L’altare

È così convinto di farcela che non ha badato a spese. Venticinque mila reais per un viaggio fino ai confini del mondo. Al di là del fiume è l’America. È là che pensa di poter “subir na vida” diventare qualcuno. D’altronde lo vede tutti i giorni alla TV, gente che ce l’ha fatta, partita come muratore ora è padrona di una impresa edile; da semplice pizzaiolo, adesso dirige una catena di ristoranti. Anche lui è convinto di farcela. Attraverserà la frontiera illegalmente, entrerà in Texas e da lì a New York e Los Angeles è un passo. Oggi è il grande giorno.

Abitavano in un palazzetto da gran signori, costruito all’inizio del secolo XX, quando la città si arricchiva con l’industrializzazione e l’esportazione del caffè. Il comune decide di includere la vecchia tenuta nella lista dei beni architettonici da proteggere. Per la famiglia altolocata sarebbe la fine. Non potrebbero più disporre dell’unico bene rimastole. Organizzano il trasloco in tutta fretta e nottetempo demoliscono l’antica costruzione. Venderanno il terreno ad una banca. Oggi sul posto sorge un grattacielo di cento metri. La famiglia è tornata a nuotare nei soldi come era abituata a fare. I figli viaggiano ogni anno per l’America. Miami, Disneyworld. Las Vegas.

Possiamo comprare il mondo a rate. Lo ha detto il presidente. Lo ha ripetuto il probabile successore. Possiamo finalmente avere un forno a micro onde, la televisione al plasma e viaggiare in aereo. Alla quinta avenida di N.Y. oltre ai cinesi e alla mafia russa, chi compra articoli di lusso siamo noi. Non c’è male. La soja, l’etanolo e il petrolio. Siamo l’ottava economia del mondo.

Oggi è il grande giorno. Da Santa Efigênia, paesino sperduto tra le montagne di Minas Gerais, all’America! Ha speso i risparmi di tutta la famiglia, ma tra qualche mese inizierà a mandare i soldi a casa: dollari… Lo hanno ritrovato in un groviglio di corpi. I narcotrafficanti messicani stavolta hanno cambiato le regole del gioco. Se non paghi muori. Se paghi muori lo stesso. Settantadue corpi massacrati dalla mano assassina del “sogno americano” finito ancor prima di cominciare. La madre senza lacrime accetta come segno del destino la fine del figlio, ridotto a poltiglia di sangue nel deserto messicano. Il paese intero per un attimo si riconosce in lui, si vede come realmente è, poi chiude gli occhi e riprende la sua corsa.

I rampolli altolocati in vacanza a Disneyworld e Las Vegas si vergognano. Non vogliono che nessuno si accorga da dove provengono. Vogliono confondersi tra la folla, americana. Decidono che anche tra loro parleranno solamente in inglese. Per nascondere perfino da se stessi la loro origine: Brasil.

L’Altare

Sì perché qui tutto è già in rovina molto tempo prima di essere costruito. Tutto è ingoiato dalla volgarità dell’immobilismo, tutto è annullato dalla violenza di quello che sempre ci è stato promesso e mai mantenuto. Ci hanno ingannato per secoli e oggi che questi stessi secoli ci passano in faccia alla velocità delle immagini televisive fatte della plastica del nulla, crediamo con una forza sempre più intensa alle false aspettative che ci fanno ingoiare. E in questo nuovo paese sorto dalle ceneri del mio popolo massacrato… il nuovo paese sorto negli uffici di quattro maledetti economisti di turno, servi e leccapiedi di una corruzione senza limiti, il nuovo paese sorto dall’onanismo della gang che ci governa… continua a trasformare il suo, il mio popolo, la mia gente in seguace di un sogno fabbricato dai trafficanti dell’orrore. E il mio popolo ci ha creduto. Nasce un nuovo dio, il dio PIL. E l’uomo nuovo si plasma a sua immagine e somiglianza. Ma il dio Pil è un dio azteca. Il suo altare è il mio paese, os filhos deste solo ( dalla strofa dell’inno nazionale: dos filhos deste solo é mãe gentil, dei figli di questo suolo sei madre gentile, ndt), i suoi figli sono il sacrificio imposto. Niente più è allegria, niente più è gioia, amicizia, sorriso, amore, niente è spontaneo in questo mostro dalle fauci spalancate, tutto è premeditato, tutto è legge, cerimoniale, vita prefabbricata. Ci hanno affondato nel pozzo della paura e dello schifo di noi stessi. Hanno fatto di tutto perché cambiassimo concetti e parametri. E ci sono riusciti così bene che ora ci vediamo più brutti e più poveri di quello che realmente siamo, crediamo che senza di loro non possa esistere salvezza, che senza di loro siamo esclusi da ogni redenzione. Hanno privatizzato la nostra vita più segreta, i nostri sogni più intimi. Ci hanno spogliato della nostra tradizione e della nostra identità. Ci hanno presentato felicità aliene come le uniche possibili. E ci abbiamo creduto. Formiamo file enormi per salire in cima alla piramide dove ci aspettano per strapparci il cuore pulsante offerto in sacrificio al dio Pil. È il delirio, la fine. La morte. Il nulla. Poca, pochissima vita intorno a noi per tanta morte, per l’eccesso di violenza, per il fiato marcio della violenza propiziata dalla passività atroce, poca vita per tutti noi, esseri oscuri, vestiti di stracci nell’umiliazione delle nostre bocche senza denti, poca vita. Nell’oblio di parole vane e rumori, ci hanno trasformato nella caricatura di quello che vorremmo essere. Fuggiamo da noi stessi per non riuscire più a sopportare il vuoto delle menti e dei cuori. Vogliamo scappare lontano per poterci confondere e trasformare in grigio cenere i colori della nostra anima. E adesso eccomi là sdraiata, terra straniera, io menino sfigurato, sfera di luce negra a vagare nel vuoto delle coscienze. Eccomi là abbandonata nella pozza di sangue, eterna agonia della mia gente, sono e rimango là, imbevuta di menzogne…

