La solita strada

Allo spettacolo sacrifichiamo la dignità, ogni dignità. Allo spettacolo sacrifichiamo il pudore, ogni pudore. È inutile che mi metta a parlare dei programmi televisivi in cui procaci ragazze e palestrati giovanotti a torso nudo sfilano le loro nefandezze sotto gli occhi di tutti. È inutile che ricordi agli amici le scene da circo in corso tra le più alte cariche dello stato (in Italia) ( e anche qui). Però, oggi, se c’era un fondo da toccare ci siamo arrivati. Anzi abbiamo scavato un grado più giù. Stavolta se la sono presa con un bambino. Non con i meninos de rua intesi come entità astratta attraverso immagini sfumate, ma proprio con uno bambino specifico del quale conosciamo la storia e la vita. Uno di quelli che ci corre incontro e ci abbraccia. Il più debole di tutti. L’ultimo. La Tia Edith cerca in poche parole di descrivere l’accaduto. Io, traduco come posso.

Nel nord-est del paese, davanti alle calamità della vita, la gente più semplice, i dannati della terra, cantano una preghiera, una litania: Senhor misericórdia…

La solita strada

Vorrei raccontare quello che ho visto. Ci proverò.

Ha perso la gamba dopo una caduta da un treno merci. I meninos a volte spariscono all’improvviso. Arrivo in piazza, nella strada di sempre e non trovo nessuno. Passano alcuni giorni e, così come erano scomparsi, ricompaiono dal niente. Siamo stati in vacanza, Tia, dicono allegri con un sorriso che gli straripa dal viso. Vanno al mare, fino alla spiaggia di Santos, col treno della vecchia ferrovia. Salgono di nascosto sui vuoti e fatiscenti vagoni merci diretti al porto da dove tornano pieni di carbone e legna. João ha perso una gamba cadendo da uno di questi treni. Era in preda alle allucinazioni della colla, del solvente, della marijuana, del crack. Adesso si trascina nella zona col moncherino in mostra. Ci fa su un bel gruzzoletto, nessuno resiste ai sui occhi, al suo lamento di cane bastonato. Le monete vengono consegnate immediatamente ai trafficanti che nutrono il suo vizio. È alto così, tredici anni che sembrano otto. La stampella sosterrà il suo zoppicare per il resto della vita. Sporco come solo lui sa esserlo. Non voglio neanche immaginare il suo futuro. Non posso neanche immaginare quello che gli è successo.

Ieri, in un programma di TV che ha fatto del sensazionalismo la sua ragion d’essere, rivedo João. Sedotto dal presentatore suadente, indica i trafficanti alle telecamere. Non sa che questo può costargli molto caro. Il presentatore continua senza pietà a filmare la ripugnanza delle ferite, lo sconforto di questo mio figlio abbandonato: promette lauti regali nel caso lo accompagni fino a casa, nel caso il bambino lo porti fino dai suoi genitori.

Entrare in contatto con le famiglie esige una attenzione e una preparazione gigantesche. Tutelare il bambino è la priorità assoluta per non farlo soffrire ulteriormente. È necessaria una lenta e capillare approssimazione, uno studio della reale situazione per valutare l’opportunità dell’incontro. Sono entrata in baracche di favela, sono salita per sentieri di fango e mi sono calata nelle profondità dei tombini, ho esplorato le viscere dei cortiços e delle prigioni minorili: so molto bene di cosa sto parlando!

Il giornalista carica il menino in macchina fino a casa sua da dove, molto tempo fa, era fuggito in cerca di sollievo: troppa miseria, troppa violenza. Il rincontro con i fratelli, con la madre, con il padre, è filmato e trasmesso come una scena di tele-novela. Alla fine il “giornalista” parte. João vuole anadr via anche lui, vuole tornare nella solita strada tra la consolazione della droga e l’amicizia dei trafficanti. I genitori lo afferrano e lo trattengono con tutte le forze. João lotta per sopravvivere, ma viene immobilizzato delle mani laide dei genitori. Le sue urla escono dalla Tv per inondare di lacrime e rabbia il mio cuore impotente.

Adesso lo so perché non l’ho più incontrato. Il programma della televisione lo ha portato fino a casa sua, e là è stato consegnato alle “attenzioni” di due genitori criminali, senza nessuna condizione di mantenere né lui né gli altri otto figli. Ignoro quando siano state registrate quelle immagini. Ignoro quanto tempo sia passato dall’epoca de fatti fino ad oggi. Non so cosa gli è accaduto. So soltanto che nella solita strada il piccolo João non c’è più. E questa volta non è andato al mare.

São Paulo Brasil, XXI secolo

Edith Moniz

Nas ruas de sempre

Gostaria de contar o que vi. Tentarei. Perdeu a perna caindo de um trem de carga. Os meninos às vezes somem de repente. Chego na rua, na praça e não vejo ninguém. Passam alguns dias e reaparecem assim, do nada, da mesma forma como haviam sumido. Fomos viajar, Tia, dizem alegres com um sorriso que mal lhes cabe no rosto. Vão até a praia de Santos de trem pela antiga ferrovia. Sobem escondidos nos velhos e carcomidos vagões vazios, em direção ao porto de onde voltam cheios de carvão e madeira. João perdeu a perna caindo de um desses trens. Estava sob as alucinações da cola, do solvente, da maconha, do crack. Agora perambula por ai exibindo o coto. Consegue um bom dinheiro, ninguém resiste ao seu olhar e o seu lamento de cachorro ferido. As moedas são entregues na hora aos traficantes que abastecem o seu vicio. É desse tamanho, assim, treze anos parecendo um menino de oito. A muleta sustentará o seu claudicar pelo resto da vida. Sujo como ele só. Não sei o que será dele. Não sei o que aconteceu com ele.
Ontem, num programa de TV, que faz do sensacionalismo a sua razão de ser, revejo João. Aliciado pelo apresentador, indica às câmeras quem trafica e onde. Não sabe que isto pode lhe custar muito caro. O apresentador continua impiedoso a filmar a repugnância das feridas, o desamparo desse meu filho abandonado: promete presentes em troca de ir até a sua casa, até os seus pais.

Entrar em contato com as famílias exige um cuidado e um preparo gigantescos. Tutelar a criança é a prioridade máxima para que não sofra ulteriormente. É necessária uma lenta e cuidadosa aproximação, um estudo do meio para ver se realmente a retomada do contato seja oportuna. Já entrei em barracos de favela, já desci e subi em morros e bueiros, já desvendei as entranhas dos cortiços e das prisões: sei do que estou falando!

O “jornalista” carrega o menino no carro até a casa dele de onde, há muito tempo, havia fugido a procura do alívio: miséria demais, violência demais. O reencontro com os irmãos, com a mãe, com o pai, é filmado e transmitido como cena de novela. No fim o jornalista parte. João quer ir junto, quer voltar nas ruas de sempre nos braços da droga e da amizade dos traficantes. Os pais agarram-no com toda a força. João luta para sobreviver, mas é imobilizado pelas mãos imundas dos pais. Os gritos saem da TV inundando de lágrimas e raiva o meu coração impotente.

Agora sei por que não vi mais João na rua. Foi levado pelo programa para casa e ali foi deixado sob os “cuidados” de dois pais criminosos e sem nenhuma condição de criar nem ele nem os outros oito filhos. Não sei quando as imagens forma gravadas. Não sei quanto tempo passou da época dos fatos até hoje. Não sei o que aconteceu com ele. Só sei que o pequeno João não está mais nas ruas. E desta vez não foi à praia.

São Paulo, Brasil, século XXI

Edith Moniz