Maschere nude

Violenza. Forse potrei chiamarlo cosi questo mio scritto, Violenza. La violenza delle relazioni basate sulla forza. La forza della superiorità di chi vive la sua condizione dettando agli altri le regole e i valori del suo vivere. E basta poco: uno sguardo, un gesto. La violenza vive e prolifera grazie ai suoi complici, ai suoi servi. La loro risposta quando interpellati è sempre la stessa: la buona fede; io pensavo che stavo facendo la cosa giusta…; quante vite, quante vite degli “altri” dovranno ancora essere immolate sugli altari della buona fede? Allora chiameremo questo mio scritto cosi, Maschere nude: nude, prive di un volto, attitudini umane, personali, responsabilità individuali nascoste dietro al pensiero dominante, dietro al “facciamo-finta” delle relazioni sociali.

Attenzione: che non mi si fraintenda, e che queste mie parole non suscitino gli equivoci dietro ai quali è facile, per malavoglia, nascondersi. Oppure potrei anche azzardarmi ad intitolare questo mio scritto con una citazione importante: Solamente Uomini. È questa la conclusione a cui arrivò Claude Levi Strauss quando convisse con gli indios Nhambiquara nelle foreste del Mato Grosso. Si aspettava di incontrare nuclei organizzati, società rette da miti e regole che comprovassero le sue teorie dello strutturalismo. Invece trovò esseri semi nomadi che vivevano nella più assoluta indolenza in una società che non possedeva né gerarchie né autorità e i cui momenti di convivenza si limitavano alla semplicità ed ingenuità dei giochi: coprirsi di polvere e rotolare per terra. Solamente gente, persone, uomini allo stato puro.

Il mio amico sapeva quello che stava facendo, non era la prima volta che portava là gente estranea, in favela. Arrivavano in Brasile con una insaziabile fame di miseria volendo vedere da vicino le piaghe del mio popolo. Per me è ancora incomprensibile capirne la ragione, i motivi. Non era semplice curiosità. Era una specie di morbosa voglia di sadismo masochista. Un voler soffrire. Per poi tornare a casa e poter dire: io l’ho visto, l’ho visto, ero proprio là. Arrivare in un luogo sconosciuto pensando di conoscerlo solamente perché già visto in mille foto, mille film. E il mio amico lì, imperterrito, felice collaboratore in buona fede della farsa montata alla faccia di chi non aveva modo di opporvisi. Lui, il mio amico, lavorava là, nella favela e raccontava episodi così orribili da rasentare il grottesco. Sapeva benissimo come gli stranieri si comportavano in quelle situazioni. Gli piaceva ricordare di quando la sua collega partecipò alla riunione delle mamme volontarie: in una catapecchia senza finestre, un normale giorno di lavoro. La collega cominciò a piangere nel bel mezzo della riunione, piangere come un bambino, con lacrime, singhiozzi e candela al naso. Nel bel mezzo della riunione. Si era commossa… poverina. Collega e commossa. Come ha potuto il mio amico trovare il coraggio di portare una persona totalmente impreparata in una riunione di lavoro con le mamme volontarie? Posso solamente pensare alla noncuranza con la quale si considerano le persone più semplici, più povere, quello che sempre ti ricevono a braccia aperte, costantemente massacrate, ma sempre con la speranza che dall’incontro possa nascere qualcosa di buono. La collega piagnona no, andò fin là per vedere, per “toccare con mano” la “realtà-altra”. E una volta vista, una volta aspirati i suoi fetori, vai con le lacrime…

