il paese dei griot, della musica, della vita e del valore della libertà (5/5)

Diario-appunti di  un viaggio in Senegal

27 dicembre 2008/11 gennaio 2009

quinta e ultima parte

7 GENNAIO 2009
Torniamo al mio shopping: lo shopping del mattino l’ho fatto al centro di artigianato ma prima c’è stato l’acquisto della stoffa per farmi fare un vestito in un baracchino che la vendeva.
Aveva belle stoffe, tutte molto belle; anche divertente trattare con loro.
Le donne senegalesi sono sempre gentili e ridono spesso, non sorridono, RIDONO!
Quindi scelta della stoffa, difficile perché tutte molto belle e poi è difficile immaginare l’effetto che hanno addosso e trasformate in vestito. Ci vuole comunque “coraggio” ad acquistare un tessuto sgargiante, loro sono molto libere da questo punto di vista e la loro forza ed il loro coraggio si capiscono anche dai colori che usano, dai modelli dei vestiti (alcuni sontuosi, come regine, altri immensi nelle dimensioni -come grandi madri- altri attillati che mettono in evidenza le sinuosità del corpo: le donne africane sono sexy. Quindi scelto il tessuto insieme a Valeria, ci siamo fatte accompagnare  dalla ragazza che ci ha venduto il tessuto dal fratello della stessa che fa il sarto e ci ha promesso il vestito per le 17. Prima però di andare da lui la ragazza ci ha portato a casa sua dove ha lasciato delle cose, ha preso con sé un bambino (figlio o fratello?) e poi ci ha fatto vedere la sua casa: che belle le case africane! Sono delle corti dentro la quali  c’è tutto:  acqua, elettricità, punto dove si fa il fuoco, punto dove si lava e ci si lava – punto con animali che servono per il cibo (capre), ecc… si cucina e si vive, tutto in comune.
Attorno girano le stanze. Quindi visitata la bella casa ci ha accompagnato dal sarto. Poi, prese le misure  e spiegato più o meno il modello, presi gli ultimi accordi, siamo andate al mercato artigianale. Qui abbiamo preso varie cose, ma la cosa sempre molto divertente è commerciare, tirare sul prezzo, scherzare con loro. Sono un popolo pacifico, veramente aperto e disponibile.
Dopo siamo andati al punto di incontro per tornare all’albergo per il pranzo.
Alcuni hanno preso il taxi altri (per esempio, io) il calesse. Che buffo! È stato proprio carino!
All’albergo pranzo con cous cous. Ah dimenticavo, oggi è la festa del cous cous e quindi… si mangia ovunque il cous-cous! Buonissimo!
Poi breve riposo e si decide di tornare allo shopping. Visto che avevamo fatto solo un breve giro nel vero mercato di  Tambacounda, decidiamo di tornare là.
Di nuovo a curiosare, qualcuno compra, ma si tratta veramente di un bel mercato, proprio un loro mercato quindi anche interessante perché si entra in contatto con loro, pochi parlano francese. Comunque una bella esperienza. Al mattino avevo anche visto il baracchino dei feticci (teste di scimmia vere!). Poi arriva l’ora di andare  dal sarto a ritirare il vestito, arriviamo ma  stava ancora lavorando. Ultimazione complicata del problema lampo (la mia si è rotta 3 volte!).
Poi tutte soddisfatte abbiamo preso un taxi che ci ha portato allo stadio, con alcuni timori per come era messo il taxi (cadeva a pezzi) e il tassista (fisico da body building),  siamo comunque giunte allo stadio in tempo per il concerto.
Tra il pubblico oltre noi ci sono i due griots che abbiamo incontrato poche ore prima e le famiglie al completo. È molto bello vedere queste enormi famiglie che vanno dai neonati ai super vecchi come stanno bene insieme, c’è un armonia e un equilibrio che sembra perfetto anche se chiaramente perfetto non è.
Quando vengono cantate le canzoni griot tutti si esaltano, ringraziano, cantano, ballano.
Purtroppo non siamo stati fino alla fine  e siamo partiti per l’albergo per la cena.
Dopo cena ultimi conti e poi  a finire zaino e dormire.
Domani ci svegliamo alle 5,30 e ci aspetta un viaggio, lungo e pesante!

