Lettera di fine anno del Presidente

Pove del Grappa, 3 dicembre 2010

«Non domandare:
“Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?”,
poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza».
[Qoèlet 7,10]

«Quando cerchi Dio, Dio è lo sguardo dei tuoi occhi».
[Rumi]

Amiche e Amici carissimi,

c’è il sole mentre percorro a piedi la Valsugana, lungo la riva destra del Brenta, tra le contrade di San Gaetano e Collicello. È una tiepida mattina di ottobre e la valle si presenta luminosa, nella sua austera bellezza. Fra qualche ora, sulla montagna, arriveranno le prime nebbie, poi i nuvoloni neri fino al consueto temporale. A Valgàdena il sentiero si fa stretto e angusto, con impennate durissime, dominato da incombenti pareti di roccia grigiastra, su cui si allungano colate nere di umidità.
Continuando a salire, mi inoltro in un territorio lussureggiante di verde. L’umidità avvolge i tronchi degli alberi assediati dai muschi. Ai lati del sentiero il fitto del bosco (frassini, castagni, querce, faggi) è un mondo spugnoso, vivo, impenetrabile all’occhio. Nel sottobosco, custodito dentro vapori biancastri, immagino creature viscide che strisciano e si arrampicano nell’attesa di altra pioggia.
Arrivo nella piazzetta davanti alla chiesa del piccolo borgo di Costa. Silenzio. Sole e silenzio su questo terrazzo naturale. Il paese sembra assediato dalla natura che preme da tutti i lati, penetra tra le case e si appropria dei ruderi e dei sentieri, dei terrazzamenti un tempo coltivati. Qui l’assenza diventa un messaggio, che racconta quel che è accaduto. Abbandonarmi al piacere di una vaga malinconia è una tentazione, che assecondo. A mezzo chilometro, c’è Sasso Stefani, il borgo dove è nata mia madre. Le immagini rigogliose mi riportano all’infanzia povera e felice, anche se le case sembrano rimpicciolite e la gente più silenziosa.
Ho trovato chiusa perfino la chiesa, tozza come una contadina sformata dalle fatiche, fresca di restauri, ma come morta sul piccolo piazzale irregolare. Il prete non c’è più.

L’ultimo parroco è morto tanti anni fa. Selvatico e generoso, amante di Dio e della Chiesa con pudore e fedeltà. Il popolo all’inizio non lo capiva, urtato dai suoi modi e dalle sue parole, che di lui erano soltanto la corteccia. Sulla piazza o dall’altare, nei campi o a tavola, sul pulpito o al bar, la sua dura voce disse, per più di trent’anni, parole chiare e indisponenti, ma pronto a dare tutto a chi non aveva niente.
Morì poverissimo, senza lasciare nulla. Sul volto cespuglioso e scarno, la tristezza, per quella chiesa vuota, soprattutto di giovani, tutti emigrati in città, aveva scavato i segni definitivi. Lui, che aveva avuto la forza di opporsi al fascismo come pochi preti italiani, con la stessa forza si era opposto al comunismo. Violento e pudico, morì solo, com’era vissuto.
Appena morto, il paese sentì il vuoto che aveva lasciato. Tutti si resero conto che era stato l’unico prete capace di capirli e anche di ammansirli. Tutti, segretamente, anche i miscredenti, avevano fatto l’esame a sé stessi, di quanto male avevano detto di lui e del tanto bene che avevano ricevuto, sorprendendosi di aver guardato troppo al vino che beveva e non altrettanto alle cose cui rinunciava per gli altri. Solo più tardi si erano accorti che un paese, senza il prete, perde l’anima e diventa presto vecchio e triste. Sono passati più di trent’anni, ma il prete per sostituirlo non è più arrivato. La domenica c’è una messa sola, detta dal parroco che arriva trafelato dal borgo vicino.
Appena mi hanno riconosciuto, le vecchiette si sono avvicinate, pregandomi, senza lacrime, ma con un’amarezza irrepetibile, d’intercedere presso il vescovo perché mandi un prete. C’era in loro il dubbio che il rifiuto tanto duro nascondesse un segnale di castigo. «Ci verresti tu?» – mi sussurravano alcune, sorridendo con incredulità.
Partendo, ho guardato a lungo, da un gomito della strada, la tristezza delle case appoggiate le une alle altre, senza più la protezione del verde. Sulla soglia le donne continuavano a salutare con ampi segni di raccomandazione. La partenza mi sembrava una fuga, quasi un tradimento.

