Le cose per bene – Nowhere

Gesù si identifica con chi ha fame e sete, con chi è malato o prigioniero, escluso e oppresso. Coloro che per i “sapienti” sono la scoria della società per Dio sono gli invitati al banchetto.

(Frei Betto da “O dia em que vi Deus”, Il giorno in cui ho visto Dio)

Non potremo riposare fino a quando esisterà gente che sta morendo di fame (Dilma Rouseff, Presidente della Repubblica)

Esurivi enim, et dedistis mihni manducare (Jesus, Mt. 25; 35)

Il 4 ottobre del 1972 facevo la quarta elementare. Ho ancora tutti i quaderni rilegati in cuoio rosso. Imparai a memoria questa poesia dedicata a San Francesco, non ricordavo l’autore, con due click google mi dice che è Teresah, pseudonimo della scrittrice Corinna Teresa Gray Ubertis.

Francesco disse a Gesù:
voglio bene al sole,
voglio bene al cielo,
voglio bene al mare,
voglio bene al cuore,
che gode e che si duole,
ed a Suor Chiara
e a tutte le piccole sorelle,
pure alle rondinelle
ed a tutte le cose,
alle piccole ghirlande di rose …
e dovrei voler bene solamente a Dio grande …
Perdonami Gesù! …
Gesù rise con gli angeli
e rispose piano:
Voglio bene al sole,
voglio bene al cielo,
voglio bene al mare,
voglio bene al cuore,
che gode e che si duole,
ed a Suor Chiara
e a tutte le piccole sorelle,
pure alle rondinelle
ed a tutte le cose,
alle piccole ghirlande di rose …
e voglio bene al Santo,
a quel piccolo Santo
che mi somiglia tanto.

Bella, vero? Me la ricordo ancora, quando la studiai e quando venni interrogato, ho ancora la paura di sbagliare che sentivo poco prima di alzarmi dal banco e camminare verso la cattedra patibolare. Avevo visto il film di Zeffirelli pochi mesi prima e conoscevo l’argomento. Di Francesco sapevo proprio tutto. Il momento più toccante: quando entra nei sotterranei della conceria paterna e si rende conto della miseria dei lavoratori, sale sulla torre e lancia dalla finestra tutti i tessuti e le vesti preziose trovati in magazzino. In strada è la bolgia, il popolaccio a contendersi le ricchezze piovute dal cielo e lui alla finestra felicissimo anche quando Pietro Bernardone lo prede a botte e si dispera per la improvvisa pazzia del figlio.

La mia notte di Natale è cominciata qualche giorno fa davanti alla chiesa. Una stupenda chiesetta del ‘600, una delle più antiche della città. Semplice, senza orpelli, le pareti costruite con la tecnica dei primi coloni imparata direttamente dagli indios, un reticolato di pali ed aste di legno riempito di terra. Fin che potevo ogni anno ci portavo mia figlia a vedere i presepi di tutto il mondo esposti in una piccola sala. Tia Edith ci va spesso a messa con i suoi meninos, qualcuno di loro ha fatto lì la sua prima comunione “abusiva”, nel senso che si è avvicinato all’altare e senza tanti catechismi il sacerdote ha dato l’eucarestia anche a lui. Bellissimo. Davanti alla chiesa, anche nei periodi più neri, non vedi mai una guardia. Nel senso che le altre chiese la guardie davanti alla porta ce l’hanno tutte, invece qui chiunque può entrare. È facile trovarci gente addormentata sui banchi, non per dispetto, ma per necessità: appoggiata al sacco delle sue poche cose, con il mento tra le mani, occhi chiusi, barba di una settimana e vestiti da lavare urgentemente. Sono quelli che non ce l’hanno fatta a prendere nemmeno un pezzo di stoffa lanciato da Francesco, sono quelli che oggi non hanno mangiato e non riescono ad arrivare alle case di accoglienza perché non hanno più la forza di arrivarci, sono loro: i poveri. La notte, si sdraiano davanti al portico, una moltitudine di derelitti. La mattina girano l’angolo ed entrano nel convento da una porticina sul retro. Una doccia calda, il caffè. Chi vuole può partecipare alle tante attività che si organizzano tutti i giorni.