8 GENNAIO 2009
Allora, oggi veramente  viaggio faticoso, soprattutto per via della strada sterrata, piena di dossi-buche ma che soprattutto ha  implicato, almeno nella prima parte, il sollevamento di una polvere fine,  rossastra e sottile che ci trovavamo costretti e respirare e che dà fastidio a occhi e gola.
Quindi, chi può, si concia come un tuareg!
Il paesaggio durante il viaggio è però bellissimo.
Passiamo vari villaggi sempre simili con capanne, veri e propri accampamenti. Ci sono spesso gruppi di capre o di zebù accompagnati da un pastore. Alex dice che si tratta sempre dell’etnia dei peuhl, hanno qualche caratteristica che ricorda i tuareg.
Il paesaggio è secco, molti baobab e piante a cespuglio e arbusto. Non è un viaggio comodo ma il paesaggio è veramente bello. È savana africana!
Dopo 7 ore di viaggio arriviamo a KAOLACK, una cittadina stra-caotica dove ci fermiamo per il pranzo. Pare essere una cittadina non povera (molte moto e auto o taxi non troppo malmessi). Stiamo andando a pranzo all’Hotel Relais. Si vedono resti di case coloniali (in rovina). Abbiamo mangiato bene, ci trovavamo sulle sponde di un lago, assolato e rilassante. Poi siamo ripartiti per il lungo viaggio residuo che si avrebbe portato sul Lac Ros a Campo Palal a 40 km da Dakar ove passeremo le ultime due notti prima di rientrare in Italia. Giunti al lago ci siamo sistemati in questo bel posto, tipo camping, con singoli Bungalow.
Bella sistemazione anche se gli interni sono mesti, pochissima luce e un po’ fresco la notte.

9 GENNAIO 2009
Al mattino mi sono alzata e sono andata a visitare il lago che cominciava a emanare un colore rosa/ruggine. Bello, molto ventoso. Dopo colazione una parte usa il 4 x 4 per fare il giro del lago mentre con Anna decidiamo di fare una passeggiata a piedi intorno al lago, per potere entrare meglio in relazione con le persone che ci stanno lavorando e per rimanere nel ritmo senegalese. Poi ci fermiamo ad un bel mercatino per turisti.  Raggiungiamo le saline dove arrivano anche gli altri e ci fermiamo ad ascoltare la spiegazione della raccolta del sale.
Ognuno può raccogliere il sale, basta avere una barca per andare nel lago. Ci viene quindi raccontato come si fa: bisogna andare dentro all’acqua, immergersi con un bastone di ferro lungo per spaccare la lastra di sale. Le persone quindi vanno in mezzo al lago si immergono fino al petto e cominciano a spaccare poi mettono con la pala il sale dentro al canestro. Quando è pieno lo sciacquano e lo mettono dentro la barca. Non possono entrare se non si proteggono con il burro  di Karitè. Fa bene bagnarsi per emorroidi, reumatismi e brufoli ma è bene stare al massimo 15 minuti se vogliamo fare il bagno perché il sale è molto irritante. Sotto ci sono alghe e microrganismi che lo fanno diventare rosso/rosa e che aumentano di intensità con il salire della temperatura. Il lavoro è molto duro: dentro l’acqua lo fanno solo gli uomini, le donne vengono a ritirare il sale che poi vendono. Non vengono pagati ma le donne vendono e vengono preferite agli uomini che vendono (sono privilegiate per il commercio). Vengono qui anche da altri paesi per fare questo lavoro.
Stanno circa due anni poi tornano al Paese con il guadagno, 30 euro 1 tonnellata di sale. Lavorano due giorni per settimane altrimenti si intaccano i polmoni. È un lavoro durissimo!
La schiuma, che vediamo nel frangersi delle onde sul bagnasciuga, viene prodotta dall’eccesso di sale, dalle onde, dal vento. Il vento (l’Harmattan) aiuta il procedimento, anzi lo fa diventare sale fino (lo raffina). Ora si sono organizzati per il sale. Ora c’è una guida che si è preparata sulla storia del sale.
Poi gli altri ripartono per andare alle dune di sabbia che si trovano sulla parte opposta del lago e dalle quali si vede anche il mare. Noi passeggiamo ancora un poco e poi torniamo indietro inseguite spesso da venditori in particolare una signora che non ci molla più.
Poi finalmente le faccio una foto insieme ad Anna e le lascio 300 Sefa! Si calma e va via, ma sempre allegra e ridendo: come si fa a non essere allegri con lei!
Poi torniamo per il pranzo. Mangiamo mentre ci sono musicisti e danzatori e un suonatore di cora. Poi si parte per Dakar centro.
Facciamo un brevissimo giro e andiamo in una libreria prima poi a comprare CD. Poi di ritorno una piccola puntata al mercato artigianale prima di ripartire per andare a casa di Alex. Dakar è veramente caotica, con il commercio ovunque. Tutti vendono tutto a tutti. Sono insistenti,  ma se dici no se ne vanno. Hanno indubbiamente una certa abilità, anche perché non sono mai scortesi, agiscono con discrezione e buon umore. Insomma vivere a Dakar non è  per nulla facile. Qui, per la prima volta, vedo qualche mendicante e gente seduta a  terra (poca).
Ora stiamo in bus: un traffico bestiale! Stiamo per raggiungere la casa di Alex per la festa finale, che bello il mio vestito nuovo africano fatto dal sarto di Tambakounda.