Il mio amico sapeva cosa stava facendo, tuttavia andò, niente poteva fermarlo, nessuna riflessione poteva fermare quello che realizzava sotto il nome di: “scambio di esperienze”. Trasformato in tour operator del “Miseria Travels”, accompagnava orgoglioso gli stranieri per i vicoli, tra melma e topi, bambini panciuti e madri pidocchiose. Uno di loro non dubitò un istante. Davanti a tanta sofferenza decise di collaborare attivamente per alleviare tutto quello, per risolvere il problema. E come fare? Che cosa fare? Cosa può risolvere il dramma della fame e della povertà, dalle mancanza di igiene e della schiavitù? Money, Dinheiro, Soldi! Il mio amico si accorse che dietro la comitiva il gruppetto di bambini scalzi e affamati aumentava ad ogni passo. Ingenuamente pensò al popolo festante, alla allegria di ricevere “Persone che vi vogliono bene”, come sempre diceva, “Persone che pur vivendo dall’altra parte del mondo, pensano a voi e vi vogliono bene”. Ma il gruppetto diventava un mare di bambini isterici. A braccia spalancate, tra spintoni e urli, ciascuno di loro tentava di arraffare la moneta lanciata dallo straniero sensibilizzato dalla miseria del mondo. Il mio amico cercò di fermare l’orrendo baccanale e si mise a rimproverare l’uomo generoso. Quello, un po’ imbarazzato, tentava di giustificare il suo operato con i discorsi di sempre “Perché non aiutare se posso, perché no?”. Posso, faccio. Ho, faccio. L’infame violenza di un semplice atto innocente. L’innocenza della “buona fede” affinché niente si interponga nel processo costante di formazione e auto affermazione dell’“Io-costruttore” dell’“Io- realizzatore”. Fare della dignità, dell’integrità degli altri, dell’altro, il gradino sul quale salire e raggiungere i luminosi orizzonti dell’“amore al prossimo”: è una decisione personale le cui fondamenta giacciono nel contesto sociale in cui è maturata. Chi non riesce ad opporsi è obbligato a trasformarsi nel corpo invisibile che afferma l’esistenza, che giustifica l’operato del suo aguzzino. È il corpo sofferente e impassibile che nulla guarda, nulla vede, nulla dice, nulla manifesta, nulla rivela, nulla desidera, nulla vuole, nulla è. È il nulla. Corpo fatto di nulla, vinto dalla sua stessa paura di perdere il nulla che possiede. Ridotto all’immobilità, all’impotenza e al dolore, annientato, obbligato alla più assoluta insignificanza dal gesto della “vita pacifica” delle piccole cose di tutti i giorni: andare a lavorare, tornare a casa, passeggiare, andare al cinema, alla riunione, prendere un caffè, lanciare monetine a chi ne ha bisogno, predicare il valore della tolleranza. E quanto più si fa necessario diventare “altro”, trasformarsi; più si piagnucola la tenerezza appiccicosa del “Siamo Tutti Fratelli”. Così il corpo torturato non sa più cosa aspettare, non sa più cosa sperare. Cessa di esiste il “tempo che verrà” su cui contare, non si avrà posterità alcuna: solamente il qui e adesso, solamente la sclerosi della morte.

E i bambini nel fango per raccogliere la monetina lanciata dalle mani grasse di un uomo grasso che pensava in buona fede di poter aiutare, pensava di fare il bene: signore e padrone di un universo senza legge.

Perché quello che possono fare di meglio è evitare il Male, il contatto con il Male o se proprio non è possibile, depurarlo. Attratti dall’abisso arrivano fino al bordo e sputano laggiù per vedere l’effetto che fa, per ascoltare il boato. Tornano così ad indossare la Maschera Nuda, spogliata di qualunque significato se non quello di separazione, del limite invalicabile. Noi invece, condannati a vivere in quell’abisso, nell’eternità seduta sopra il Caos, siamo diventati i portatori della singolarità universale: possedere il nulla. E il nulla che abbiamo – secondo “gli uomini di buona volontà e gli uomini di buona fede” – deve essere riempito assolutamente; e se l’occasione lo richiede, e se diventa necessario, che sia riempito a forza.

São Paulo, Brasil, XXI secolo

Edith Moniz

Máscaras Nuas

Violência. Talvez pudesse chamar este meu escrito assim: Violência. A violência das relações baseadas na força. A força da superioridade de quem vive a sua condição ditando aos outros as regras e os valores do seu viver. E para fazer isto basta pouco: um olhar, um gesto. A violência vive e prolifera graças aos seus cúmplices, aos seus lacaios. A resposta deles, quando questionados, é sempre a mesma: a boa fé; “eu achava que estava fazendo a coisa certa…”; quantas vidas, quantas vidas dos “outros” deverão ainda ser imoladas nos altares da boa fé? Então chamaremos este meu escrito assim, Máscaras Nuas: nuas, desprovidas de rosto, atitudes humanas, pessoais, responsabilidades individuais escondidas atrás do pensamento dominante, atrás do faz de conta das relações sociais. Atenção: que não seja mal interpretada, e que as minhas palavras não suscitem os equívocos atrás dos quais é fácil, por preguiça, se esconder. Ou também poderei atrever-me a intitular este meu escrito com uma citação importante como esta: Somente Homens. A conclusão a que chegou Claude Lévi Strauss quando conviveu com os índios Nhambiquara nas florestas do Mato Grosso. Esperava encontrar núcleos organizados, sociedades regidas por mitos e regras que comprovassem as suas teorias do estruturalismo. Ao invés disso, encontrou seres seminômades vivendo na mais absoluta indolência, em uma sociedade que não possuía nem hierarquias nem autoridades e cujos momentos de convivência limitavam-se a brincadeiras ingênuas e simplórias: cobrir-se de pó e rolar no chão. Somente gente, pessoas, homens ao estado puro.

