LEX

La nuova legge parla chiaro: da oggi in poi è proibito ogni castigo fisico ai bambini. Ai genitori non è più permesso picchiare o maltrattare fisicamente i loro figli. Quello che sembra ovvio ha bisogno di essere posto sulla carta e sanzionato dal presidente. Picchiare i figli, educarli a schiaffoni adesso è definitivamente proibito! E le polemiche non tardano. I più svariati personaggi si affrettano a dire la loro: dall’attricetta di turno, al ministro di stato, dallo psichiatra specialista all’uomo della strada. La televisione e i giornali trovano argomenti con i quali riempire il loro vuoto esistenziale. E le sciocchezze dilagano per trasformarsi norma definitiva. Tra le tante ne scelgo una, proferita da José Gregori – ex segretario nazionale dei diritti umani: Tomei poucas palmadas e foram bem dadas. Na hora, senti que era um castigo. Agora só tenho razões para dizer o quão certa minha mãe estava. Há coisas que não adianta transferir para lei. “Ne ho presi pochi di schiaffoni. Sul momento sentivo che era un castigo. Adesso ho solo motivi per dire quanto mia madre avesse ragione. Ci sono cose che non si possono trasferire alla legge.” Ogni commento è superfluo.

Vennero uccisi nel sonno. Fu una spedizione punitiva, si sparò nel mucchio. Centinaia di colpi, una strage. Otto bambini rimasero al suolo trasformati in poltiglia di sangue e carne. Era il 1992, luglio. I giornali italiani occupati dai soliti scandaletti estivi ne accennarono brevemente. Avvenne a Rio de Janeiro, troppo lontano dalle spiagge romagnole, troppo lontano dagli intrighi del Palazzo di quei tempi là, e si trattava di meninos de rua: quei bambini, che vagano per le strade coperti di stracci, drogati, sporchi, quei bambini che dividono lo spazio coi topi, che si rifugiano nei tombini, sotto i ponti, quei bambini che non sanno dare il giusto peso alle loro azioni ai loro gesti, per i quali la vita è un attimo che non passa mai e il tempo è una bolla immobile, quei bambini per i quali ogni categoria morale è definita dai loro stimoli fisici, dalla soddisfazione primaria dei bisogni fisiologici, quei bambini che muoiono di infezione, accoltellati, torturati, che scompaiono senza lasciare di sé nemmeno il ricordo, quei bambini che quando riescono a sopravvivere all’assenza assoluta di morale diventano carnefici di sé stessi e degli altri, pronti a rubare e uccidere per qualche spicciolo, per una sniffata, quei bambini che lo Stato dice di proteggere ma che lo Stato stesso annichila con la sua pachidermica inefficienza e la violenza dei suoi agenti, quei bambini che se non esistessero nessuno ne sentirebbe la mancanza, quei bambini come Juliano.

