Le nuove chiese evangeliche

Introduzione

Sul tema delle chiese evangeliche che mi assilla, si potrebbe dire: la lingua batte dove il dente duole.

Certo, un prete non può non allarmarsi quando vede i suoi fedeli lasciare la sua chiesa in bando.

Ma io non sono un chierico geloso o allarmista, né mi vedo come un impresario che prima aveva l’intero mercato religioso e ora si ritrova d’improvviso con un solo stand o una baracca del mercato.

Però la moltiplicazione delle chiese evangeliche pare tsunami o epidemia.

Per farvi un’idea, immaginate se Treviso, mia città natale, di 85 mila abitanti, fosse invasa da centinaia di pastori con cravatta e auto-stima a tutta prova, che aprono oltre cento luoghi di culto dai nomi più fantasiosi e, pur ignorandosi tra di loro, attraggono metà della popolazione che passa a vestire differente, venerare la Bibbia, riunirsi quasi ogni sera… Dovete convenire che Treviso diventerebbe strana, assurda come una Matrix. Ma è quello che sta avvenendo nella mia area missionaria. Temo e… mi auguro che si arrivi alla metastasi da un momento all’altro.

Mi assale il dubbio che in tutto ciò il popolo sia imbrogliato. E mi sento sfidato a capire la pervasione delle chiese evangeliche nella loro complessità e nei risvolti culturali. Rivolgo l’invito a qualche universitario a venire qui per farne una tesi di laurea di sociologia religiosa.

La tesi dovrebbe cominciare col distinguere due tipi di chiesa dentro alla “galassia evangelica”; e mi spiego ricorrendo all’esperienza di Paolo di Tarso. Paolo era giudeo educato alla scuola di Gamaliele, un fariseo ligio alla legge, meticoloso dal punto di vista etico-morale, abituato alla vita comunitaria di piccoli centri, dove la comunità religiosa, coordinata dagli anziani, controllava i suoi membri. Quando è approdato in Grecia, Paolo ha trovato una situazione ben differente: in città non ci sono persone unite in comunità; ci sono individui che confluiscono nei “no logo” a formare una massa assembleare. Paolo ha accettato la sfida della città e ha sviluppato una teologia urbana: ha sostituito l’esigenza rigida dei comandamenti con l’influsso gratificante dei carismi; il cammino di Gesù col soffio dello Spirito; la centralità della Pasqua con la Pentecoste (cf. 1Lettera ai Corinti). Così abbiamo in Paolo due tipi di chiesa: la moralista e la pentecostale. Si noti però che Paolo nelle sue ultime lettere corregge il tiro e dice che più importanti dei carismi sono i ministeri: il carisma è dono personale, il ministero è servizio comunitario (cf. Lettera agli Efesini).

Semplificando, potrei dire che a Manaus ci sono chiese sia nella linea giudaica-moralista che in quella greca-pentecostale. Ma con una modifica evidente: la pentecostale si assomiglia a un “supermercato religioso” e ha preso il sopravvento sulla moralista, influenzandola.

Delle seconde chiese, quelle “pentecostali-mercato”, per cominciare, vorrei dire cosa non sono.

Le nuove chiese evangeliche non sono…

* Le chiese evangeliche non sono sette chiuse, fondamentaliste che si segreghino o facciano un lavaggio cerebrale sul tipo di Becky Fisher coi suoi Jesus Camp. Qui non c’è l’ossessione di intruppare le persone per una guerra santa, sul tipo dei bambini islamici preparati per morire come kamikaze. Anche le chiese evangeliche di ieri, pur moraliste, non arrivavano ad essere un ghetto.

