Le chiese evangeliche 2

LE NUOVE CHIESE EVANGELICHE

Introduzione

Mi preoccupa il moltiplicarsi delle chiese evangeliche. La lingua batte dove il dente duole? Un prete non può non allarmarsi quando vede i fedeli lasciare in debandata la sua chiesa; ma io non sono un chierico geloso o allarmista, né un impresario che prima aveva l’intero mercato religioso e ora si ritrova con un solo stand. Mi preoccupa la dimensione e rapidità del fenomeno che pare tsunami. Per farvi un’idea, immaginate Treviso – mia città natale, di 90mila abitanti – invasa da centinaia di pastori con cravatta e auto-stima a tutta prova, che aprono oltre cento luoghi di culto dai nomi più fantasiosi e, pur in concorrenza tra di loro, attraggono quasi metà della popolazione che passa a vestire differente, venerare la Bibbia, riunirsi ogni sera… Treviso diventerebbe una Matrix.

E’ quello che sta avvenendo nella periferia di Manaus dove svolgo il mio lavoro pastorale. Mi assale il dubbio che il popolo sia imbrogliato, e il Regno di Dio stia regredindo invece di avanzare. Mi sento sfidato a capire le chiese evangeliche nella loro complessità e nei risvolti culturali.

Faccio anche l’esame di coscienza sulla crescita degli evangelici: è frutto di errori di noi cattolici? o è un kairòs, un evento provvidenziale? servirà a purificare la chiesa cattolica?

Siccome lavoro nella base, nella pastorale diretta, mi mancano tempo-strumenti-dati per uno studio più documentato e scientifico. Rivolgo l’invito a qualche universitario di scienze religiose che venga qui per fare la sua tesi di laurea sul fenomeno.

La tesi dovrebbe cominciare col distinguere due tipi di chiesa dentro alla “galassia evangelica”; e mi spiego ricorrendo all’esperienza di Paolo di Tarso. Paolo era giudeo educato alla scuola di Gamaliele, un fariseo ligio alla legge, meticoloso dal punto di vista etico-morale, abituato alla vita comunitaria di piccoli centri, dove la comunità religiosa, coordinata dagli anziani, controllava i suoi membri. Quando è approdato in Grecia, Paolo ha trovato una situazione ben differente: in città non ci sono persone unite in comunità; ci sono individui che confluiscono nei “no logo” a formare una massa assembleare. Paolo ha accettato la sfida della città e ha sviluppato una teologia urbana: ha sostitito l’esigenza rigida dei comandamenti con l’influsso gratificante dei carismi; il cammino di Gesù col soffio dello Spirito; la centralità della Pasqua con la Pentecoste. cf. 1Lettera ai Corinti.

Così abbiamo in Paolo due tipi di chiesa: la moralista e la pentecostale. Più tardi Paolo si corregge propondo i ministeri (servizi comunitari), invece dei carismi (doni personali). cf. Lettera agli Efesini.

Semplificando, potrei dire che a Manaus ci sono chiese sia nella linea giudaica-moralista, che in quella greca-pentecostale. A sua volta, le chiese “pentecostali” si distribuiscono in un amplissimo ventaglio: da quelle che garantiscono salvezza eterna, a quelle che garantiscono benessere spirituale terreno; dalle apocalittiche ed esorciste, a quelle centrate nella Parola di Dio, fino a quelle che sono “supermercato religioso” con inflazione di miracoli. In ogni caso, la linea pentecostale ha preso il sopravvento su quella moralista, influenzandola. Delle seconde chiese, pentecostali, vorrei dire, per cominciare, cosa non sono. Se disponessimo di più spazio, potremmo fare molti distinguo: inevitabilmente devo ricorrere a una presentazione abbastanza generica.

Le nuove chiese evangeliche non sono…

* Le chiese evangeliche non sono sette chiuse, fondamentaliste che segreghino, facendo un lavag-gio cerebrale sul tipo di Becky Fisher coi suoi Jesus Camp. E non c’è l’ossessione di intruppare le persone per una guerra santa, sul tipo dei bambini islamici preparati a morire come kamikaze per Dio/Allà. Anche le chiese evangeliche di ieri, pur moraliste, non arrivavano ad essere un ghetto.

* Le chiese evangeliche non sono chiese mandate e comandate dall’estero. Sappiamo, per es., che R. Reagan in vista della sua re-elezione alla presidenza degli Stati Uniti, aveva fatto ricorso ad una équipe di experts – sociologi, teologi, politologi – che studiassero la situazione del continente americano e elaborassero una strategia di politica estera; l’équipe aveva stilato il Documento di Santa Fé (1980-86) dove si afferma che gli Stati Uniti avrebbero avuto buon gioco nel continente solo rompendo il monolitismo della chiesa cattolica in America Latina. Reagan non esitò a foraggiare alcune chiese evangeliche, sia pentecostali che fondamentaliste, perché invadissero l’A.L., soprattutto il Brasile. Ma è storia passata. Gli Stati Uniti “consumisti” non sono più così entusiasti delle chiese evangeliche… che consumano solo Bibbia e qualche decimetro in più di stoffa per giacche e gonne castigate. Oggi le chiese evangeliche sono, nella quasi totalità, autonome, autosufficienti e nazionali.

* Le nuove chiese evangeliche non sono neppure vere chiese protestanti. C’è chi le chiama non evangeliche ma “evangelicali”. Basti ricordare le tesi 93-95 di Lutero che dicono:

Benvenuti tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo: Croce, croce!, mentre croce non c’è.

