamma. All’inizio erano 10 bambini ora sono  3 perché il Tribunale quando c’è una procedura di adozione internazionale glieli prende per darli appunto in adozione. Purtroppo quando non riescono a tenerli, i bambini vengono rimandati da lei(!). Lavora quindi nel cosiddetto “informale”, nell’anonimato, perché è difficile trovare partner e poi perché è molto delicato lavorare con i bambini abbandonati: giustamente, lei dice, si devono rispettare i loro diritti, salvaguardare quindi il lavoro di questo tipo, già così difficile,  bisogna stare attenti, sottolinea lei! Mica sono cose,  aggiungo io!
Nonostante i molti bambini abbandonati, lo Stato non c’è. Lei comunque non ha i requisiti formali, per la burocrazia senegalese,  per essere riconosciuta  dallo Stato ma giustamente lei dice: che facciamo aspettiamo mentre i bambini sono soli ed abbandonati? Mentre si discute e si perde tempo sui requisiti e i riconoscimenti, i bambini crescono o magari non crescono e allora? Beh,  allora per fortuna che c’è Jeraldine! E soprattutto per fortuna che lei pensa così! Brava Jeraldine, bisogna iniziare subito a occuparsi di loro e non aspettare di “avere i requisiti”.
E lei lo fa -anche se ha figli suoi- per amore dei bambini. Molto spesso vanno anche i nonni di bambini che non hanno più i loro genitori e con la vecchiaia non possono farcela a stare dietro ai nipoti, non hanno neppure i soldi a sufficienza per farsene carico, muoiono di fame! Ma Jeraldine, cuore gigante, lei crede in Dio. Dal primo al quinto mese lei dà il latte, ma poiché non ha soldi a sufficienza per comprarlo, prova a chiedere anche nel mercato. Il medico del distretto che ha cuore ha fatto una lista di persone che possono essere disponibili  ad aiutare con mezzi (donazioni) e volontariato. Lei si presenta casa per casa agli indirizzi che le vengono indicati per chiedere appunto aiuto e sostegno, ma, ci dice, “è un lavoro difficile…”. Lei lavora insieme ad altri e costituiscono una squadra di aiuto, ma pochi resistono perché non sono pagati.
A volte i bambini arrivano anche da villaggi vicini dove il capo del villaggio non tiene le ragazze madri e le manda via, oppure le donne hanno paura e abbandonano i figli. Sono venuti anche dal Tribunale a chiederle chi le aveva dato il permesso di fare questo lavoro e lei ha detto che c’era una grande domanda sociale e  che nessuno interveniva, quindi… CHE DOMANDA!, PENSO IO, MA CHE CAVOLO DI DOMANDA È?
Con la Chiesa ha trovato tante difficoltà,  ha provato con una richiesta di carità,  ma le hanno risposto che la priorità è la lotta alla malaria e che deve aspettare. Le moschee la ringraziano per quel che sta facendo ma mai daranno soldi per aiutarla. Non la facilitano. Alcuni la prendono come una pazza perché invece che pensare ai suoi figli si occupa di questi bambini. C’è un bimbo lì con lei figlio di un immigrato, è stato lasciato lì perché la madre è malata di cuore. Lei li tiene per un poco, ma poi i bambini devono essere adottati da qualcuno (coppie senza figli) difficilmente vengono adottati tramite le  adozioni internazionali. Ci sono varie coppie senegalesi  che lo fanno, qui è facile, dopo 5 anni di matrimonio si può adottare. Per esempio: se una sorella non può avere figli e io ne ho vari, devo cederne uno mio così lui ha una famiglia allargata.
Insomma l’incontro con Jeraldine è stato un grande incontro, che dire questo 6 di gennaio vale 1000 punti. Mi rendo conto che quello che ho scritto trasmette in una parte minima le emozioni che si provano mentre lei parla e mentre ci comunica la sua “missione”, al di là delle sue semplici parole, e ci racconta cosa vuole dire per lei fare quello che fa con questi bambini. In lei, nei suoi occhi, si legge determinazione, quasi testardaggine, forza e determinazione, ma anche una grande sofferenza nel non potere fare di più. Quando ci racconta sembra quasi che esprima una domanda di aiuto, non dice mai “aiutatemi”, ma almeno, per quanto percepisco io, è come se lo dicesse ogni due secondi. Ma il suo “aiutatemi” è pieno di grande dignità. Poi in tutto questo racconto, a un certo punto, quasi come per fare un piccolo irrilevante  inciso, ci fa capire perché vive così: dice “si perché io mi ricordo quando mia madre da sola mi ha allevata, che grande fatica è stata per lei, quali sacrifici ha dovuto fare, io me lo ricordo quanto è stata dura per lei, ma lei lo faceva per noi bambini, per il grande amore che rappresentavamo per lei, perché questa era la scelta della sua vita…”