* Neppure si tratta di chiese mandate e comandate dall’estero. Sappiamo, per esempio, che R. Reagan in vista della sua rielezione alla presidenza degli Stati Uniti, aveva fatto ricorso ad una équipe di experts, specialmente sociologi, che studiassero la situazione del continente americano e elaborassero una strategia di politica estera; l’équipe aveva stilato il Documento di Santa Fé dove si afferma che gli Stati Uniti avrebbero avuto buon gioco nel continente solo rompendo il monolitismo della chiesa cattolica in America Latina. Reagan non esitò a foraggiare alcune chiese evangeliche, sia pentecostali che fondamentaliste, perché invadessero l’America Latina., soprattutto il Brasile. Ma è storia passata. Gli Stati Uniti “consumisti” non sono più così devoti delle chiese evangeliche… che consumano solo Bibbia e qualche metro in più di stoffa per giacche e gonne castigate. Oggi le chiese evangeliche sono, nella quasi totalità, autonome, autosufficienti e nazionali.

* Oserei dire che non si tratta neppure di vere chiese protestanti, almeno non di quelle classiche. Basti ricordare le tesi 93-95 di Lutero che dicono:

Benvenuti tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo: Croce, croce!, mentre croce non c’è.

Si devono esortare i cristiani a sforzarsi di seguire il loro capo, il Cristo, attraverso le pene, le morti, gli inferni. E ad entrare nel cielo attraverso molte tribolazioni (Atti 14,22) piuttosto che confidarsi nella sicurezza di una falsa pace”.

Le nuove chiese sono semmai nella linea della new-age/next-age. Non croce ma adrenalina.

* Le chiese evangeliche non sono figlie del secolarismo. Secolarismo, materialismo pratico e relativismo svuotano le chiese cattoliche nel primo mondo. Ma qui la crisi cattolica (e protestante) s’accompagna a una rivincita del sacro. Semplicemente i cattolici sono invitati con insistenza a frequentare altre chiese e finiscono per accettare.

* Le chiese evangeliche non si originano dal conflitto tra tradizionalisti e profeti. Qui non c’è un protesto verso la chiesa cattolica perché tradizionale, o verso la politica “invadente e oscurantista” del Vaticano su temi sociali fondamentali. Qui nessuno chiede lo “sbattezzo”, anzi molti si battezzano una seconda volta nelle chiese evangeliche. Semmai c’è una critica alla chiesa cattolica, perché impegnata nel sociale con la teologia della liberazione… a scapito del bene spirituale delle anime. Ma in genere oggi il proselitismo delle chiese rifugge dal confronto. C’è ancora qualche chiesa che denigra la chiesa cattolica e si presenta come l’unica capace di salvare, ma la pubblicità evangelica oggi è piuttosto “ecumenica” e competitiva: ogni chiesa vende il suo pesce, invitando tutti – i cattolici in particolare – a partecipare alle celebrazioni evangeliche.

* Chiese né dogmatiche né antidogmatiche. Dicono i sociologi che in un mondo di cultura di massa come il nostro, il popolo vuole un’identità chiara, fatta di pochi precetti indiscutibili. La religione che più cresce oggi è l’islam perché con i cinque pilastri meglio risponde a questa esigenza dogmatica; tra le chiese cristiane crescono quelle fondamentaliste; e dentro al cattolicesimo crescono i movimenti integralisti.

Ci sono poi persone che preferiscono l’estremo opposto, di assenza di dogmi: tutto è relativo. La dottrina che meglio vi corrisponde è il buddhismo: non una tegola sopra il capo, non una zolla di terra sotto i piedi. Si va alla deriva, senza traumi. Anche il buddhismo è in crescita. Nella linea dell’antidogmatismo c’è il pentecostalismo, lui pure in espansione.

Dicono i sociologi che la chiesa cattolica perde terreno perché preferisce il centro, prendendo le distanze dal dogmatismo radicale e dal relativismo.

Sarebbero le nuove chiese evangeliche dogmatiche? Esse hanno il precetto sacrosanto delle decime e dell’astensione dall’alcool, ma su altri punti transigono parecchio, senza però cadere nel relativismo. Si tenga anche presente che l’islam e il buddhismo qui sono irrilevanti, senza adepti.

Le nuove chiese evangeliche sono…

Dicendo cosa le nuove chiese evangeliche non sono, emerge l’interrogativo su che cosa esse siano. Naturalmente c’è una gamma di tipi differenti di chiese, sia nel gruppo delle chiese moralistiche, che in quello delle chiese supermercato; ma incontriamo più di un elemento comune a tutte.

