Lo scopone

Mi racconti che in quel villaggio hai finanziato la costruzione dei pozzi e delle tubature che forse, se continueranno i lavori come si deve, daranno origine alle fogne. Mi spieghi il meccanismo, gli ostacoli burocratici ed infine la realizzazione dei lavori. Dici che ora in quel villaggio del nord est brasiliano ci sono le condotte per l’acqua (che però ancora non c’è) e un nuovissimo ambulatorio medico (che però il medico ancora non c’è) costruito dall’associazione che hai finanziato. Sei visibilmente soddisfatto, orgoglioso, realizzato. Allunghi la mano. Allungo la mano e li prendo. Senza sapere dire no, li ho presi lo stesso. Non ho avuto remore. E senza remora alcuna sono entrato in cattedrale e li ho infilati nella buchetta dell’elemosina. Chissà la faccia del sacrestano: duemila euro in una volta sola nella buchetta dell’elemosina. Sono un impulsivo, un bambino che fa i capricci e lascia cadere il gelato che non gli piace. Eppure mi avrebbero fatto comodo, altro che capricci. Con duemila euro avremmo potuto pagare molte spese arretrate, comprare quello che serviva per le nostre attività. E invece adesso il sacrestano ringrazierà la mano misteriosa della Provvidenza. Se li avessi rifiutati avrei dovuto litigare e con la litigata spezzare ogni legame. Non ne ho voglia, adesso invece leggerà queste righe e lo saprà via internet, e si strapperà le budella dalla rabbia. Il signore (chissà perché quando ci penso lo immagino grasso e sudato, un po’ vecchiotto, paonazzo di maccheroni e vino, quando invece era alto e magro, bell’aspetto, faccia da “ghe pensi mi”, tipico imprenditore nostrano, uno di quelli che fanno girare la ruota dell’economia nazional-italiota, oggi in gita ai tropici, cappellino per il troppo sole, espressione come a dire: ho già capito tutto) non ha dubbi, vuole aiutare, e per aiutare si fa in quattro e non bada a spese. E siccome ha sempre risolto tutto in questo modo, così fa pure con me, con noi, con il mondo, con se stesso. Vorrei litigare, mi prudono le mani. Il Grande Lombardo che è in me, lo prenderebbe a botte e calci in culo gli direbbe sul muso quello che pensa di lui e di quelli come lui. Invece no, io sorrido e ringrazio, come il sacrestano, la sua buona volontà, il suo buon cuore. Forse davvero sarebbe stato meglio litigare e spezzare ogni legame: tornato a casa e avrebbe detto peste e corna di noi, e di un intero paese che pensa a ballare e cantare invece di lavorare. Tanto adesso lo dirà lo stesso. I soldi. È tutta una questione di soldi. È sempre una questione di soldi. La povertà è una questione di soldi, così come la ricchezza e il benessere di una intera nazione, dell’umanità tutta. Ogni problema si risolve con gli investimenti: dalla fame nel mondo al colera di Haiti, dalle favelas al precariato universitario. E lui di soldi ne ha fatti tanti. Ora li distribuisce, dice che vuole aiutare me e il mio lavoro, Tia Edith e i suoi meninos: stende la mano, duemila euro. Io e il mio lavoro, Tia Edith e i suoi meninos valiamo duemila euro. Ad altri, ad associazioni serie, con tanto di sede, statuto, presidente e segretario, associazioni con tanto di riconoscimento formale e di progetti realizzati, visibili, quantificabili, ha “elargito” (tanto per usare una parola a lui cara) cifre dieci, cento volte superiori. Chissà cosa avrei fatto se al posto di duemila euro me ne avesse dato ventimila. Li davo in elemosina o ci avrei fatto una festa a donne e champagne? Maledetto lui e i suoi soldi, maledetto. Maledetto lui e il suo lavoro, lui e il suo paese della bassa, maledetto, tre volte maledetto. Proprio adesso, in questo momento, là nel suo ufficio della sua azienda (o impresa, ditta, o come cazzo si chiama) dirige i suoi operai che per lui e per i miei duemila euro lavorano in nero da anni, da sempre. È la legge del mercato: la forza lavoro ha un costo, quindi meno spendi più guadagni e più soldi hai disponibili da elargire in elemosina alle associazioni che dal primo mondo si prendono la briga di lavorare nel terzo, o per i cani sciolti come noi che facciamo il nostro lavoro “con tanto amore” tanta “gratuità”, vaffanculo. L’azienda, la ditta, l’impresa funziona in regime di produzione continua, gli operai cinesi lavorano che è un piacere, sabato e domenica inclusi. Abitano in loco, vivono in loco. Zero spese. Chi non è contento viene rimpiazzato immediatamente da altri, sempre cinesi, dice, perché lavorano meglio degli africani, dice, lavorano di più. Gli africani danno dei problemi che se sapessi… che non puoi neanche immaginare, i cinesi invece, dovresti vederli, sembrano tante formichine e poi si affezionano, pensa che una ragazza, la moglie di un operaio a suo figlio appena nato gli ha messo il mio nome: Ping Pong con il mio nome! Commovente vero? I miei operai mi vogliono bene, capiscono che dandogli lavoro li sto aiutando.

Io no, non ti voglio bene, io ti detesto. Sei un mafioso di merda che ricicli i soldi guadagnati col lavoro nero degli immigrati clandestini attraverso le donazioni alle associazioni internazionali di casa tua sparpagliate per il mondo a proporre il loro modello di cooperazione. Sei un bastardo globalizzato, ma di sinistra!, che utilizzi il tuo potere esclusivamente per perpetuarlo e mantenerlo uguale a se stesso, sostenuto dai ringraziamenti delle associazioni che dall’Italia arrivano qui per mantenersi e perpetuarsi uguali a se stesse attraverso i “progetti di collaborazione e di sviluppo” che si sostituiscono alle nostre istituzioni offrendo servizi a costo zero e realizzazione certa. Ora che i missionari sono passati di moda, sei arrivato tu e quelli come te, gli imprenditori, la forza viva di una nazione in franca decadenza che applaude la puttanocrazia col sorriso bonario di chi sa di stare nella stessa barca. Avete sostituito la bibbia coi soldi e col mito dell’efficienza, della rapidità di esecuzione. Ci sventolate in faccia tutto quello che in pochi mesi siete riusciti a concludere. Dall’Italia partono i milioni e gli uomini, dall’Italia parte il metodo per insegnare ai miserabili. E nella tua ditta, nella tua azienda, nella tua impresa, i cinesi a lavorare in nero. Duemila euro sporchi di sangue prodotti da morti di fame che lavorano per te, per la tua famiglia, per le vostre associazioni, per l’economia del tuo paese, come schiavi. E allora ’sti cazzo di soldi li infilo nella cassetta dell’elemosina, chi li troverà li benedirà come dono e segno della Provvidenza e ne farà buon uso, così come volevi tu, criminale sfruttatore, padrone di merda. Magari il sacrestano ci comprerà lo scopone per lavare il pavimento della cattedrale e i tuoi soldi andranno a finire a mischiarsi alla schiuma del detersivo e scivoleranno via sui gradini della chiesa della grande piazza, scivoleranno via, fino al tombino, fino alla fogna, ritorneranno nel loro ambiente da dove sono usciti, la fogna mentale tua e di tutti quelli come te.