Si devono esortare i cristiani a sforzarsi di seguire il loro capo, il Cristo, attraverso le pene, le morti, gli inferni. E ad entrare nel cielo attraverso molte tribolazioni (Atti 14,22) piuttosto che confidarsi nella sicurezza di una falsa pace”.

Le nuove chiese sono semmai nella linea della new-age/next-age. Non croce ma adrenalina.

* Le chiese evangeliche non sono figlie del secolarismo. Materialismo pratico, secolarismo e relativismo svuotano le chiese cattoliche nel primo mondo. Ma qui la crisi del cattolicesimo (e del protestantesimo classico) s’accompagna a una rivincita del sacro. Semplicemente i cattolici sono invitati con insistenza a frequentare altre chiese e finiscono per accettare.

* Le chiese evangeliche non si originano dal conflitto tra tradizionalisti e profeti. Qui non c’è una protesta verso la chiesa cattolica perché tradizionale, o verso la politica “invadente e oscurantista” del Vaticano su temi sociali fondamentali. Semmai c’è una critica alla chiesa cattolica brasiliana, perché impegnata nel sociale… a scapito del bene spirituale delle anime. Altre critiche ai cattolici riguardano il poco studio della Bibbia, l’idolatria(?) del culto ai santi (Maria compresa) e alle immagini. Qui nessuno chiede lo “sbattezzo”, anzi molti si battezzano una seconda volta nelle chiese evangeliche. In genere oggi il proselitismo delle chiese rifugge dal confronto, dalle crociate. C’è ancora qualche chiesa che denigra il papa come anticristo e che si presenta come l’unica capace di salvare, ma la pubblicità evangelica oggi è piuttosto “ecumenica” e nella linea della concorrenza: ogni chiesa vende il suo pesce, invitando tutti – i cattolici in particolare – a participare alle celebrazioni evangeliche.

* Le chiese evangeliche non sono né dogmatiche né anti-dogmatiche. Dicono i sociologi che viviamo un tempo di cultura di massa, in cui il popolo vuole un’identità chiara, fatta di pochi precetti indiscutibili. La religione che più cresce oggi nel mondo è l’islam perché con i cinque pilastri meglio risponde a questa esigenza dogmatica; tra le chiese cristiane crescono quelle fondamentaliste; e dentro al cattolicesimo crescono i movimenti integralisti.

Ma nella cultura di massa, ci sono anche persone che preferiscono l’estremo opposto, di assenza di dogmi: tutto è relativo. La dottrina che meglio vi corrisponde è il buddhismo: non una tegola sopra il capo, non una zolla di terra sotto i piedi. Si va alla deriva, senza traumi. Anche il buddhismo è in crescita. Nella linea dell’anti-dogmatismo c’è il pentecostalismo, lui pure in espansione.

Dicono i sociologi che la chiesa cattolica perde terreno perché preferisce il centro, prendendo le distanze dal dogmatismo radicale e dal relativismo. D’accordo con questa analisi, i due ultimi papi avrebbero tentato di limitare i danni avvicinando la chiesa cattolica al terreno del dogmatismo.

Sarebbero le nuove chiese evangeliche dogmatiche? Esse hanno il precetto sacrosanto delle decime e dell’astensione dall’alcool, ma su altri punti transigono parecchio, senza però cadere nel relativismo. Si tenga anche presente che l’islam e il buddhismo qui sono irrilevanti, senza adepti.

Le nuove chiese evangeliche sono…

Dicendo cosa le nuove chiese evangeliche non sono, emerge l’interrogativo su che cosa esse siano. Accennammo sopra che il ventaglio è ampio, ma incontriamo più di un elemento comune a tutte.

* Le chiese evangeliche sono “sinagoghe”. Sono luoghi non propriamentre di celebrazione ma di lettura-e-studio della Bibbia (e di preghiera). I pastori partono da una pagina della Bibbia e fanno esegesi e commento, a volte con buona base, a volte con retorica moralistica, fino ad una apocalittica sadomaso. Insomma centrale è la predicazione; tale centralità mi ricorda la tradizione protestante come è presentata, per es., nei film americani, con i predicatori che fustigano i vizi, lanciano minacce divine e invitano alla conversione. Il volume e tono delle prediche è alto (al punto che i passanti commentano, con ironia: Pare che il loro Dio sia sordo!). A volte la predicazione è fatta da “neofiti” all’incrocio delle vie, con microfono.

* Le chiese evangeliche sono “punti ristoro spirituale”. Gli ambienti evangelici, saloni aperti direttamente sul marciapiede della strada, sono molto acessibili, senza “sagrato”, pronao, portico, recinto… E di preferenza sono localizzati sulle vie principali: in trecento metri di “avenida” ho contato, sui due lati, nove di questi saloni, con scritte cubitali e immagini del pastore fondatore, o simboli. Le chiese di solito rimangono aperte tutto il giorno, con un volontario di guardia a turno.

* Le chiese evangeliche sono “distributori… di miracoli”. Un loro denominatore è la preghiera di supplica per ottenere miracoli. Quelle evangeliche sono chiese della speranza certa. C’è chi considera questa caratteristica come l’elemento vincente: in tempo di cambiamento e instabilità economica-politica-sociale-psicologica, c’è struggente bisogno di ricevere l’aiuto dall’alto. Il tono delle preghiere crea una identità tra la fede di chi chiede e la certezza di ottenere la grazia. Per dar forza e fede alla supplica, non mancano celebrazioni con concentrazione di pastori. Ci sono celebrazioni finalizzate a miracoli specifici: grazia-miracolo della cura, della riuscita negli affari, dell’amore ritrovato, di esorcismo… E ci sono le testimonianze dei miracolati, cioè di persone che hanno risolto il loro gravissimo problema dopo essere entrati a far parte di quella specifica chiesa. Tra i “convertiti” molti sono i malati e rispettiva famiglia, che lasciano la comunità cattolica e passano a una chiesa che garantisce la grazia della cura, specie dal cancro, il male che non perdona.