Per cominciare, c’è la centralità della predicazione: i pastori partono da una pagina della Bibbia e fanno la loro esegesi, a volte con buona base, più spesso tra istrionismo e apocalittica sadomaso. Altro elemento è la localizzazione degli ambienti di celebrazione: prevalgono i saloni aperti sulle vie principali; in trecento metri di “avenida”, sui due lati, ho contato nove di questi saloni. Altro denominatore è la preghiera di supplica per ottenere miracoli; e ci sono le testimonianze dei miracolati, cioè di persone che hanno risolto tutti i loro gravissimi problemi dopo essere entrati a far parte di quella specifica chiesa. In campo etico si chiede di accettare Gesù nella propria vita, ma questo non significa pentimento dei propri peccati e obbligo a una morale personale, famigliare, sociale. Come già dissi, su una cosa non si ammette eccezione: pagare le decime; esse sono condizione di benedizione o maledizione da parte di Dio; alle decime vanno aggiunte le offerte. Altri elementi comuni sono: la frequenza delle celebrazioni (quasi ogni sera, per due ore); le partecipazioni maschile (il marito con la sposa); il vestito, quasi un’uniforme; il ruolo del canto e di una partecipazioni elementare con “amen, alleluia”; l’uso di parole bibliche (quasi nominate invano) sia nei nomi di edifici, sia nella conversazione e nel commercio; il supporto della televisione…

Non mancano aspetti interessanti: di solito, chi “si converte” abbandona alcool, fumo e prostituzione; dovendo pagare le decime, comincia a organizzare la sua economia per poter essere fedele; sostituisce la Madonna e i santi con la Bibbia; passa a credere molto nei miracoli; compra CD e DVD di musica religiosa; diventa “Jesus freak”, (cioé Gesù-dipendente, drogato di Gesù)…

Il segreto della riuscita

(La parte che segue è frutto di ricerca recente sulle chiese). Scoprire i segreti della riuscita del modello delle nuove chiese evangeliche può aiutare a completare il quadro della loro identità.

* Le celebrazioni delle chiese evangeliche sono “show”. Un evangelico mi disse: “Chiesa è come una squadra di calcio: a uno piace la squadra di cui è tifoso…”. L’uomo comune va nella chiesa che gli piace, come il tifoso va a uno stadio, senza porsi nessun problema rispetto alla verità.

Si tenga presente che gli abitanti di Manaus nella quasi totalità vengono dall’interno della foresta o da altre regioni dove vivevano una vita “mansa”, cioè rilassata, seduti sull’argine del fiume o sotto un albero… Venendo a Manaus, hanno accettato gli orari di lavoro del PI (Polo Industriale) della zona franca di Manaus; ma di sera, a fine settimana e in tempo di ferie siedono sul marciapiede davanti a casa (a vederli dà una stretta al cuore), dove spesso improvvisano un piccolo bar. Col passar del tempo e con l’incentivo della televisione, sentono la necessità del divertimento. In città però i teatri e i cinema sono pochi: ecco allora che le chiese offrono quasi ogni sera lo show religioso. Si tratta praticamente di monologo di uno o più pastori. La formula funziona perché la cultura amazzonica è orale e non scritta; e la parola di Dio ha un fascino irresistibile su tutti, uomini e donne. Raramente c’è qualcosa di più teatrale: il corridoio della liberazione formato da 70 pastori, la distribuzione del fazzoletto unto, il battesimo sul fiume…

Quanto alla chiesa cattolica, non pochi la vorrebbero “carismatica”, così mostrerebbe che a fare show non è seconda a nessuno. Eviterebbe così il salasso di fedeli che l’affligge.