10 GENNAIO 2009
Andiamo a visitare l’isola di Goree, 1500 abitanti 1000 musulmani 500 cristiani. Piccola isola grande storia.
I primi a occupare Goree sono i portoghesi nel 1444 con Graz un navigatore. Sono i primi che hanno costruito le case e la casa degli schiavi. Qui ci sono passati 300 anni di tratta degli schiavi. L’isola è vulcanica, intorno ci sono pietre nere. La discesa della marea e l’erosione ha fatto emergere l’isola.
La parte attualmente più alta è la più antica. BER è il  nome originale di Goree; i portoghesi l’hanno chiamata l’isola della palma. Poi il  nome è stato cambiato dagli olandesi. Dopo gli olandesi, i francesi. Ora la fortezza /museo è dichiarato patrimonio  UNESCO (1978), 3 colori delle costruzioni giallo, ocra, bianco. C’è un monumento in omaggio ai medici deceduti nel 1800 per la  febbre gialla.
Il punto geografico di Goree ha facilitato il riferimento per il commercio degli schiavi: è il punto per avanzato verso l’ America. Nel 1492 scoperta l’America, si è incrementato il commercio degli schiavi.
Ci fermiamo in un punto ove c’è un albero con feticci-vodoo: era un pozzo. Qui ogni anno c’è il festival delle Diaspore e vengono da tutti i continenti. La canalizzazione è sta fatta sotto il mare dai francesi per portare l’acqua (1958). C’è una unica strada che congiunge le due estremità dell’isola ed è lunga 300 metri. L’albero emblema del Senegal è il  baobab, è  spugnoso e non si può ricavarne legno. Dentro al tronco è vuoto. Nel tempo è stato usato come tromba per i griot. Può vivere fino a 1000 anni. I griot venivano sepolti dentro al tronco per conservare la loro memoria. Proviene dal Madagascar. Il succo di baobab serve contro la diarrea. L’infuso delle foglie è contro la stanchezza. Con la corteccia si possono fare delle corde.
Sopra la cima dell’isola, la parte più alta dell’isola, si trova la zona più vecchia con un rifugio antiaereo e con il punto di difesa dell’isola. C’è un palo con scritto “la pace deve prevalere sullo sviluppo”. C’è anche un monumento alla diaspora sulla schiavitù: è una costruzione che rappresenta una  nave rovesciata, come un carapace di tartaruga: nei sotterranei delle casematte o dei bunker ora ci abitano persone, la maggioranza sono artisti. Torno al monumento alla diaspora: è gigantesco,  la parte della poppa è sotto e significa gli schiavi che sono morti mentre la parte della prua è bucherellata significa gli schiavi che sono sopravvissuti. Il carapace significa la pazienza per il tempo che si impiegava nello spostamento dall’Africa all’America.
La Casa degli Schiavi: è  l’ultima, le prime sono state fatte 1536. Questa è del  1776 fatta dagli olandesi. L’ultima vendita degli schiavi è stata fatta qui. I negrieri si mettevano sulla scala e gli schiavi in fila sotto, li battevano come animali. Prima passavano nella casa della pesatura. Bisognava pesare almeno 60 Kg. Il valore della donna dipendeva dal seno, se era a punta erano considerate vergini e valeva come un uomo di 60 Kg. Un uomo valeva 1 barile di rum o 1 fucile.