Manca qualche giorno a Natale ma lo striscione enorme sulla porta della chiesa è già lì: Não haverá ceia de Natal, non ci sarà la cena di Natale. Attraverso la strada, entro in sacrestia e cerco il responsabile. Che significa quella fascia, quella scritta? Ogni anno, da sempre, la notte di Natale viene distribuita una “cena” ai poveri che hanno la forza di trascinarsi fino lì. Il centro della città si svuota presto, per questioni di sicurezza le messe di mezzanotte non le dicono più da nessuna parte, tranne che in cattedrale. I centri di accoglienza notturna del comune chiudono. Un esercito di diseredati rimane totalmente abbandonato a se stesso fino all’indomani, quando passeranno quelli dello zuppone. La chiesetta del ‘600 è l’ultima spiaggia, l’ultima speranza di mangiare qualcosa: un recipiente di stagnola con riso, fagioli, un uovo sodo e un pezzo di carne. A ceia, la cena. Si è sempre fatto così. Lo striscione avvisa che quest’anno niente. Il responsabili spiega alla mia faccia attonita: “Si formava un fila immensa, veniva molta gente che non ne aveva bisogno e se ne voleva approfittare per mangiare gratis, non erano veri poveri, venivano un sacco di bambini con le loro madri ed intere famiglie dalle favelas, sporcavano dappertutto, mangiavano sdraiati per terra e facevano i loro bisogni contro il muro davanti a tutti, la piazza era un vero letamaio. E poi oltre a questa gente venivano pure i barboni, i moradores de rua, i peggiori in assoluto. Alcuni di loro vendevano la sportina per comprarsi la droga e il sagrato della chiesa si trasformava in un porcile con la gente che vomitava o che si metteva a fornicare (scusi la parola) dietro le colonne del portico, che schifo. Quest’anno abbiamo deciso di fare la cena solamente per i nostri poveri, quelli assistiti dalla associazione Pincus Pallinus, di farla dentro nel refettorio… . Non c’è più rispetto per niente, neanche per la chiesa… fare i bisogni qui davanti, era una porcheria quasi animalesca, anzi da vere bestie, ma non hai visto stamattina quanta gente dormiva qui davanti… pensa che tutti i giorni dobbiamo chiamare il servizio di pulizia del comune che passa con le pompe e un bel getto d’acqua… I nostri poveri sanno che per entrare devono appartenere all’associazione, presentare il tesserino. È meglio fare le cose per bene.”

Ecco, fare le cose per bene. Esattamente come si fa per bene nella casa di accoglienza notturna da loro gestita. Sotto il ponte, davanti al deposito di immondizia. Nello spazio ricavato tra la curva e la salita del viadotto vengono erette quattro pareti e una porta. Al ricambio dell’aria provvedono un paio ventilatori appesi al soffitto. Lo stanzone senza finestre alloggia il doppio di persone previste, d’altronde la domanda è altissima, cosa ci vuoi fare, i letti a castello sono lì per questo. Il cesso alla turca è roba turca di cui voglio dimenticarmi. Sulle teste passa l’autostrada e il traffico e il rumore e lo smog che lega il centro alla zona est e viceversa. Le cose per bene. Sotto al ponte le cose si fanno benissimo. “La doccia calda nel convento a partire da gennaio non sarà più possibile”. La mia faccia attonita continua ad ascoltare i motivi: “Gli uomini di strada non sanno riconoscere lo sforzo di chi lavora per loro, di chi dedica la vita alle loro sofferenze, sono proprio miserabili, ingrati, una razza di maleducati incorreggibili, este pais não tem jeito (per questo paese non c’è soluzione).”

I poveri sono matti. È un titolo di uno stupendo libro di Cesare Zavattini, maestro di cinema e letteratura. I poveri sono matti da legare, pazzi furiosi. Chissà dove si credono di essere. Vogliono mangiare tutti i giorni, perfino stasera, la notte di Natale. Non riesco a convincerli, i miei due amici, poveri e matti, si alzano dal muretto e mi invitano ad andare con loro. La chiesetta -dicono- la chiesetta ci darà pure qualcosa. Non avete il tesserino, non fate parte dell’associazione, non potete entrare, rispondo. Non c’è verso, non mi credono. Ci alziamo dal muretto e ci incamminiamo a grandi passi trascinando le nostre speranze. La porta è chiusa, la chiesa è chiusa, il cancello è chiuso, la piazza, la città, il mondo è definitivamente chiuso. La notte di Natale è tutto chiuso. La storia di Betlemme: i poveri hanno la porta chiusa in faccia, sempre. Doutor -continuano a chiamarmi così come sono abituati da quando ci siamo conosciuti un milione di anni fa: doutor, dottore- ma lei non deve andare a casa con la sua famiglia? Sono proprio matti i poveri: si preoccupano per me e non della loro fame. Andiamo, venite con me, cerchiamo un bar aperto. Eccolo là, un baretto infame. Non preoccupatevi ragazzi, stasera offro io. Feliz Natal doutor a lei e a tutta la sua famiglia.

Aspetto l’autobus nella piazza della chiesa-chiusa. Sono in ritardo per la cena, mi aspettano, moglie figlia e parenti tutti, tacchini panettoni e regali. L’autobus non arriva, passa un taxi ramingo. Come ogni anno, comincia a piovere. Un altro povero matto, furioso, delirante, sacco in spalla, piedi nudi, si appende all’inferriata e urla la sua fame ai muri più chiusi che mai. E se al portone bussasse Francesco, chissà se aprirebbero, chissà.

Siete pazzi, malati di mente, la festa non può durare in eterno, è finita, tornate a casa, potete togliervi dalla testa le illusioni e le speranze, accettate il mondo così com’è. Non dovete più avere dubbi, non dovete più pensare, non dovete più sognare: il mondo è questo e qui finisce il mondo, dall’altra parte del mare non c’è niente e chi cerca nuovi orizzonti sarà un semplice galeotto sulla nave della stoltezza: la terra che voi cercate non esiste, non ci può essere un altro luogo, non ci può essere, non ci può essere! (Carlos Fuentes, Nowhere)

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