Per i miracoli un palco privilegiato è la televisione. Si arriva all’assurdo di spazi noleggiati in tv commerciali, con 20 miracoli in diretta ogni ora. Slogan: Tu credi in Dio? Allora credi nei miracoli!

* Le chiese evangeliche sono “Ufficio Oggetti Smarriti”. In realtà, esse offrono ai cristiani il Gesù che era stato smarrito. Slogan: Io ho incontrato Gesù! E tu? Non si tratta di considerare il cristiane-simo più come una persona (Cristo) che come una religione; ma, d’accordo con la religiosità urbana cui si accennava sopra, è posto l’accento sull’orazione piuttosto che sulla morale. Incontrare Gesù non significa formale pentimento dei propri peccati e obbligo a una morale personale, famigliare, sociale. Significa partecipare alla predicazione della Parola in quella specifica chiesa. Anche qui possiamo dire che siamo davanti a un elemento vincente. Immaginate una donna che non riceve la comunione, non partecipa alla vita sacramentale o soffre grande disagio spirituale “perché non sono sposata in chiesa”, o per una situazione irregolare o un grave peccato… A un certo momento essa è abbordata da un evangelico che le dà la buona notizia che Gesù lo si può re-incontrare e non le chiede conto della vita coniugale, sessuale, sacramentaria… A lei è chiesto di convertirsi a Gesù accettarlo nella propria vita (è il fascino della conversione). La morale cui deve sottomettersi come convertita è: pagare le decime; non radere i peli e poco più. Se si tratta di un uomo, deve astenersi dall’alcool, usare camicia bianca e cravatta… Si arriva a pensare che il “boom” delle chiese terminerebbe se esse cominciassero a imporre un codice morale sul tipo della chiesa cattolica.

* Le chiese evangeliche sono ufficio anagrafe del paradiso. Esse si sono appropriate dell’afferma-zione del Concilio di Firenze (1442): “Fuori della chiesa non c’è salvezza!”. Non è più la chiesa cattolica che salva, né la pratica dei nove primi venerdì del mese, ma il battesimo in età adulta nella chiesa evangelica. Battesimo e participazione in una chiesa sono polizza di salvezza. Col battesimo va l’eliminazione delle immagini dei santi e delle candele, quasi-idoli che portano alla perdizione.

* Le chiese evangeliche sono “gabella delle tasse”. Basilare è la “strategia delle decime” (=10% del salario o dell’attivo di un mese di attività). La raccolta delle decime è un punto alto religioso e, più ancora, economico; infatti, ogni decina di persone assalariate che paghino le decime, fornisce un salario al pastore: è matematica. L’obbligatorietà delle decime è ribadita dal profeta Malachia.

Può un uomo frodare Dio? Eppure voi mi frodate e andate dicendo: «Come ti abbiamo frodato?». Nelle decime e nelle primizie.

Siete gia stati colpiti dalla maledizione e andate ancora frodandomi, voi, la nazione tutta!

Portate le decime intere nel tesoro del tempio, perché ci sia cibo nella mia casa; poi mettetemi pure alla prova in questo – dice il Signore degli eserciti -, se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi benedizioni sovrabbondanti! (3,8-10)

Malachia, il cui libro profetico è l’ultimo del Primo Testamento (o Antico T.), andava a bracetto con i sacerdoti del tempio; ed è il preferito dei pastori che nella loro predicazione ripetono:

Chi paga le decime è benedetto da Dio con l’abbondanza materiale,

chi non paga le decime è maledetto. Dio stesso dice che è solo provare per credere!

Diventa di somma importanza la testimonianza di fedeli che hanno provato e hanno ricevuto il centuplo. Grazie alle decime, le chiese evangeliche sono fonte di ricchezza. Le decime dei fedeli coprono le spese della chiesa (un problema che invece assilla la chiesa cattolica) e avanza un buon lucro per i pastori. La maggioranza delle chiese escludono iniziative sociali che richiederebbero tempo, strutture, risorse umane ed economiche, controlli statali e comunali: esse hanno deciso di limitare praticamente il ministero alle celebrazioni serali, che sono orario di punta o nobile. I pastori spesso sono liberi professionisti che arrotondano lo stipendio con le prediche serali.

* Le chiese evangeliche sono “case del lotto”. La Bibbia parla anche di offerte: i pastori studiano meccanismi per avere offerte quanto e più delle decime. I fedeli evangelici sono sorprendentemente generosi (al confronto le offerte dei cattolici sono ridicole). Le offerte lavorano come scommesse o azzardo. Forse la cosa si spiega dicendo che – chiedo venia – nelle chiese si può giocare e vincere. Chi sta al banco è Dio che è generoso e non bara. La posta in gioco è sempre alta: la salute per un malato grave; la ripresa economica di chi è in fallimento o in crisi; il superamento di vizi o di altri problemi tali da non vedere luce in fondo al tunnel: veri miracoli! Con la posta in gioco alta, anche l’offerta dev’essere alta. Si dà il caso di persone che donano tutto alla loro chiesa, perfino la casa, in vista del miracolo. Se il miracolo non avviene non ci sarà restituzione-risarcimento: il fedele non ne ha diritto perché egli stesso ha alienato volontariamente i suoi beni (come il giocatore al casinò).