Il nostro continua a essere un tempo oscuro e confuso, sul piano delle relazioni, addirittura disperato. È morto l’uomo e resta solo la sua maschera.
Nel suo bel libro La morte del prossimo (Einaudi), il filosofo Luigi Zoja mette in evidenza come per millenni un doppio comandamento ha retto la morale ebraico/cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. A fine ottocento Nietzsche ha annunciato: «Dio è morto». Passato il novecento, non è tempo di dire che anche il prossimo è morto? Affermazione che è conseguenza della prima: amerai Dio nel tuo prossimo, il prossimo è una parte di Dio. Il processo necrotico è stato lento ma inarrestabile: l’essere umano, dipendente dal denaro e dalla macchina, è incapace di accogliere l’amore: non abbiamo più nessuno da amare.
Le parole conclusive di Zoja sono addirittura allarmanti: la globalizzazione è ben lontana dall’essere un evento economico. Ogni giorno ci sta sotto gli occhi una tragedia del mondo: la fame, malattie devastanti, le stragi dimenticate, i danni climatici. Ciò che merita la nostra compassione e richiederebbe il nostro amore si fa sempre più evidente, ma anche sempre più lontano, sempre più astratto, manca di profondità come gli schermi che ce lo comunicano.
La lontananza si è sostituita alla vicinanza. Le nostre città sono diventate un agglomerato di sconosciuti, dove ciascuno avverte, se non un senso di sospetto e di diffidenza nei confronti degli altri, un certo fastidio, leggero ma costante. Evitarli è diventata ormai una condizione per sopravvivere. Sui treni si parla al telefono coi lontani e non ci si degna di uno sguardo per i vicini. Lungo le strade si passa accanto al prossimo come si passa vicino a un muro. Tutto questo toglie alla condizione umana quella socialità, che appartiene alla nostra natura di “animali sociali”, e diventa la prima fonte della depressione, che in Occidente è la sofferenza psichica più diffusa e più insidiosa.

Con la parabola del buon samaritano, Gesù Cristo ha proposto un salto rivoluzionario: amare lo straniero. È istintivo pensare che questo scandalo sia stato un fattore non secondario dell’isolamento, dell’abbandono e della morte del Cristo stesso. Oggi si chiede un balzo morale simile, se possibile, ancora più assoluto. Non ricordo malattie, in epoche passate, che abbiano colpito l’anima come l’attuale. Questa peste è definita, con un vocabolo nostalgico e poetico, lontananza. Sotto questo linguaggio poetico si nasconde un danno mortale e apparentemente irreparabile. Questa lontananza sbocca in una morte annunziata: non c’è nessuno da amare.
Viviamo un clima sociale talmente ipocrita da spegnere e attutire qualsiasi sussulto di rivolta nei confronti del conformismo imperante, causa principale di un perbenismo che concilia il dirsi cattolico col vivere una vita d’immoralità e di menzogna. Sembra che fra l’idolatria e il Dio vero non ci sia più alcuna linea di demarcazione. Molti cristiani hanno trasformato Dio in un feticcio, un dio portato a garanzia dei sistemi di dominazione, che confonde e cancella il Dio delle Scritture, che è il Dio dei profeti, un Dio geloso dell’uomo, un Dio che ascolta il grido dei poveri e degli oppressi, che non se ne sta in cielo, impassibile, a ricevere il fumo delle vittime. Questo Dio non è stato molto predicato. È il Dio della liberazione che trova la sua piena e ultima manifestazione in Gesù Cristo.
Che Dio vada amato sopra tutte le cose non è una novità, che il prossimo vada amato come sé stessi, non è una novità. La novità evangelica sta nel fare, delle due cose, una cosa sola. Col mito dell’interiorità, che qui diventa intimismo, invece, abbiamo diviso il mondo interiore dal mondo esteriore, affermando che l’amore di cui parla il vangelo è un fatto che riguarda solo il mondo interiore (la salvezza dell’anima) e non quello esteriore. Se, per esempio, mettiamo in rapporto critico il sistema bancario del solo profitto (la quintessenza del sistema economico che ci avvolge e ci condiziona) con il principio cristiano dell’amore gratuito, veniamo considerati, ingiustamente, sciocchi. Dico ingiustamente perché affermare che l’economia deve andare per conto suo, con le sue leggi, e il principio cristiano dell’amore deve seguire separatamente la sua strada, è un’autentica eresia che colpisce nel cuore il vangelo e la verità umana.
Il mondo interiore è il luogo sorgivo delle relazioni esteriori (quelle che ci danno identità pubblica), ma non ha una sua autosufficienza. Assumere il mondo interiore come un mondo significante per sé stesso, è un errore fatto apposta per mantenere il mondo esterno così com’è. In realtà un Dio conosciuto solo nella sfera dell’intimità è un idolo, non è il Dio vero.