* Insieme con lo show va “l’alienazione”. La colonizzazione ha riacculturato gli indios e le popolazioni meticce; ha minato la partecipazioni e stabilito un meccanismo di dominazione politica autoritaria che concentra la ricchezza e il potere nella mani di pochi e garantisce l’esclusione della maggioranza. La mancanza di vere esperienze di democrazia riflette ancor oggi nella vita religiosa, oltre che nella politica. Le CEBs (Comunità Ecclesiali di Base) che propongono una chiesa ministeriale dove responsabilità e ruoli sono distribuiti democraticamente, hanno vita difficile perché vanno controcorrente. La CNBB (Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile), specialmente ieri ma anche oggi, dà direttrici per coscientizzare le persone, abbinare salvezza e liberazione, aprire gli occhi dei fedeli, in particolare nelle elezioni. Ma la lotta della CNBB per la giustizia e la censura ai candidati corrotti è criticata dagli evangelici, come ingerenza politica antibiblica. Da parte loro, i pastori evangelici trescano con politici corrotti; formano “feudi elettorali” di partiti di destra per poi averne favori; si presentano anche come candidati, non facendo mistero che se eletti favoriranno la loro chiesa… Insomma, il popolo, assuefatto all’esclusione, preferisce partecipare non alle CEBs, ma a celebrazioni alienanti, dove ascolta, agita le braccia, dice “amen e alleluia”, talvolta prega in lingue, talvolta dà la sua testimonianza guidata e strumentalizzata, ma continua separando la fede dalla vita.

Se il mio esame della situazione corrisponde, dobbiamo dire che siamo all’opposto dell’obiettivo della religione che, a detta di A.J. Heschel, “dev’essere quello di contrastare… la banalizzazione dell’esistenza umana”. Siamo anche all’opposto della tradizione ebraico-cristiana: il popolo di Dio aveva ben presente la questione sociale, la giustizia, l’attenzione al bene comune, i diritti dei poveri. E Paolo non esita a dire che “il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rom 14,17). Coincidenza non casuale: le nuove chiese evangeliche si diffondono in un periodo in cui la giustizia è in ribasso nel pianeta (da 20 anni a questa parte) ed esse rinforzano una cultura di esclusione e manipolazione invece di costruire partecipazione critica e cultura democratica.

* Basilare nelle chiese è la “strategia delle decime” (=10% del salario o dell’attivo di un mese di attività). È innegabile che i pastori hanno studiato bene la strategia. Essi hanno deciso di limitare il ministero alle celebrazioni serali, escludendo iniziative sociali che richiederebbero tempo, strutture, risorse umane ed economiche, controlli statali e comunali. I pastori, in maggioranza, sono liberi professionisti che arrotondano lo stipendio con le prediche serali. Quanto arrotondino e chi li paghi, ce lo svela Malachia (3,8-10).

Può un uomo frodare Dio? Eppure voi mi frodate e andate dicendo: «Come ti abbiamo frodato?». Nelle decime e nelle primizie.

Siete già stati colpiti dalla maledizione e andate ancora frodandomi, voi, la nazione tutta!

Portate le decime intere nel tesoro del tempio, perché ci sia cibo nella mia casa; poi mettetemi pure alla prova in questo, – dice il Signore degli eserciti – se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi benedizioni sovrabbondanti!

Malachia è stato l’unico profeta che andava a braccetto con i sacerdoti del tempio. È il preferito dei pastori che nella loro predicazione ripetono: Chi paga le decime è benedetto da Dio con l’abbondanza materiale, chi non paga le decime è maledetto. Dio stesso dice che è solo provare per credere!

Diventa di somma importanza la testimonianza di fedeli che hanno provato e hanno ricevuto il centuplo. È già capitato che la moglie del pastore abbia testimoniato… truccata da popolana.

Ogni dieci persone salariate che pagano le decime, equivale un salario per il pastore; ogni cinquanta, sono cinque salari: è matematica. Inoltre, nella Bibbia si parla anche di offerte: i pastori studiano meccanismi per avere offerte quanto e più delle decime.