La giornata meravigliosa prosegue e dopo alcune traversie organizzative, siamo riusciti a raggiungere i due griot MOUSSA SAKHO e SAMBALI SISSOKO e loro ci parlano del loro ruolo di “trasmettitori orali di conoscenza”: la conoscenza, ci dicono, non si può perdere. Se si vede che non si perde vuol dire che c’è la curiosità della gente, la gente vuole sapere. Ma  quando non ti chiedono non puoi parlare e si può rischiare di perdere la conoscenza perché nessuno più vuole sapere e quindi il griot non può trasmettere.
Questa nostra visita rappresenta qualcosa di importante anche per loro perché gli permettiamo di trasmettere la loro conoscenza: questo è il senso del griot. Ci sono tanti fatti, noi stiamo vivendo in questa epoca, tramite i griot è stato possibile conoscere molto e molti eroi.
Puoi insegnare e dire solo se tra loro chiedono. Una volta prendevano i tamburi per andare a trovare e cantare e in cambio gli davano animali, addirittura anche schiavi.
Ciò serviva anche per comunicare. Ora tutto ciò si sta perdendo: se uno non viene a chiedere non possono più comunicare con il rischio di perdere il ruolo del griot.
Vogliamo sapere qualcosa dei griot: il momento iniziale risale al tempo di Maometto. Allora c’erano due categorie di griot:
1) uno era puro: KOUYATÈ;
2) l’altro di meno: SAKHO.
KOUYATÈ : questo era un  vero griot, quello più puro e originario; era quello che suonava  all’inizio il Balafon. Il Balafon ora è fatto di legno, una volta era fatto di ferro. Anche la Cora dipende dai mandinga e vari altri strumenti.
Questi guerrieri, quando suonava il Balafon lo sentivamo suonare anche da lontano, vibrava.
Questo griot dava forza ai combattenti, anche a quelli che rimanevano indietro nelle battaglie. Ora lui non suona più. Suo nonno era griot e da generazioni hanno fatto sempre solo griot.
Il nonno di ritorno dalla battaglia ha portato con sé  3 schiavi. Lui è originario del Mali, non del Senegal. C’è di fianco a lui il primogenito: ma i suoi figli non sanno niente, non ha potuto tramandare niente. Tante cose che lui dice i figli le scrivono per rimanere tramandate.
Il griot ha un cuore puro ed è assolutamente contro la guerra  e porta la pace, il coraggio e la gioia tra la gente.
Come sono nati i SAKHO – hanno preso il ruolo dei griot ma non sono griot. Loro hanno dato i loro figli ai griot puri e così è iniziata la loro famiglia. Il griot può raccontare da Adamo fino ad oggi. La differenza tra raccontare e suonare non è così facile da spiegare perché ora i tempi sono cambiati, tutti corrono. Una volta  cantavano e  raccontavano, non c’era differenza.
Finirà che non vanno loro alla gente, la gente andrà da loro. Come si impara l’arte dal griot: è un dono,  le cose si accumulano nella testa e nella notte si sedimenta.

Poi hanno cantano per noi e il griot ha preso per mano le persone  e le ha accompagnate verso l’uscita della sua casa. Quando si entra in queste famiglie di griot si sente il calore dell’accoglienza. Tutti quelli che sono lì con noi, dai bambini, ai giovani, alle donne, sono cortesi e caldi con noi. Sono persone forti, pacifiche  e piene di passione, oltre che di genuina saggezza.

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