Sull’immensa nazione brasiliana

Nei momenti di festa o dolore

Sempre sventola la bandiera

Simbolo di giustizia e amore

(da O Hino à Bandeira, L’inno alla bandiera)

São Paulo, Brasil, XXI secolo

Edith Moniz

O Altar

Sim porque aqui tudo é já ruina, antes mesmo de ser construído. Tudo é tragado pela vulgaridade da inação, tudo é anulado pela violência daquilo que sempre foi prometido mas nunca cumprido. Nos inganram por séculos e hoje que estes mesmos séculos passam na nossa cara na velocidade das imagnes televisivas feitas do plástico do nada, acreditamos ainda mais nos falsos anseios que nos botam goela abaixo. Este novo país surgido das cinzas do meu povo massacrado… o novo país surgido nos gabinetes dos malditos economistas de plantão, servos e lacaios de uma corrupção sem limites, o novo país surgido do onanismo da corja que nos governa… continua a transformar o seu, o meu povo, em seguidor de um sonho fabricado pelos traficantes do horror. E o meu povo acreditou. Um deus novo nasceu, o deus Pib. E o homem novo finalmente foi plasmado a sua imagem e semelhança. Mas o deus Pib é um deus asteca. O seu altar é o meu país, os filhos deste sólo são o sacrifício exigido. Nada é alegria, nada é expontâneo neste mosntro de boca escancarada, tudo é premeditado, tudo é lei, cerimonial, vida moldada. Nos afundaram no poço do medo e do nojo de nós mesmos. Fizeram de tudo para que mudássemos conceitos e parâmetros. Conseguiram de tal forma que nos enxergamos mais feios e mais pobres do que realmente somos, acreditamos que sem eles não pode existir salvação alguma, redenção alguma. Privatizaram a nossa vida mais secreta, os nossos sonhos mais intímos. Nos despojaram da nossa tradição e da nossa identidade. Nos apresentaram felicidades alheias como as únicas possíveis. E acreditamos. Formamos filas imensas até o topo da pirãmide onde nos experam para extirpar o coração pulsante oferecido ao deus Pib. É o delírio, o fim. A morte. O nada. Pouca vida a nossa volta para tanta morte, para o tamanho da violência, para o bafo da volência propiciada pela passividade atroz, pouca vida para nós, obscuros seres, vestidos de trapos na humilhação das nossas bocas sem dentes, pouca vida. No esquecimento feito de palavras vãs e barulhos, nos transformamos na caricatura daquilo que gosataríamos ser. Fugimos de nós para não suportar mais o vazio das mentes e dos corações. Queremos fugir mais longe para poder nos camuflar e tornar cinza o colorido da nossa alma.

E agora estou lá, terra estranha, eu menino desfigurado, esfera de luz negra vagando no vazio das consciências, Estou lá deitada na poça de sangue na eterna agonia do meu povo, estou lá, eu, encharcada na menitra…

Sobre a imensa Nação Brasileira

Nos momentos de festa ou de dor

Páira sempre sagrada bandeira

Pavilhão da justiça e do amor!

São Paulo, sec. XXI

Edith Moniz