Jessica Cugini, 29 maggio 2010

Quando ho letto i nomi dei relatori ho quasi avuto la sensazione di essere a casa, perché il professor Barcellona ha una storia di impegno politico che mi ricorda tanto mio padre e Michele Serra ha accompagnato una parte della mia adolescenza, i miei primi passi in quella che allora era la F.I.G.C., ho dei bellissimi ricordi del settimanale di resistenza umana ‘Cuore’.
Quando ho iniziato a leggere il libro di Giuseppe ho ritrovato nelle pagine molte riflessioni che sono anche mie e  molti autori che amo da Bobbio a Gramsci, da Primo Levi a Erri De Luca. Per questo che, controcorrente, voglio proprio inziare dal libro di Giuseppe. Mi soffermo in quella pagina dove Giuseppe, durante un ritiro, si ferma a osservare un nonno e un bambino che giocano insieme e si compie, lui scrive, l’infanzia di entrambi.
Voglio partire da qui, da quel grande dono che è l’infanzia, che ricordiamo sempre con nostalgia e che ci piomba addosso nel momento in cui diventiamo genitori e vediamo il mondo attraverso i nostri figli, riscopriamo le piccole cose e ogni loro conquista, in qualche modo, è anche una nostra conquista, la prima parola, il primo passo, la prima frase compiuta… è un mondo che si costruisce anche dentro di noi, anche dentro di me che sono mamma di due bimbi di tre e un anno. I miei figli credo che siano la mia modalità di piantare alberi e costruire altalene. È questo ciò che faccio ogni giorno, che facciamo noi donne e che però non siamo coscienti dell’importanza delle cose che facciamo, prese dalle corse, dagli impegni, dall’essere sempre perfette, pronte a rispondere a tutte le esigenze quotidiane, ci dimentichiamo di quella cosa grande che facciamo ogni giorno che è crescere i nostri figli. Per fortuna ci sono loro che ci insegnano a rallentare, a dare il tempo alle emozioni, a capire quali sono le loro conquiste, e attraverso di loro impariamo a diventare persone diverse.
Oggi i bambini fanno esperienze diverse da quelle che possiamo aver fatto noi, hannno mille stimoli, sono circondati da diverse culture. Però è vero quel che scrive Giuseppe quando incontra i ragazzi di Macondo nei campi estivi, sono impegnati nel presente, ma temono il futuro. Una cosa che noi che veniamo dallo strascico della generazione che ha vissuto il ’68, abbiamo delle speranze che ci portano a vedere la vita più rosa di quello che ci appare solitamente.
La prima volta che ho portato al nido i miei bimbi ho pensato che alla fine erano davvero fortunati perché stavano vivendo con altri bambini che balbettavo l’italiano mischiandolo con altre lingue, avrebbero avuto un’infanzia di doppia ricchezza, perché sarebbero cresciuti accanto ad altre culture e nella loro semplicità avrebbero saputo riconoscersi come uguali.
Per questo ho tanta fiducia in questi alberi che stiamo piantando, piccole creature che ci costano comunque fatica; non sappiamo da un anno all’altro se avremo un lavoro, e nonostante tutto continuiamo a scommettere sulla vita, mettiamo al mondo figli, nonostante il grigiore che ci circonda vogliamo vedere la vita meno era di quanto appare.

Mi è piaciuto leggere nel libro, la possibilità di insegnare il futuro come responsabilità individuale, intesa come diritto e dovere di fare ciascuno la propria parte nella storia. Credo molto nella responsabilità individuale, nei piccoli passi che poi fanno il passo del mondo. E penso che avesse ragione Gramsci in quella pagina citata da Giuseppe: io odio gli indifferenti. Perché bisogna essere partigiani, occorre sporcarsi le mani, occorre combattere sempre e comunque perché non si può abdicare alla propria responsabilità, perché, come diceva il famoso giudice ragazzino, non ci sarà chiesto se saremo credenti ma se saremo stati credibili. Perché è sulla credibilità che noi ci giochiamo la battaglia di ogni giorno, per quanto oramai la credibilità sia un termine in disuso.
Oggi, come tutti i periodi bui, piantare alberi è più che una scommessa, è una scelta che si fa sperando che questi bambini possano godere in futuro l’ombra e i frutti di questi alberi; e quando costruiamo altalene lo facciamo nella speranza che facciano volare, provare l’ebbrezza del sole, l’emozione del fiato che manca quando si va verso il sole e poi si ritorna indietro. Insegnamo loro a darsi slanci di gambe, colpi di reni che li portino sempre più in alto avendo sempre ben salde le prese, perché si può cadere e anche se si cade rialzarsi perché si è protagonisti della propria vita e bisogna viverla e viverla in abbondanza.
Piantare alberi, costruire altaene, sono due azioni d’amore, di speranza.
E Giuseppe lo scrive nel suo libro l’amore è l’unico potere da cui nascono le cose. La famiglia e la comunità devono riapporpriarsi di questa responsabilità, che passa attraverso la cura della nuova generazione e dei nostri figli che non sono solo nostri ma anche degli altri. Bisogna riscoprirsi comunità e sentirsi responsabili di tutti i figli, perché sono il futuro.
Quando parliamo della possibilità dei giovani di scrivere un futuro differente non possiamo prescindere da un passaggio obbligato che è quello di ricevere in eredità il passato. E il loro passato siamo noi, abbiamo di conseguenza una responsabilità immensa. Impariamo dai vecchi, avviciniamoci, sono un bacino di sapere che non ritornerà più, bisogna saper attingere dal passato, sempre guardando avanti.
È difficile in questo momento, bombardati come siamo da messaggi che ci vogliono individualisti e concentrati sul raggiungimento del successo personale, ostentare i beni materiali o il proprio corpo. Le donne credo siano chiamate per prime all’appello, sottoposte a una massiccia campagna di mercificazione della donna.
Quando Giuseppe mi ha invitata, sono entrata in panico visti i nomi della serata,  e mi ha scritto una e-mail, quasi lo avesse percepito e mi ha scritto: “Parla di te”.
Io vengo da una scuola di giornalismo dove tutti i giornalisti quando vengono a tenere lezione perlano di sé. E ho pensato “Sarà una noia pazzesca”. Poi ha aggiunto, “Parla di te in quanto donna e madre”. E ho capito che in questo palco difficilmente qualcuno potrebbe parlare di questo, essendo tutti maschi. A volte il genere salva.
Parlo di me, parlo di donne. È tempo che cominciamo a parlare di noi, a proporre alle nostre figlie e figli un modello di donne diverso,  anche un modello di maternità differente, che non sempre passa attraverso la pancia, perché siamo madri di compagni, madri di amiche, di tutte quelle persone che accompagnamo nella vita. Noi che generiamo vita abbiamo la responsabilità di crescere uomini e donne differenti, aiutare le nuove generazioni a continuare a sognare e, soprattutto, a continuare a combattere.