* Le chiese evangeliche sono “teatri religiosi”. Non celebrazioni ma “show”. Un evangelico mi disse: “Chiesa è come squadra di calcio: a uno piace la squadra che è tifoso…”. L’uomo comune va nella chiesa come il tifoso va alla partita della squadra del cuore, senza problema rispetto alla verità.

Si tenga presente che gli abitanti di Manaus nella quasi totalità vengono dagli argini dei fiumi, dalla foresta o da altre regioni dove vivevano una vita “mansa”, cioè rilassata, seduti in riva all’acqua o sotto un albero… Venendo a Manaus, hanno accettato gli orari di lavoro del PI (Polo Industriale) della Zona Franca di Manaus (ZFM); ma di sera, a fine settimana e in tempo di ferie siedono sul marciapiede davanti a casa (a vederli dà una stretta al cuore), dove spesso improvvisano un piccolo bar. Col passar del tempo e con l’incentivo della televisione, sentono la necessità del divertimento. In città però i teatri e i cinema sono pochi ed esigono il biglietto d’entrata.

Ecco allora che le chiese offrono quasi ogni sera lo show religioso. Si tratta praticamente del monologo di uno o più pastori. La formula funziona perché la cultura amazzonica è orale e non scritta; e la parola di Dio ha un fascino irresistibile su tutti, uomini e donne. Raramente c’è qualcosa di piú teatrale: il corridoio della liberazione formato da 72 pastori (ricordando i 72 discepoli di Gesù), la distribuzione del fazzoletto unto, il battesimo sul fiume, la participazione di cantautori …

La celebrazione-show suscita candidati pastori: ogni fedele, coinvolto dalla retorica del predicatore, sogna di diventare lui stesso un pastore. Il reclutamento è semplificato dal fatto che non ci sono esigenze relative al celibato o al sesso. Tra i candidati a pastori, sono molte le donne e molte le coppie – marito e moglie -.

* Le chiese evangeliche sono “circoli a-politici” (con la politica della non-politica). La coloniz-zazione ha alienato e de-culturato gli indios e le popolazioni meticce; ha minato la participazione, e stabilito un meccanismo di dominazione politica autoritaria che concentra la ricchezza e il potere nella mani di pochi e garantisce l’esclusione della maggioranza. La mancanza di vere esperienze di democrazia riflette ancor oggi nella vita religiosa, oltre che nella politica.

Le chiese evangeliche non sono democratiche. Esse sembrano democratiche perché, essendo numerosissime, permettono a molte persone di accedere a un poco di potere. Le cattoliche CEBs (Comunità Ecclesiali di Base) che propongono una chiesa ministeriale con responsabilità e ruoli distribuiti democraticamente, hanno vita difficile perché vanno controcorrente. La CNBB (Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile) che dà direttrici per coscientizzare le persone, abbinare salvezza e liberazione…, è criticata di ingerenza indebita. La CNBB ritiene suo dovere aprire gli occhi dei fedeli, in particolare nelle elezioni: per questo censura i candidati corrotti, la pratica della compra-vendita del voto, le alleanze finalizzate a ottenere privilegi… I pastori evange-lici dicono che è anti-biblico entrare in politica, ma nell’ora delle elezioni trescano con politici corrotti; formano “feudi elettorali” di partiti di destra per poi averne favori; si presentano come candidati, obbligando i fedeli a votare per loro, dichiarando che se eletti favoriranno la loro chiesa…

Insomma, il popolo, assuefatto all’esclusione, preferisce participare non delle CEBs, ma di celebra-zioni a-politiche, dove ascolta, agita le braccia, dice “amen-alleluia”, talvolta prega in lingue o dà la sua testimonianza guidata e strumentalizzata, ma continua separando la fede dalla vita.

* Le chiese evangeliche sono filiali (tipo catene di supermercato). Per capire bene la strategia, occorre tener presente la “franchia”. Ci sono chiese che hanno saputo organizzarsi meglio, con più coraggio, perfino con spregiudicatezza, come la Chiesa Universale del Regno di Dio del “vescovo” Edir Macedo e la Chiesa Universale della Grazia del “missionario” R.R. Soares. Si tratta di chiese “elettroniche e supermercato” con filiali ovunque, anche all’estero; padrone di canali televisivi e di imperi economico-religiosi. Sociologi religiosi negano che si tratti di chiese e le definiscono come sette o, meglio, “imprese”. Esse oggi preferiscono clonarsi con la franchia: concedono il marchio a un pastore che ne faccia richiesta, in cambio di una percentuale sul guadagno. Dirigere una chiesa evangelica è un affare lucrativo e di modico investimento. In tempo di crisi, la carriera come predicatori è una possibile soluzione per operai e professionisti disoccupati o in difficoltà economica. Questo è l’iter che l’aspirante pastore deve seguire: frequentare un corso di formazione per pastori; prendere in affitto un salone; acquistare un centinaio di sedie di plastica (bianche, da giardino, per intenderci); comprare a rate una cassa acustica con microfono, entrare in contatto con R.R. Soares e aprire la filiale della Chiesa Universale della Grazia di R.R. Soares. Dovrà pagare una alta franchia (fino a 60%), ma c’è possibilità di guadagnare più di quanto guadagna(va) di salario. Se gli va male, il debito sarà piccolo e, chissà, sarà trattato col rispetto che si deve a un religioso.