Era il 1992 e Juliano aveva due anni ma già sapeva come funzionavano le cose: botte. Tre anni dopo era già per strada. Ci pensò la vita a sostituirsi ai suoi snaturati genitori. Le strade di São Paulo gli insegnarono ben presto l’arte di mimetizzarsi, di confondersi col paesaggio, l’arte di sopravvivere un istante in più. Malgrado i denti storti e cariati, malgrado il suo aspetto goffo e imbranato, malgrado la sua ingenuità riuscì a trascinarsi giorno dopo giorno in una esistenza fatta di espedienti, tra la colla da sniffare e la droga pesante, tra l’innocenza di qualche furtarello e le violenze carnali della prostituzione infantile. Il tempo lo mise in contatto con gente che cominciò ad occuparsi di lui, a volergli bene. Juliano accettò le cure, come un cucciolo alto così chinava la testa alle carezze, abbracciava con tutte le sue forze e sorrideva con una smorfia. Con la sua innata bontà trasformava ogni momento in gioco. Saltava a cavalluccio sulle spalle del suo Tio preferito, un educatore di strada, e si faceva accompagnare in questo modo fino alla casa di accoglienza notturna dove passava le ore più buie. Gli piaceva fingere di avere freddo per mettersi il giaccone dello Tio che gli arrivava fino ai piedi. E lo Tio trattato da cavallo se lo caricava per chilometri nelle strade del centro fino a quello che considerava un porto sicuro. Ma fu proprio dentro la casa di accoglienza notturna che il piccolo Juliano conobbe la violenza più mostruosa che un bambino possa soffrire. La mano pelosa che lo cercava sotto la coperta e che con la scusa di aiutarlo a lavarsi sotto la doccia lo… Juliano era buono, un bambino massacrato dalla vita che continuò buono. Buono come un angelo ingenuo e drogato da non stare in piedi, un angelo sporco immondo tra la folla di un venerdì sera. La folla vomitata dal terminal di autobus e ingoiata a trenta metri di distanza dai sotterranei della stazione del metrò. La folla che vede solo sé stessa e pensa unicamente alla sua fretta e la sua stanchezza di una ennesima e inutile giornata di lavoro. La folla che ignora l’angelo impazzito infiltrato nel suo flusso continuo. La folla che l’angelo invisibile dall’odore di fogna sfida con i suoi occhi spenti da un velo di delirio. L’angelo osserva. Una borsa pende da una spalla distratta, l’angelo stende la mano pronto a strappare e correre chissà dove. Non si rende conto che verrebbe raggiunto in un attimo e massacrato sul posto. L’angelo stende il braccio…

Ma un altro braccio lo afferra da dietro. L’angelo si sente trasportare da un braccio più forte e più rapido del suo, e da una voce che lo chiama, dopo tanti anni, per nome: Juliano!

Juliano-angelo sporco torna a trasformarsi in cucciolo. Abbassa la testa, ancora una volta abbraccia stretto il suo Tio preferito che quasi cede alla commozione. “Tio… Tio”, “Juliano… Juliano”. Si guardano negli occhi per un momento. Juliano vorrebbe montargli sulla schiena a cavalluccio, lo Tio vorrebbe togliersi il giubbotto. Ma non saprebbe più dove andare, dove portarselo… Juliano ha vent’anni e le case di accoglienza non lo fanno più entrare. E neanche le case per adulti lo vogliono. Juliano non ha un documento di identità, non ha più niente, assolutamente niente. Juliano è solo, tra la folla del venerdì sera, in una solitudine comandata dall’impulso fisiologico di sopravvivenza. Il loro incontro dettato dal caso dura il tempo di uno sguardo, di una parola, un “come stai” “bene”, il tempo di una carezza, di un abbraccio. Juliano bacia lo Tio e sparisce nel buio da dove era apparso.

La nuova legge protegge i bambini dagli abusi commessi perfino dai loro genitori che pensano di avere il diritto di prenderli a sberle come metodo educativo. Nessuna legge ha protetto Juliano, quando veniva massacrato dai genitori impazziti dalla miseria tra il fango di una favela di cartone e compensato. Nessuna legge era presente quando Juliano veniva pestato dagli agenti dello Stato sotto gli occhi di sangue di una folla assassina. Nessuna legge ha protetto Juliano quando veniva violentato nelle casa di accoglienza notturna, o quando ne veniva proibito l’accesso perché era senza scarpe, o quando dormiva nei tubi da dove usciva il vento tiepido dell’aria condizionata, nessuna legge ha protetto Juliano dalle scariche elettriche ricevute nella base mobile della polizia, quando veniva torturato per punizione o per semplice sadismo, nessuna legge protegge oggi Juliano, angelo-fantasma incapace di proferire quattro parole sensate a causa della deformità fisica e della droga che invade ogni suo interstizio cerebrale. Nessuna legge ieri per Juliano, nessuna legge oggi. Nessuna legge mai.