Invito del Presidente al convegno di Asiago

Pove del Grappa, 19 luglio 2010

«La vita è troppo semplice per essere facile.
Proprio per questo è difficile».

[Raimon Panikkar]

«Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie,
ma la risposta che dà a una tua domanda».

[Italo Calvino]

Amiche e amici carissimi,
avevo incontrato Lella più volte, di sfuggita, sempre sola, con il suo grosso cane, abbronzata e magrissima. Ci eravamo scambiati, sempre di corsa, un saluto e un sorriso. A me piace, incrociando persone sconosciute, che mi sorridano per strada e mi salutino, così, come facevano un tempo i viandanti che s’incrociavano in campagna. Nei piccoli villaggi o nei borghi di montagna l’uso resta ancora, ma diventa sempre più raro; in città addirittura si tinge subito di equivoco, non solo nelle stazioni affollate o nei bar, ma anche nelle scale di una struttura sanitaria. È bello vedere il viso dell’altro o dell’altra che si apre, che si illumina, in un’irradiazione istantanea di fiducia e di simpatia. È una forma di comunicazione non verbale, che trasmette sentimenti positivi. Sorrisi scambiati così in autobus, in treno, in aereo, rapidi messaggi senza parole, bastano a ritrovare il senso dell’umano, il valore dell’incontro gratuito, la possibilità rassicurante di rapportarci con i nostri simili.
Quel giorno Lella mi avvicinò al bar. Sedemmo allo stesso tavolo a bere qualcosa di fresco e lei ordinò un bicchiere di vino. Mi disse subito che, da quando era morta la mamma, aveva cominciato a bere. Beveva molto. Il marito medico, lei pure laureata in medicina, una buona posizione finanziaria, senza figli. All’improvviso, un giorno, è scoppiata la depressione, oscura e terribile. Una depressione che la isolava dal mondo esterno e la spingeva convulsamente a cercare conforto nella bottiglia. «Sono dipendente dall’alcol» – aggiunse, frenando con fatica l’emozione – «Psicologicamente non sono matura e non sono quindi in grado di sostenere grosse responsabilità». La rividi spesso. Si vergognava di se stessa. Era sempre sola, proprio lei che aveva bisogno di qualcuno che l’aiutasse a riprendere fiducia in se stessa, ad accettarsi. Un giorno, mi confessò sconsolata che aveva avuto problemi col marito: la voleva diversa, efficiente, produttiva. Lei si colpevolizzava per non essere all’altezza di quelle aspettative, fino a punirsi e autodistruggersi.
La sofferenza ci costringe, quasi sempre, a pensare. Pensiamo, infatti, per incontrare i modi e le maniere per eliminare la sofferenza, quando questo è possibile, o per dare un senso alla sofferenza quando essa non può essere evitata. Riusciamo a restare umani fino a quando esiste in noi la speranza della vita, della bellezza, della gioia e in quel momento siamo in grado di fare cose incredibili, ma tutto cambia appena perdiamo il senso della vita, appena ci accorgiamo che il “sale” è diventato scipito.
Si stanno allungando e moltiplicando i giorni neri, i giorni cupi, sul piano delle relazioni e delle speranze collettive. Sembra non esistere più un luogo creativo per una comunità educante. La bellezza è profanata, la bontà vilipesa, la fede oltraggiata, il cinismo vincente, il potere, pur schiacciando i poveri e deboli, si sente in pace e perfino “benefattore”, bambini nati per morire, figli di madri che, per avere tentato un riscatto, hanno lasciato in fondo al mare la vita, la dignità su un marciapiede e l’umiliazione di essere donna. La verità infangata, l’amore non amato, irriso, strumentalizzato, la giustizia comprata.
Quando sensazioni come queste si affollano è davvero duro credere che il mistero della vita sia la tenerezza di Dio e che la nostra verità di uomini e di donne sia la bontà e la giustizia. Credere che l’uomo sia una creatura buona, fatta a immagine di Dio, sembra proprio una patetica follia.
Oggi gli interessi particolari prevalgono su quelli comuni: basta vedere come la difesa dallo straniero e dal diverso sia sfociata nel razzismo e nell’intolleranza, come sia cresciuto l’individualismo, come siano dilagati la corruzione, l’evasione fiscale, la violenza per futili motivi, il bullismo, il disinteresse per la persona umana. Dal concetto di bene comune siamo scivolati a quello di interesse comune, dimenticando che il bene giova a tutti solo se fa crescere le persone in umanità, in consapevolezza, in maturità e non può esaurirsi nel concetto di utile.
Il modello vincente e più apprezzato è: «Se puoi prendere, prendi», «Se puoi fare, fai, senza limiti e senza scrupoli». È il nuovo comandamento, una prassi diventata sistema: così le varie forme di potere si diffondono e si volgarizzano. Non c’è solo il potere pubblico, politico, delegato, ma noi tutti abbiamo più poteri personali di un tempo. Abbiamo la possibilità di colpire attorno a noi, di odiare il nostro prossimo. Non occorre essere feroci per odiare l’altro, basta ignorarlo, abbandonarlo, respingerlo, basta solo fare gli affari propri e pensare che chi affonda, è affare suo. Non siamo più in grado di dire “no” alla follia del nostro sistema economico, all’oscenità di certa politica, alla contraffazione del vangelo, alla rinascita della schiavitù, alla deificazione della forza, alla dittatura del denaro, alla fame endemica di miliardi di persone. Siamo paurosamente inclinati su uno scetticismo universalizzato sulla reale utilità delle nostre proteste.
Prendendo atto di questa situazione drammatica e della nostra responsabilità collettiva all’impegno per un’educazione del cittadino all’uso del proprio potere, nel convegno delle famiglie e degli adulti ad Asiago, dal 27 al 29 agosto 2010 (vedi programma allegato) abbiamo scelto, come prioritario quest’anno, un tema che potrebbe aiutarci, con la presenza di ottimi relatori, ad analizzare i pericoli dell’attuale sfaldamento, suggerendoci anche strade nuove per dare vita a quel tessuto umano collettivo che è il bene comune:

«Se la democrazia non è pedagogia popolare, non esiste»

Come si può aiutare un popolo istupidito, rintronato dal clamore ipnotico e volgare? Rimproverarlo? Scuoterlo? Accusarlo? Si può fare, ma occorrono soprattutto esempi vivi. Ci sono, ma non sono visti. Il tentativo di visibilizzarli li deforma, li falsifica, perché vengono messi sullo stesso piano dell’apparenza fasulla e menzognera. Forse basta relazionarsi con umiltà, attraverso la conversazione personale, i rapporti di vicinato e la paziente comunicazione quotidiana. Più di tutto può valere il silenzioso modo di essere, che ognuno trasmette senza volerlo, nel percorso della propria vita. È lì che ognuno partecipa a fare la qualità del mondo e dei tempi in cui deve vivere. Solo dopo questo tipo di percorso umano e educativo, il lavoro politico diventa necessario.
Guardando con serenità e senza pregiudizi ideologici la vita sociale e politica dell’Italia di oggi, ci accorgiamo quanto il potere che abusa, diffidi anche della propria ombra. L’arroganza è confessione esplicita di paura e di debolezza. Tutto ciò non può che renderci reattivi per trovare ragioni di speranza.
La Chiesa predica molto (e fa bene) l’etica privata, fino all’ossessione, assai poco il limite del nostro potere nel potere altrui, che il mio diritto è il mio stesso dovere verso l’altro. Se io non ho doveri verso l’altro, l’altro non ha diritti. Se l’altro non ha doveri verso di me, io non ho diritti. La liberazione dai doveri è svuotamento dei diritti. Il diritto non è una pretesa: è la luce della dignità insopprimibile, che chiede e attende rispetto. Il Vangelo dell’amore non è solo una morale individuale, non è solo vivere di fede nella salvezza al di là del mondo, ma è pure morale personale in cui le opere della fede sono anche opere politiche.
Non è solo l’economia a condizionare la politica. L’economia è condizionata a sua volta dall’egoismo umano, che è distruttivo. La radice di tutto è nel profondo del cuore umano: questo non è spiritualismo, ma è lotta al regno becero della futilità trionfante, che è utile ai mascalzoni e addormenta i popoli, istupidendoli. In politica non si sogna: il giusto sogno è molto al di là della politica. Sembra che la politica decida, ma è decisa dal tipo di umanità che siamo e che sviluppiamo. I diritti fondamentali sono amicizia, sorriso e speranza (G. Capograssi).
A noi, pellegrini e viandanti, non basta piangere sui “tempi cattivi” (forse potrebbe servire ad alleggerirci il cuore), ma vogliamo ripartire e accendere fuochi di speranza, avere e dare fiducia all’umanità. Per questo Vi aspetto numerosi, indignati, motivati e speranzosi all’incontro di Asiago, dove nella dolcezza del paesaggio, vivremo la tenerezza del reciproco ascolto.
In attesa di vedervi in tanti, Vi abbraccio uno a uno con immenso affetto,
Giuseppe Stoppiglia