* Le chiese evangeliche sono emittenti elettroniche. L’uso dei MCS è notevole, anzi determinante. Con il supporto della televisione le chiese evangeliche funzionano come micro-società: si riprodu-cono ogni giorno. Lo spazio che in Italia è occupato dalle tv a cabo, e tv commerciali, o da programmi di “info-imbroglioni”, qui è occupato da programmi religiosi, di buon livello artistico e musicale. A Manaus, l’emittente che meglio si sintonizza è “Boas Novas”, evangelica, con 24 ore al giorno di programmi religiosi. Grande spazio è dato alla musica, con generi che “mixano” ritmi conosciuti e ritmi religiosi. Molti sono i saggi di lezioni di Sacra Scrittura, accompagnati dalla propaganda di libri, corsi e DVD di specializzazione in Bibbia, con Laurea, Master e Dottorato…

* Elementi comuni – riassumendo e completando – sono,: la frequenza delle celebrazioni (quasi ogni sera, per due ore); la participazione del marito con la sposa; il vestito, quasi un’uniforme; il ruolo del canto e di una participazione elementare con “amen, alleluia”; uno spirito missionario-proselitista, frutto di entusiasmo e convinzione; l’uso-abuso di nomi e frasi bibblici ovunque: nei finestrini delle macchine, come nomi di edifici, nella conversazione, nel micro e macro commercio (essi sostituiscono i nomi dei santi che avevano invaso le colonie “iberiche”)…

Non mancano aspetti interessanti: di solito, chi “si converte” abbandona alcool, fumo, prostituzione; dovendo pagare le decime, comincia a organizzare la sua economia per poter essere fedele; sostituisce la Madonna e i santi con la Bibbia; passa a credere molto nei miracoli; compra CD e DVD di musica religiosa; diventa “Jesus freak” (cioé Gesù-dipendente, drogato di Gesù)…

A questo punto, mi permetto qualche osservazione.

Quanto alle decime. Praticamente è entrata la prassi pericolosa che qualsiasi (pastore) può prendere l’iniziativa di farsi “banchiere di Dio” per riscuotere le decime. L’Apostolo Valdemiro Santiago ripete alla tv che ha ricevuto da Dio la missione di arrivare in 3 anni a un milione di dizimistas (fedeli che pagano le decime). Se ci riesce, intascherà l’equivalente di centomila salari al mese! Inoltre, ricorrere a 3 versetti di Malachia, presi alla lettera, prescindendo dal contesto e del tempo in cui furono scritti, è terrorismo religioso a scopo di estorsione. Al tempo di Malachia, la pratica delle decime rispondeva alla struttura di una società teocratica con sovra-struttura religiosa pesante e che attendeva anche ad attività sociali. Gesù dizimista diede non il 10%, ma il 100%: Il mio corpo è vero cibo: chi lo mangia vivrà per sempre (cfr Gv 6).

Nell’Italia agricola la chiesa aveva stabilito il “quartese”: uno per quarata, o 2,5%. Le decime sono quattro volte il quartese! La chiesa cattolica in Brasile incoraggia (non obbliga) il cattolico a pagare una mensalità, ma è il fedele stesso che ne decide il valore, e la comunità che raccoglie le mensalità deve presentare il bilancio di quanto è entrato e come viene speso. Questa pratica è estranea alle chiese evangeliche, dove il pastore intasca le decime senza nessun rendiconto.

Quanto alle decime e alle offerte. Le persone, salvo eccezioni, si ritengono onorate a pagare decime e offerte. Questo forse si spiega culturalmente: gli amazzonici hanno una spiccata religiosità e pagare le decime è dare a Dio quel che è di Dio. Inoltre, essi hanno sofferto uno iato tra lavoro e ricchezza, infatti per gli indios tutto è comune perché è dono di madre natura; per i negri il lavoro non dava ricchezza allo schiavo ma al suo padrone. Lo “iato” continua in un’economia quotidiana senza calcoli, col denaro fluido: qui si chiede, si presta, si spende, si dona molto facilmente. Ma così i pastori diventano i furbetti del quartiere. Capita che la moglie del pastore testimoni truccata da popolana per provocare generosità. In questa strategia decime+offerte c’è la chiave per capire il moltiplicarsi delle chiese. A questo rispetto, grazie a Dio, i cattolici son meno sfacciati.

Un recente sondaggio nella nostra periferia ha dato questo risultato: oggi che garantisce il maggior guadagno non è né l’industria, né il commercio, ma la religione, anche perché essa è libera da tasse.

Quanto ai miracoli. C’è un clima di pan-miracolismo. “Tu credi in Dio? Quindi credi ai miracoli”. Uno dei miracoli più annunciati è quello della prosperità. Ma il miracolo dell’arricchimento non avviene per i poveri. Si dà il caso di industriali o commercianti in fallimento che sono stati aiutati a risollevarsi con prestiti di denaro (perfino con lavaggio di denaro sporco).

Quanto all’alienazione. Si direbbe che siamo all’opposto dell’obiettivo della religione che, a detta di A.J. Heschel, “dev’essere quello di contrastare… la banalizzazione dell’esistenza umana”. Siamo anche all’opposto della tradizione ebraico-cristiana: il popolo di Dio aveva ben presente la questione sociale, la giustizia, l’attenzione al bene comune, i diritti dei poveri. Coincidenza non casuale: le nuove chiese evangeliche si diffondono in un periodo in cui la giustizia è in ribasso nel pianeta (da 20 anni a questa parte) ed esse rinforzano una cultura di esclusione e manipolazione invece di costruire participazione critica e cultura democratica.