Ricorrere a 3 versetti di Malachia, presi alla lettera, prescindendo dal contesto di tutto il passo e del tempo in cui fu scritto, è terrorismo religioso a scopo di estorsione. Al tempo di Malachia, la pratica delle decime rispondeva alla struttura di una società teocratica con sovrastruttura religiosa pesante e che attendeva ad alcune attività anche sociali. Già al tempo di Gesù la pratica era differente e lui diede non il 10%, ma il 100%: Il mio corpo è vero cibo: chi lo mangia vivrà per sempre (cfr Gv 6).

Una cosa che sorprende è vedere come le persone, salvo eccezioni, accettano di pagare le decime e si ritengono perfino onorate a farlo. La cosa si spiega, forse, culturalmente (oltre che col terrorismo religioso cui accennavo): gli amazzonici hanno una spiccata religiosità e pagare le decime è dare a Dio quel che è di Dio; essi hanno anche uno iato tra lavoro e ricchezza, infatti per gli indios tutto è dono (di madre natura) e per i negri il lavoro non dava ricchezza allo schiavo ma al suo padrone. Lo “iato” continua in un’economia quotidiana senza calcoli, col denaro fluido: qui si chiede, si presta, si spende, si dona molto facilmente.

Ma così i pastori diventano i furbetti del quartiere. Faccio solo un esempio, reale. L’Apostolo Valdemiro Santiago per giorni e giorni alla televisione ripete che ha ricevuto da Dio la missione di arrivare in 3 anni a un milione di dizimistas (fedeli che pagano le decime). Se ci riesce, intascherà l’equivalente di centomila salari al mese!

NB. Nell’Italia agricola la chiesa aveva stabilito il “quartese”: uno per quaranta, o 2,5%. Le decime sono quattro volte il quartese! La chiesa cattolica in Brasile incoraggia il cattolico a pagare una mensilità, ma è il fedele stesso che ne decide il valore, e la comunità che raccoglie le mensilità deve presentare il bilancio di quanto è entrato e come viene speso, pratica questa estranea alle chiese evangeliche, dove il pastore intasca le decime senza nessun rendiconto.

* Continuando sul tema della strategia dobbiamo parlare di “azzardo”. I fedeli sono sollecitati a versare offerte, oltre alle decime. Anche qui sorprende l’entità delle offerte, al cui confronto quelle dei cattolici sono ridicole. Ma forse la cosa si spiega dicendo (chiedo venia) che le chiese sono “casinò religiosi” dove si può giocare e vincere. Chi sta al banco è Dio che è generoso e non imbroglia. La posta in gioco è sempre alta: la salute per un malato grave; la ripresa economica di chi è in fallimento; il superamento di vizi o altri problemi per chi non vede luce in fondo al tunnel: veri miracoli! Con la posta in gioco alta, anche l’offerta dev’essere alta. Si dà il caso di persone che donano tutto alla loro chiesa, perfino la casa, in vista del miracolo. Se il miracolo non viene non ci sarà nessuna restituzione/risarcimento, il fedele non ne ha diritto perché egli stesso ha alienato volontariamente i suoi beni (come il giocatore al casinò).

Il miracolo dell’arricchimento non avviene mai per i poveri, da quel che mi risulta. Ma si dà il caso di industriali o commercianti in fallimento che sono stati aiutati a risollevarsi con prestiti di denaro (perfino con lavaggio di denaro sporco).

* Per completare la strategia, c’è la “franchia” (franchising). Ci sono chiese che hanno saputo organizzarsi meglio e con più coraggio, perfino con spregiudicatezza, come la Chiesa Universale del Regno di Dio del “vescovo” Edir Macedo e la Chiesa Universale della Grazia del “missionario” R.R. Soares. Si tratta di chiese “elettroniche e supermercato” con filiali ovunque, anche all’estero; padrone di canali televisivi e di imperi economico-religiosi. Esse oggi preferiscono clonarsi con la franchia: concedono il marchio a un pastore che ne faccia richiesta, in cambio di una percentuale sul guadagno. Dirigere una chiesa evangelica è un affare lucrativo e di modico investimento. In tempo di crisi, la carriera come predicatori è una possibile soluzione per operai e professionisti disoccupati o in difficoltà economica. Questo è l’iter che l’aspirante pastore deve seguire: frequentare un corso di formazione per pastori; prendere in affitto un salone; acquistare un centinaio di sedie di plastica (bianche, da giardino, per intenderci); comprare a rate una cassa acustica con microfono, entrare in contatto con R.R. Soares della Chiesa Universale della Grazia e aprire la filiale R.R. Soares. Dovrà pagare fino a 60% di franchia, ma c’è possibilità di guadagnare ben più di quanto guadagnava di salario. Se gli va male, il debito non sarà alto e, chissà, sarà trattato col rispetto che si deve a un religioso.

