Lettera del Presidente, Maggio 2010

Pove del Grappa, 26 aprile 2010

«Non intendo (vivere) la fede che fugge dal mondo
ma quella che resiste nel mondo e ama e resta fedele (a Dio)».
[Dietrich Bonhoeffer]

Amiche e Amici carissimi,
l’uomo anziano, piccolo e magro, vacillò davanti alla chiesa del Carmine e si sedette adagio sul gradino, in silenziosa e composta dignità. Il viso sbiancato, gli occhi color del cielo impauriti. Mentre mi chinavo su di lui, ripeteva in continuazione, con i gesti, più che con la voce, «non ho bisogno di nulla, grazie». Accettò del denaro con ritrosia. Mi offrii di accompagnarlo, chiedendogli dove abitasse. «Qui vicino, in una cantina, piccola e piena di topi, che si mangiano anche i panni», rispose, mostrandomi la giacca lacerata. «Non voglio andare all’ospizio», ripeteva preoccupato. «A mezzogiorno vado alla mensa dei frati, per il resto mi basta poco, così sono libero di andare e venire, perché, chiuso dentro, non sto bene».
Appena gli accennai all’opportunità di un’assistenza a domicilio, di cure mediche in caso di malattia, lui mi guardò incredulo, stringendosi sulle spalle, con quegli incredibili occhi azzurri. Aveva un sacchetto di tela per metterci pane e qualche frutto, un po’ di latte e quello che poteva racimolare in giro, ma non chiedeva mai elemosina. Alla fine mi permise di accompagnarlo per un tratto di strada, ma, al primo semaforo, mi congedò cortesemente. Lo incontrai altre volte, mi riconosceva subito e sorrideva con gratitudine. Poi non  l’ho più visto, sparito, inghiottito dal nulla. Nessuno ha mai saputo raccontarmi qualcosa di lui.

Quando cammino nei boschi e vedo gli alberi malati morire
in silenzio a poco a poco, mi accade istintivamente di pensare a Simone, un giovane di 26 anni, che incontrai due anni fa a Bologna, in una domenica d’agosto, alla Festa dell’Unità, dove ero relatore a un dibattito sul volontariato. Curiosando tra le bancarelle, disseminate di pubblicazioni ormai introvabili, avviammo una conversazione gradevole e sincera. Piccolo, baffi e cappelli rossicci, tenuta nera da motociclista, sorriso pulito e occhi melanconici, si guadagnava da vivere in un collegio per handicappati. Il recupero sociale di quei fratelli, provati da una sorte imperscrutabile, gli consentiva di sopportare l’istituzione. Intelligente e gentile mi confidò, salutandomi, di avere la madre in ospedale con un male incurabile e di essere, lui stesso, colpito da una malattia cardiaca cronica.
Il coraggio e la bontà di quel ragazzo mi lasciarono nell’animo una sensazione di libertà interiore e fui felice quando ricevetti, dopo alcuni mesi, sue notizie. «Ho comprato un fazzoletto di terra, dove ho piazzato una vecchia roulotte e così posso dire che anch’io ho una casa. Lavoro come assistente ecologico per la conservazione dei boschi. È freddo d’inverno fare ogni giorno trenta chilometri con la moto, ma sono contento. Se passi da queste parti, sarò felice di mostrarti le bellezze della regione…».

È bello scoprire che esistono persone come Simone: una riserva di energia pulita in questo mondo assurdo, in questa società del mercato e della competizione, dove (ci hanno detto) tutto è in vendita e la vita appartiene a chi è capace di prendersela. È in atto un nuovo dogma di fede che fare del bene ai poveri è un male e che è radicalmente perduto quanto è gratuitamente donato. C’è il tramonto dell’idea di dono, di gratuità, di consegna di sé a una persona, del per sempre, di responsabilità, di bene comune.

Siamo disorientati. Questa è la sensazione di molti contemporanei: ci si sente disorientati come individui, come cittadini, come credenti. Abbiamo perso la bussola, non sappiamo dove andare, che strade prendere, che direzione seguire. Sto parlando di qualcosa che non appartiene alla cronaca sfuggente, ma di una caratteristica della nostra epoca, che ci avvolge come l’oscurità della notte. Più rimaniamo schiacciati nel presente, prigionieri della cronaca, meno capiamo quello che effettivamente accade. Allargare lo sguardo a un orizzonte più ampio, è la condizione per poter percorrere le vie della comprensione.

Da tempo è in atto, anche in Italia, una vera opera di diseducazione e di imbarbarimento sistematico dei giovani. Vengono introdotti meticolosamente al brutto, alla distruzione, al culto dell’accumulo, alla ricerca della propria soddisfazione personale, al pensare esclusivamente a se stessi. Le conseguenze si vedono in ogni campo, ma diventano a volte perfino tragiche nella diseducazione affettiva e sessuale (quanto è emerso al tribunale di Perugia, nell’autunno scorso, in un processo per assassinio, ci sembra un brutto sogno). Il dramma maggiore è che questi giovani non sanno più da chi imparare l’arte della vita nell’amore serio e umano (la famiglia pare non avere potere educativo in merito o ci ha rinunziato?). Non ci sono spazi dove, oggi, il ragazzo possa apprendere che la tenerezza unisce più della violenza, che la sessualità è progetto di vita, che l’intimità è dono di sé per portare gioia alla persona amata. Ci sono invece molti (troppi) spazi dove si impara presto il contrario: goditi la vita, e se qualcuno deve pagare siano gli altri, mai tu.