Considerando che la Bibbia è più antropocentrica che teocentrica, ritengo l’attuale “rivincita del sacro” come un malinteso. Il ricorso ossessionante a nomi e slogan religiosi pecca contro il terzo comandamento, di non nominare il nome di Dio invano. Personalmente, mi sento stomacato da questa invasione del vocabolario biblico-giudaico e sento molto la mancanza della “laicità”.

* Mettendo insieme i vari elementi presentati fin qui si capisce che le nuove chiese evangeliche sono “un affare per i pastori e una moda per i fedeli”. Moda non necessariamente nel senso peggiorativo, quanto nel senso che andare a sera ad una celebrazione è “in” ed è pratica molto diffusa. E’ ciò che… tutti i parroci da sempre desidererebbero avvenisse nelle loro parrocchie.

C’è poi il senso di conversione da cattolici-non-partecipanti in evangelici-fervorosi, decisi a colti-varsi spiritualmente attraverso la Parola di Dio. Sono uomini che durante il giorno lavorano in condizioni spesso disagiate, umilianti, ma a sera vestono bene, prendono la Bibbia sotto il braccio e, con la famiglia, si incamminano ad un salone-chiesa. Il pastore non ha fatto 4-5 anni di teologia, ma ha un bagaglio sufficiente, un linguaggio accessibile e nessuna tonaca che lo separi dalla gente.

In genere, i fedeli sono grati ai loro pastori: li vedono dedicati, accessibili, preparati; insomma simpatici. Mi ha sorpreso una bambina che mi disse: “Mi piacerebbe che tu fossi un pastore”. Stava facendomi un elogio, come dire che meritavo d’essere un pastore e non un prete obsoleto, superato.

Una lettura differente

* Dicevo in apertura: il fenomeno pare tsunami. Quindi, fin qui il discorso è stato, mio malgrado, apologetico. Ma bisogna riconoscere che la diffusione delle chiese evangeliche presenta delle virtù.

Per la verità, poche chiese evangeliche organizzano un lavoro sociale: con ragazzi e adolescenti, o per il ricupero di drogati, e meno ancora… di lotta per la riforma agraria; ma molte praticano le opere di misericordia. Ricordo qui le opere spirituali e corporali più praticate dalle chiese evangeliche: visitare gli infermi; visitare i carcerati; consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti.

In un articolo recente (Chiesa cattolica in picchiata, 18.10.2010) Maurizio Chierici dice degli evangelici, citando Frei Betto: “Essi stanno interpretando il post moderno con l’impegno di tener viva la spiritualità della gente. Senza di loro non ci sarebbe niente. [Noi cattolici] non ci siamo adeguati all’evoluzione dei tempi: gerarchie e abitudini rigide, non troppo diverse dagli anni della colonia. Nelle metropoli il concetto organizzativo della parrocchia appartiene ad un altro secolo. Se un fedele ha bisogno di parlare col suo prete deve prendere appuntamento una settimana prima. La gente è cambiata. Vuol parlare e subito. Essere ascoltata quando ha bisogno… La luce delle case d’accoglienza di pentecostali ed evangelici è sempre accesa”. Ci sono volontari che ascoltano, consolano, insegnano a parlare direttamente con Dio. Chi soffre li ritrova sulla porta di casa.

L’esame di coscienza della chiesa cattolica

Le chiese evangeliche provocano la chiesa cattolica ad una riflessione seria sulla sua identità e sulle sue omissioni. Per cominciare, c’è il problema che la chiesa cattolica è clericale, clero-dipendente, anche in Brasile e anche qui a Manaus, dove la conduzione delle comunità è pienamente affidata ai “ministri non-ordinati”. Il dilemma è che i pastori sono equiparati ai preti e sono dieci volte di più, mentre i “ministri non-ordinati” della chiesa cattolica – più numerosi dei pastori – sono considerati molto meno dei pastori. Allora in Brasile si sente la mancanza… di oltre 100mila preti!

La mancanza di preti, la resistenza a de-clericalizzare la chiesa e il veto a ordinare sacerdoti sposati o donne, spiegano perché la chiesa cattolica segni il passo.

Per la verità, Benedetto XVI nel discorso ai vescovi brasiliani a conclusione della visita ad limina (10.09.2010) sul problema dell’espansione delle chiese evangeliche, indica altre cause: l’evangeliz-zazione superficiale dei cattolici, la cui fede è fragile, spesso basata su un ingenuo devozionismo; e il proselitismo aggressivo dei nuovi gruppi religiosi. Ergo, il rimedio consisterebbe nella catechesi e nell’ecumenismo (sempre difficile). Ma i due motivi spiegano solo in parte l’esodo dei cattolici.

Ritengo inoltre che il problema va collocato più in alto e più in profondità. Non nella perdita quantitativa dei fedeli, ma sulla fedeltà della chiesa al suo Signore Gesù. La domanda allora è: I cattolici sono pronti a dar ragione della speranza che è in essi (1Pt 3,15)?

Una chiesa per il Regno. Sto riflettendo nelle comunità sull’identità della chiesa che è a servizio del Regno. Per motivi didattici, io prendo ispirazione dal versetto – che cito spesso – di Rom 14,17: il Regno di Dio è justizia, pace e gioia nello Spirito. Per corrispondervi, la chiesa dev’essere liberatrice (perché ci sia giustizia), tradizionale (perché ci sia pace) e carismatica (perché ci sia gioia nello Spirito). Insomma, una chiesa che si rispetti dovrebbe avere i tre livelli, nell’ordine.