In questo clima di incertezza e di paura, vediamo che c’è il ritorno a forme religiose, che sono delle vere alienazioni perché riscoprono un Dio estraneo al mondo, un Dio che s’incontra quando si fugge dal mondo. Questo non è il Dio di Gesù e soprattutto non è il Dio dell’uomo, perché non si può realizzare un autentico cammino verso Dio senza passare per la relazione primordiale, costitutiva, che è il rapporto con l’altro, con il Tu. Parlare di Dio prima di quell’incontro, significa in realtà uscire fuori dalla verità perché farò di Dio qualcosa di deforme. Se mi rapporto all’altro con esigenza di dominio, posso anche essere religioso, posso anche pregare Dio, ma quel Dio non sarà che la proiezione della mia presunzione, della mia superbia, della mia sete di dominio.
Se, invece, una persona mette sé stessa in un giusto rapporto col povero, con l’orfano, con la vedova, con lo straniero, con lo sfruttato, con il prigioniero, parlerà di Dio con verità e il suo Dio sarà un Dio vivo e vero. Altrimenti sarà un Dio falso.
Non vorrei che le mie parole fossero pietre, perché essendo un uomo, non sono senza peccato. Far circolare le parole è un lavoro giusto. Di quelle giuste, il merito sta nelle parole stesse, di quelle sbagliate, la responsabilità è mia. Se gli errori, però, non sono detti, come si può correggerli? Anche se non sono pietre, alcune parole bruciano la pelle, come ferro che scotta prima la mano di chi lo usa. Eppure deve usarlo.

Macondo continua, nonostante gli scossoni e le frenate, nella sua strada di ricerca laica dell’amore di Dio dentro l’umanità sofferente e l’infanzia negata. L’incontro gratuito e la formazione restano i capisaldi delle nostre fatiche e delle nostre mete, proprio nel momento in cui la cultura terzomondista è finita e sta nascendo la fase dell’intercultura e dello scambio.
Io e Gaetano stiamo diventando vecchi, a volte pure stanchi, ma come per incanto vediamo attorno a noi nascere improvvisamente fiori e spuntare, inaspettate, nuove primavere. Questo grazie all’attesa vissuta accanto ai bambini di strada, alle vedove di Srebrenica, ai giovani e agli adolescenti italiani, bisognosi di spazi aggregativi e di maestri che camminino con loro in umiltà.

Siamo nella stagione dei rinnovi e vorrei tanto che lo fosse anche per i nostri cuori e per il nostro paese. Rinnovi con radici in fedeltà antiche. Auspichiamo questo anche per Macondo e la rivista Madrugada, che da vent’anni sorge e canta, ricordandoci impegni e responsabilità. Grazie a tutti, anche ai nuovi che si aggiungeranno, per l’aiuto e la condivisione che ci donate.

Vi auguro per la festa di Natale e per l’anno nuovo che va a cominciare di ritrovare la fede come forza viva, come capacità inventiva, confronto, coraggio, passione per l’uomo e per il vangelo.
Esistono cinque cose nella vita che non si recuperano: una pietra dopo averla lanciata; una parola dopo averla detta; un’opportunità dopo averla persa; il tempo dopo che è passato; l’amore per chi non lotta. Io ho ancora tante cose da fare e (se va bene) pochi anni da vivere. Scusatemi, ho fretta.

Vi abbraccio tutti e ciascuno con affetto e tanta tenerezza,

Giuseppe Stoppiglia