Un bambino valeva uno specchio, prima gli guardavano i denti. Se una famiglia si trovava qui dentro la separazione dei componenti era totale. Nessuno ha mai lasciato l’isola con il suo nome africano, lo schiavo prendeva il nome del suo padrone. Si è parlato di 100 milioni di schiavi, danno enorme per l’Africa. Gli uomini erano in una stanza separata. Avevano catene e palle di 15 kg ai piedi; stanza separata per i bambini; stanza per le  giovani donne, con bagno dentro. Come regola c’erano gli stupri. Per diventare libera, dovevi darti ai negrieri. Una volta incinta potevi uscire dall’isola e avere la cittadinanza francese. Quelli che non arrivavano a 60 Kg avevano una stanza e gli davano da bere dell’olio di palma per ingrassare in fretta. La permanenza nella casa era per 3 mesi (stanza temporanea); poi c’era anche la stanza per i ribelli, venivano impiccati per la schiena perché soffrivano di più. Poi dopo 3 mesi uscivi da una porta, uscivi dall’Africa: “La porta del non ritorno”. Poi fuori si aspettavano 3 mesi per imbarcarsi: nessuna possibilità di fuga.
Fa una certa impressione veder questi spazi, leggere sui muri le scritte, sentire la disperazione che traspare dal posto, così intensamente impregnato di disperazione. Davanti alla porta di non ritorno mi sembra di sentire come effettivamente oltrepassarla segnasse il chiudere per sempre una pagina con la propria vita, senza però sapere se qualcosa ancora si potrà avere o se trattava solo di resistere. Fuori dalla porta solo scogli e mare aperto…
Un isola così bella per un destino così crudele. Sì, si sente ancora scorrere il dolore…

Il  viaggio finisce con il rientro a Dakar e la partenza dall’aeroporto per Roma.
Il Senegal è un paese pacifico, la gente è povera anche se molti sembrano comunque avere un livello di vita  dignitoso.
I problemi sono tanti e soprattutto stanno cercando di interrompere le fughe sui gommoni, anche queste le potremo chiamare “ le fughe del non ritorno…”
Li uomini saggi, i griot, rappresentano una realtà culturale veramente unica che unisce la storia, la saggezza popolare e la musica, come elementi di forza per affrontare la durezza della vita quotidiana e che speriamo non vadano disperse nella corsa allo sviluppo, anche se i molti che sono venuti in Italia o che comunque hanno raggiunto l’estero, spesso anche la Francia, la Spagna, appena riescono tornano a casa e creano a loro modo le condizioni per potere vivere lontano dal disprezzo dei produttivi e dallo schiavismo moderno
Buona fortuna Senegal, e buona fortuna anche a noi che abbiamo avuto modo di crescere attraverso questa esperienza di incontro.

Gennaio 2010

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