Il mito della crescita continua può aver prodotto questa tracotanza dell’io. Si sta perdendo, infatti, il senso di stare con, di essere con, e la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole (di qui la fatale progressione localistica) fino alla riduzione al singolo individuo. È, appunto, il singolo ciò su cui costruisce tutta la sua l’ideologia la Lega: i diritti sono solo degli individui, il diritto è solo individuale, perciò, rispetto agli altri, non vi possono essere che contratti, in funzione dei rispettivi interessi e del reciproco scambio. Un’epoca caratterizzata dal primato del contratto e dall’eclissi del patto di fedeltà e di solidarietà. Se tale è l’impianto di fondo (l’individualismo proprietario), non c’è da stupirsi di quanto possano essere vuoti e sterili i richiami (anche cattolici) a una mera solidarietà ed è giustificato il consenso crescente alla Lega, che ne rappresenta pienamente lo spirito anti-solidale. «Prima i nostri» indica questa carenza umana, che percorre come oscura epidemia il nostro popolo, largamente affetto o influenzato dalla miopia dell’egoismo etnico-economico.

In questa società globalizzata e omologata, gli individui sono segnati da sentimenti di paura e d’angoscia, più che da sentimenti di rivolta e di conflitto. Il linguaggio che li unisce e li caratterizza diventa quello dell’idolatria, che non è una forma religiosa deviata, ma una rottura a livello antropologico, che tocca il modo del vivere umano. L’esito inesorabile è di attivare processi di disumanizzazione, che sfigurano l’essere umano nella sua immagine e nelle sue relazioni, fino alla perdita di umanità (come la cronaca quotidiana ci documenta ampiamente di episodi sconvolgenti). Altro idolo che si aggiunge a quello dell’individualismo proprietario è quello dell’indifferenza all’ingiustizia, al dolore altrui, al bisogno che ci circonda.

«L’indifferenza al male è male», ma è più giusto dire che l’indifferenza è essa stessa un male. Il contrario del bene non è il male, ma l’indifferenza. Il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza. Il contrario della verità non è l’errore, ma l’indifferenza. Il contrario della bellezza non è il brutto o il deforme, ma l’indifferenza. L’indifferenza è la prima alleata del male in tutte le sue forme, e spesso la sua giustificazione.
Nelle comunità cristiane l’indifferenza è percepita come un ospite inatteso, un intruso indesiderato, una presenza ingombrante di fronte alla quale si è tentati di rimuoverla con la nostalgia di un mondo popolato da militanti, oppure di condannarla con giudizi sommari e definitivi. Invece dovrebbe essere uno stimolo a porsi domande salutari: perché il cristianesimo ha cessato di essere interessante agli occhi di molti? i cristiani sanno davvero esprimere e comunicare la loro peculiarità, la loro “diversità”? La gerarchia ecclesiastica, a volte, è colpevole di omissione, di non dire, cioè, la parola profetica sull’ingiustizia e la giustizia, sulla prevaricazione e sul diritto, sul dominio e sulla pace. Questa parola è loro affidata, perché possa elevare il cammino della storia umana lungo i tempi, ma restano in un silenzio colpevole.

Il tema della prossima festa nazionale di Macondo, il 29 e 30 maggio 2010, a Bassano del Grappa (Vi), nella struttura dell’Istituto Graziani – via Cereria n. 1 (gentilmente concessa) sarà
«I piedi che fanno camminare la storia»
La nostra battaglia per il bene inizia proprio dalla lotta contro l’indifferenza al male, inizia dal sapersi indignare davanti al male. Per fare questo preferiamo partire dall’incontro con le persone, puntare sull’amicizia, un’amicizia vera, autentica e non imitazione. Vogliamo ascoltare narrazioni di storie di vita, luoghi dove si celebra la gratuità e l’accoglienza.
Dio si manifesta, non si conquista. Dio si concede, non si possiede. C’è un momento di estrema umiltà dell’essere umano ed è quando si arrende a Dio, stendendo le proprie mani. Dio non può essere dimostrato con argomenti chiari alla ragione, ma è conosciuto nell’esperienza di amare gratuitamente. Se qualche volta possiamo fare questo, se qualcuno lo fa a noi, è perché Dio c’è e vive in noi. Dio è colui che ama senza chiedere di essere amato. Dio non sa cosa farsene della religione, utile soltanto ai “sacerdoti”, quelli che vendono il “sacro”, in tutte le culture. Dio non chiede di essere religiosi, ma di essere buoni, soprattutto con chi ha maggiore bisogno di bontà, perché è poco buono.
Non si fa il bene per avere bene, ma perché è bene. È difficile, ma è possibile, senz’altro necessario.
Amiche e amici carissimi, vi aspetto in molti, in tanti, meglio dire vi aspetto tutti, per rivivere assieme un momento forte di ricerca, la gratuità dell’incontro «riprendendoci – come ha scritto recentemente Giovanni Colombo – la semplicità sopita, la fame d’amore non ancora spenta e soprattutto di non lasciare l’imprevisto alla porta come fosse un barbaro».

Vi abbraccio tutti
, uno a uno, con affetto e tenerezza,
Giuseppe Stoppiglia