* Mettendo insieme i vari elementi presentati fin qui si capisce che le nuove chiese evangeliche sono “un affare per i pastori e una moda per i fedeli”. Moda non nel senso peggiorativo, quanto nel senso che andare a sera ad una celebrazione è “in” ed è pratica molto diffusa. C’è nei fedeli delle chiese evangeliche anche il senso di “conversione” da cattolici-non-partecipanti in evangelici-fervorosi, decisi a coltivarsi spiritualmente attraverso la parola di Dio. Sono uomini che durante il giorno lavorano in condizioni spesso disagiate, umilianti, ma a sera vestono dignitosamente, prendono la Bibbia sotto il braccio e si incamminano ad un salone-chiesa. Ma vi incontrano una spiritualità non originale, bensì importata e alienante. Io ritengo che essi meriterebbero di più!

Conclusione

Penso a quei versi di Paul Valery: Il vento si alza, bisogna tentare di vivere! I fedeli evangelici si sono alzati, ma per quale livello di vita? Credo che Gesù ne avrebbe pena: manca loro quella umanità di pranzare con Matteo e trasformare in vino l’acqua di Cana (a Manaus sta diventando difficile trovare una pizzeria che serva la birra, tanto gli evangelici fan guerra agli alcoolici: si sta forzando una cultura analcolica!). A Manaus un uomo a sera, dopo un giorno duro o va alla chiesa evangelica, o continua ad andare al pub per beverci su. Mi domando: perché non alle Comunità di Base o a riunioni civiche o in casa con i suoi?

L’invasione delle chiese evangeliche – mi dicono – è fenomeno tipico di tutto il terzo mondo: quindi dev’essere studiato con la stessa serietà che lo sono il colonialismo e neo-colonialismo. I “signori evangelici” sono le nuove élite locali che hanno imparato in fretta la lezione dell’uomo bianco di sfruttare e plagiare i suoi simili.

Alla finestra, mentre tramonta il sole – alle diciotto come ogni giorno dei dodici mesi -, mi domando: Se siamo nel cuore dell’Amazzonia, dov’è il canto dell’acqua? Dove il fremito degli alberi della foresta? Il jamburee dei pappagalli? E sogno la storia che vorremmo e dovremmo costruire. Come contrapporre all’alienazione l’identità; al metodo dell’esclusione, quello della partecipazione… Per cominciare, occorre conoscere e riconoscere le differenze culturali, coperte dalla cenere della colonizzazione. E non solo affermarle, come anche sceglierne i valori in libertà per una costruzione dinamica, con i piedi per terra, in vista di una identità da terzo millennio. È la convivialità delle differenze, che sta anche all’orizzonte del primo mondo popolato di migranti. Ma qui in particolare si tratta di ascoltare le voci dell’indio e della foresta che si condizionano mutuamente e si parlano: una lezione di vita per i problemi ambientali. Ci sono poi le culture meticce, come la cabocla-rivierasca, fatta di cameratismo, solidarietà, generosità, incline alla festa, lontana dall’ambizione e dall’accumulazione… Indios e caboclos hanno una fede in Dio non discorsiva, ma fatta di esperienza, vita, spiritualità del quotidiano; come viandanti la cui orma leggera non ferisce la Madre Terra e il destino è nei pascoli eterni…

Intanto il sole è tramontato, è bene che prenda il mio breviario e reciti la compieta. (p. Arnaldo)