Insulti

Decine di morti e centinaia di dispersi. E parlano di tragedia. Come se fosse una fatalità, una avvenimento decretato dal caso. Decine di città rase al suolo, cancellate per sempre dalla faccia della terra. Il sito di un giornale italiano troppo occupato dalle sconfitte della squadretta di calcio nazionale dice: le baraccopoli in riva al fiume sono state distrutte. Al leggerlo ho capito quanto il giornale e i suoi lettori non hanno capito niente. Ricordo alcuni amici amici italiani in visita a São Paulo: nel percorso aeroporto-hotel si guardavano intorno attoniti e domandavano ansiosi: “e quelle sono favelas? No? E là, sono quelle là? ” Non si rendevano conto che quello che vedevano erano gli immensi quartieri periferici e non le tipiche e pittoresche favelas che tanto desideravano vedere e in cui tanto desideravano entrare per poi magari poter dire al ritorno: “io ci sono stato e ho condiviso la sofferenza dei poveri”. Le città distrutte nel nord est, non erano favelas o baraccopoli, così come gli uomini ritratti oggi sul giornale non sono topi, non sono bestie: sporchi di fango e coperti di stracci si contendono pacchi di alimenti trovati tra le macerie di un supermercato. Quanti giorni sono passati dalla “tragedia”? Quasi una settimana: proprio mentre il presidente-nonno festeggiava il quindicesimo compleanno della nipote con una festa da quattrocento invitati: hotel di lusso, addobbato ispirandosi alla corte degli Asburgo (a quello che qui pensano che sia la corte degli Asburgo), la nipotina debuttante presentata in società con un bel vestito lungo balla il valzer col nonno orgoglioso e soddisfatto come l’imperatore dopo il congresso di Vienna. Oggi l’imperatore è in visita alle zone del disastro. Piange con la gente ferita e promette milioni e milioni di investimenti, di tutti quegli investimenti che non sono stati fatti fino a una settimana fa quando il fiume ha invaso le “baraccopoli” distruggendo tutto quel che trovava sulla sua strada. Gli amici italiani in visita quando con gli occhi contemplavano l’immensa “baraccopoli” da centomila persone in cui vennero portati per “condividere l’esperienza della povertà”, una cosa giusta la dissero: “……..” Non me la ricordo. Penso che era qualcosa inerente alla riforma agraria che una volta fatta avrebbe fermato il flusso migratorio dalle campagne alla città…, ma è passato tanto tempo e mi son dimenticato. E mentre il presidente piange nel nord est, centinaia di persone lo aspettano a Rio per la cerimonia di posa della prima pietra di un grande ospedale. Non si può rimandare, tra qualche giorno scatta il divieto, entriamo in campagna elettorale e ogni inaugurazione di opere pubbliche è severamente vietata. Il governatore legge una lettera del presidente. La gente è contenta lo stesso: la seleção sta andando bene e tra un paio d’anni la città-baraccopoli avrà l’ospedale promesso che fino a qualche settimana si sarebbe dovuto chiamare col nome di un ex governatore (ma che è stato condannato per corruzione e guadagni illeciti nella costruzione di opere pubbliche). Oggi invece la lapide inaugurata porta il nome di Dona Lindù. A Recife c’è una piazza con questo nome in cui una statua in omaggio alla “mulher nordestina” la donna del nordest, raffigura una ipotetica Dona Lindú con la sua nidiata di figli. Adesso darà il suo nome a un ospedale di Rio.

Il fiume corre nel terreno devastato da decenni di incuria. Le piantagioni di canna da zucchero per la produzione di Etanolo combustibile hanno distrutto la vegetazione nativa che equilibrava le correnti e “filtrava” l’eccesso di acqua delle inondazioni. Le città limitrofe si sono trovate sotto un’onda improvvisa che in pochi minuti ingoia le CASE, dico le CASE di migliaia di persone. Almeno sessanta morti negli stati di Alagoas e Pernambuco, centomila persone sfollate. L’esercito distribuisce coperte e vestiti. I magazzini delle città del sud traboccano di generi alimentari ma la gente coperta di fango e stracci oggi si avventa a mani nude tra la melma in cerca di briciole.

In Brasile non esistono tragedie ma insulti. Insulti che a forza di ripeterli assumono la forma della verità che inventano. “Baraccopoli” diceva il sito italiano. Hospital Dona Lindú dice la lapide che inaugura i lavori dell’ospedale. Quattrocento invitati al valzer viennese mentre il fiume senza più le foreste ad assorbirne le acque invadeva le città.

In piazza accanto al maxi schermo per vedere le partite c’è una tenda dove raccolgono donazioni da inviare alle popolazioni massacrate dall’inondazione: “Copa Solidaria”, coppa solidale. Il telegiornale dice che oltre a tifare per la nostra seleção dobbiamo esercitare la cittadinanza e aiutare attraverso donazioni i nostri fratelli brasiliani delle baraccopoli distrutte. Porterò un pacco di fagioli e un giubbotto che non uso più: l’ho comprato due anni fa a Parigi per quarantanove euro. Ma mi hanno imbrogliato: è già tutto scolorito. Quarantanove euro buttati via. Forse andrà a finire a uno di quelli della foto sul giornale, uno di quelli che si avventa sulla melma che copre il supermercato distrutto dall’onda, quello coi baffetti che saccheggia un pacco di riso contaminato.

P.S. Dona Lindù è il nome della mamma del presidente.