* Il primo livello, il più importante, è quello della giustizialiberazione che, intesa biblicamente, è molto ampia perché significa vivere secondo la volontà di Dio. E Lui vuole che la casa del mondo sia il suo Regno, dove noi viviamo con molta dignità, come figli e figlie di Lui: preoccupati della pratica più che della ortodossia teorica; senza il dominio di alcuni ad opprimere i fratelli; senza esclusione, corruzione, avidità, miseria… Gesù Cristo ha affrontato la morte per essere fedele alla sua missione di giustizia-liberazione. Per vivere questo ideale sono nate in America Latina le CEBs.

Nelle CEBs (Comunità Ecclesiali di Base) si prende in una mano la vita (la situazione di oggi) e nell’altra la Bibbia. La Bibbia è lo specchio di luce a dirci qual è la volontà di Dio e su questo specchio proiettiamo la situazione per vedere se vi corrisponde. Laddove notiamo uno s-compasso tra la volontà di Dio e la situazione, ci rimbocchiamo le maniche e ci impegniamo a mettere in opera dei correttivi. “Vedere-giudicare-agire”. Ogni CEB è una comunità di dimensione umana, in rete con altre, e con la parrocchia, la diocesi e la chiesa universale.

I vescovi brasiliani e latino-americani hanno riconosciuto le CEBs come provvidenziali, suscitate dallo Spirito. Purtroppo gli ultimi due papi e l’alta gerarchia della chiesa hanno fatto terra bruciata attorno alle CEBs, alla Teologia della Liberazione e all’opzione per i poveri, accusate di essere viziate di marxismo. Le CEBs faticano a riprendere, adesso che il Documento di Aparecida (2007) le ha rilanciate (gli incontri che prima erano delle CEBs, ora sono piuttosto realizzati – in chiave biblica disincarnata – da qualche chiesa evangelica!). L’opzione per i poveri oggi è una scelta di pochi preti, suore e laici. La chiesa brasiliana, ieri profetica, s’è “moderata”: oggi essa non rompe, nella pratica, l’ingiustizia, le disuguaglianze che angosciano il tessuto sociale: da una parte c’è il pacchetto delle grandi famiglie (latifondisti, impresari, gerarchie politiche), dall’altra una alta percentuale di gente con problemi di sopravvivenza materiale e spirituale. Sappiamo del debole di Roma: non per la giustizia del Regno, ma per le borghesie devote all’Opus Dei o ai Legionari di Cristo. Questa tragica apostasia allontana la chiesa dalla sua missione e la rende “dispensabile”!

* Il secondo livello è quello della tradizione per avere pace. Il popolo brasiliano è molto religioso ed è molto pacifico (è passato attraverso i secoli quasi indenne da guerre). La tradizione religiosa ha giocato un ruolo di rilievo nella trasmissione di usi, costumi, credenze… Si vedano le feste, la dovozione ai santi, le benedizioni quotidiane dei genitori ai figli…, per restare nell’immaginario cattolico. Occorre qui specificare che in sé la religiosità popolare è una nave o un convoglio che può trasportare sia la coscientizzazione sia l’alienazione. Ma la religiosità tradizionale ha sofferto un duro colpo nel secolo XVIII e seguenti, ad opera di una romanizzazione imposta da Roma. Non più cappelle e capitelli, ma matrici o cattedrali; non più santi nomadi, ma il Dio insediato; non più feste agresti, ma celebrazioni liturgiche rituali; non più sodalizi di mutuo soccorso, ma confraternita del Santissimo Sacramento…

Oggi la religiosità tradizionale sopravvive nelle novene che nelle chiese o cappelle sono più frequenti delle messe. Purtroppo i testi delle novene – per es., della Novena del Perpetuo Soccorso, recitata ogni mercoledì nella maggioranza delle chiese – sono traduzioni di testi devozionali europei medievali. Queste novene non sono “coscientizzanti” e offrono il fianco alla critica degli evangelici, che le definiscono idolatriche. La vera tradizione per la pace (cfr. le sezioni parenetiche delle lettere di San Paolo) resiste nell’immaginario religioso del popolo di contadini, minatori-estrattivisti, artigiani… e anche nei migranti. Essa dà alla comunità cattolica un volto popolare-umano.

* Il terzo livello è quello carismatico della gioia nello Spirito Santo. Viviamo nel tempo dello Spirito; viviamo la missione dello Spirito. Gesù Cristo ha inviato i suoi discepoli in missione fino ai confini dello spazio e del tempo. Per questo con il Padre e da parte di Lui, Gesù ha mandato lo Spirito a vivificare la chiesa dei discepoli. Nei secoli i cristiani s’erano quasi dimenticati dello Spirito, come gli Efesini di Atti 19,2-5: Non abbiamo neppure sentito parlare che esista uno Spirito Santo. Grazie a Dio, oggi lo Spirito Santo non è più il grande sconosciuto. Ma è lo Spirito del Padre (creativo e misericordioso) e lo Spirito di Gesù (fedele e coraggioso), elargito nei nostri cuori? A volte pare uno spirito di religione misterica urbana! Lo Spirito di Pentecoste fa pensare alle CEBs, le quali vivono la lotta per il Regno nella prospettiva del martirio, come un’esperienza gioiosa!

= Una chiesa che armonizzi i tre livelli sarebbe gradita al suo Signore (e sarebbe umanissima!).

Pare, purtroppo, che la chiesa non sia capace di focalizzare bene ciascuno dei tre livelli, come ho appena mostrato. Peggio ancora, pare che la chiesa cattolica – tanto la gerarchia come le singole chiese e/o comunità – non riesca a mettere insieme in armonia i tre livelli, ciascuno impegnato a cancellare l’altro. Le CEBs non hanno pazienza e attenzione nei confronti della tradizione, del simbolico; le comunità più tradizionali non riescono ad attualizzarsi nei simboli e nel linguaggio (che sia antibellico ed ecologico); il Rinnovamento dello Spirito disgiunge la fede dalla vita; si crede kerigmatico e l’unico capace di scongiurare l’esodo dei cattolici verso il pentecostalismo…

Previsioni per il futuro

= Personalmente m’aspettavo che si arrivasse alla metastasi del boom evangelico. Ma non sono più così convinto. Io pensavo: le chiese, nascendo per iniziativa privata, moltiplicandosi fuori di ogni controllo, finiranno per esaurire il mercato dei fedeli. E quando l’offerta supera la domanda, si ha l’inflazione che porta alla recessione e alla crisi: questo in campo economico ma anche religioso. Pensavo: mancheranno fedeli-clienti per tante chiese, così finirà l’affare economico. Ma devo ricredermi: 50 famiglie danno al pastore 5 salari famigliari di decime e una somma almeno equivalente di offerte. Più che sufficiente! Nella mia area missionaria di oltre 20 mila famiglie (e 16 comunità cattoliche), c’è spazio per 400 chiese evangeliche. Attualmente non superano le 200.

= C’è anche chi sta preconizzando la fine del boom evangelico. Esso è sorto molto rapidamente, quindi sarebbe destinato a spegnersi altrettanto rapidamente. Non s’è trattato di una vera “pentecoste”, nonostante il nome di pentecostalismo: mancherebbero basi spirituali, mistiche e teologiche solide. E’ molto esteso, di superficie, ma non sufficientemente profondo.

= La configurazione attuale è di 60% cattolici di poca participazione e 40% evangelici convinti: un “quadro sociale nuovo” e non a caso i politici stanno corteggiando gli evangelici. Essi stanno influenzando la vita politica, economica e sociale seppure sia ancora presto per capire quanto.

= Attualmente la spiritualità degli evangelici non è originale, è importata e spesso alienante. Ma in futuro, chissà, può diventare un cammino di liberazione. Spiego: uma chiesa nella linea delle CEBs ci ricorda le comunità giovannee, specialmente dell’Apocalisse, in conflitto con l’impero romano; le chiese evangeliche ricordano piuttosto le comunità degli Atti (direi le comunità paoline e/o lucane) che non polemizzano con l’impero romano pagano ma, crescendo, lo svuotano di adepti. Forse il superamento del neoeoliberalismo più che dalla chiesa cattolica verrà dalle chiese evangeliche?

Obs. Ho messo volutamente fianco a fianco previsioni contrastanti, essendo il panorama estremamente ambiguo o ambivalente.

Conclusione

Il vento si alza,/ bisogna tentare di vivere! (Paul Valery)

I fedeli evangelici si sono alzati, ma manca loro quella umanità di pranzare con Matteo e di trasfor-mare in vino l’acqua di Cana. Un esempio banale: a Manaus aumentano le pizzerie che non servono la birra: gli evangelici stanno forzando una cultura analcolica, che può essere un elemento identita-rio ma che non risolve il problema dell’alcoolismo, come s’è visto con la legge del proibizionismo!

A Manaus un uomo, a sera, dopo un giorno duro o va alla chiesa evangelica, o continua ad andare al pub per beverci su. Mi domando: perché non va agli incontri biblici delle Comunità di Base, o alle riunioni civiche, o non resta in casa con i suoi?

Se l’invasione delle chiese evangeliche è – come dicono – fenomeno tipico di tutto il terzo mondo, esso dev’essere studiato con la stessa serietà che il neo-colonialismo del capitalismo neoliberale. Non avvenga che i “signori evangelici” siano le nuove elite locali che hanno imparato in fretta la lezione dell’uomo bianco di sfruttare e plagiare i suoi simili.

Mi domando anche perché l’alternativa debba essere chiesa cattolica “romana” o chiesa evangelica “anglosassone”? Alla finestra, mentre tramonta il sole – alle diciotto tutti i giorni di tutti i dodici mesi – mi domando: Se siamo nel cuore dell’Amazzonia, dov’è il canto dell’acqua? Dove il fremito degli alberi della foresta? Il jamburee dei papagalli? E sogno la storia che vorremmo e dovremmo costruire. Come contrapporre l’identità all’alienazione; l’inclusione al metodo dell’esclusione …

Per cominciare, occorre conoscere e riconoscere le differenze culturali, coperte dalla cenere della colonizzazione. E non solo affermarle, come anche sceglierne i valori in libertà per una costruzione dinamica, con i piedi a terra, in vista di una identità da terzo millennio. È la convivialità delle differenze, che deve stare anche all’orizzonte del primo mondo popolato di migranti.

Ma qui in particolare si tratta di ascoltare le voci dell’indio e della foresta che si condizionano mutuamente e si parlano: una lezione di vita per i problemi ambientali. Ci sono poi le culture meticce, come la cabocla-rivierasca, fatta di cameratismo, solidarietà, generosità, incline alla festa, lontana dall’ambizione e dall’accumulazione… Indios e caboclos hanno una fede in Dio non discorsiva, ma fatta di esperienza, vita, spiritualità del quotidiano; come viandanti la cui orma leggera non ferisce la Madre Terra e… il destino è nei pascoli eterni…

Intanto il sole è tramontato, è bene che prenda il mio breviario e reciti Compieta.

(P. Arnaldo DeVidi, pastoralista, missionario e specialista di intercultura)