O meu amigo sabia o que estava fazendo, não era a primeira vez que levava estranhos lá, na favela. Chegavam ao Brasil com uma insaciável fome de miséria, querendo ver de perto as chagas do meu povo. Ainda é incompreensível para mim entender a razão de tudo isso. Não era simples curiosidade. Era uma espécie de mórbida vontade, de sadismo masoquista. Um querer sofrer. Para depois voltar pra casa e dizer: eu vi, eu vi, eu estive lá. Chegar num lugar desconhecido achando de conhecê-lo de antemão somente porque mil fotos, mil filmes já o mostraram. E o meu amigo ali, feliz colaborador em boa fé da farsa montada à custa de quem não tinha meios para se opor. Ele, o meu amigo, trabalhava lá, na favela e contava episódios que de tão horríveis tornavam-se grotescos. Ele sabia muito bem como os estrangeiros se comportavam naquela situação. Gostava de lembrar-se de quando a sua colega participou da reunião das mães voluntárias: num casebre sem janelas, um dia de trabalho normal. A colega começou a chorar no meio da reunião, chorar como criança, de lágrimas e tudo: soluços e nariz escorrendo. No meio da reunião. Estava comovida… coitada. Colega e comovida. Como o meu amigo teve a coragem de levar uma pessoa totalmente despreparada para uma reunião de trabalho com as mães voluntárias? Posso somente pensar no descaso com o qual se consideram as pessoas mais simples, mais pobres, aquelas que sempre te recebem de braços abertos, espancadas mil vezes mas sempre com esperança que do encontro possa nascer algo de bom. A colega chorona não, ela estava lá, ela foi lá para ver, para “toccare con mano” a “realidade outra”. E, uma vez aspirado todos os seus fedores, dá-lhe lágrimas…

O meu amigo sabia o que estava fazendo, e foi lá mesmo assim, nada podia detê-lo, nenhuma reflexão podia parar aquilo que realizava sob o nome de “troca de experiência”. Transformado em tour operator do “Miséria Travels”, acompanhava orgulhoso os estrangeiros pelo becos, entre lamas e ratos, crianças barrigudas e mães piolhentas. Um deles não teve dúvida. Frente a tanto sofrimento decidiu colaborar ativamente para aliviar tudo aquilo, para resolver o problema. O que fazer? E como fazer? O que pode resolver o drama da fome e da pobreza, da falta de higiene e da escravidão? Dinheiro, Money, Soldi! O meu amigo percebeu que atrás da comitiva o grupinho das crianças descalça e famintas aumentava a cada passo. Ingenuamente pensava no povo festivo, na alegria de receber, como sempre dizia “pessoas que lhes querem bem”, pessoas que, mesmo morando do outro lado do mundo, “pensam em vocês e lhes querem bem”. Mas o grupinho estava se tornando um mar de crianças histéricas. De braços esticados, entre berros e empurrões, cada um tentava como podia abocanhar a moeda lançada pelo estrangeiro tão sensibilizado com a miséria do mundo. O meu amigo tentou parar a orgia e repreendeu o homem voluntarioso. Ele, meio sem jeito, procurou justificar a sua ação com os discursos de sempre “por que não ajudar, se posso, porque não?”. Posso, faço. Tenho, faço. A infame violência de um simples ato inocente. A inocência da “boa fé” para que nada se interponha no processo constante de formação e auto-afirmação do “Eu-que –faz” do “Eu- realizador”. Fazer da dignidade, da integridade dos outros, do outro, o degrau no qual subir e enxergar os luminosos horizontes do “amor ao próximo”: é uma decisão pessoal amparada no contesto social em que amadureceu. Quem não pode opor-se é obrigado a transformar-se no corpo invisível que afirma a existência, que justifica a obra do seu algoz. É o corpo sofredor e impassível que nada olha, nada vê, nada fala, nada manifesta, nada revela, nada deseja, nada quer, nada é. É o nada. Corpo feito de nada, vencido pelo próprio medo de perder o nada que tem. Reduzido à imobilidade, à impotência e à dor, aniquilado, obrigado a mais absoluta insignificância pelos gestos da “vida pacífica” das pequenas coisas do dia-a-dia: ir ao trabalho, voltar para casa, passear, ir ao cinema, à reunião, tomar café, lançar moedas a quem precisa, pregar o valor da tolerância. E quanto mais se faz necessário tornar-se “outro”, transformar-se, mais se choraminga a ternura pegajosa do “Somos Todos Irmãos”. Assim o corpo torturado não há mais o que esperar, não há mais no que esperar. Nem mesmo há mais o tempo vindouro para apegar-se, nem posteridade: somente o aqui e agora, somente a esclerose da morte.

E as crianças na lama, para catar a moedinha lançada pelas mãos gordas de um homem gordo que pensa, de boa fé, estar ajudando, estar fazendo o bem: senhor de um universo sem lei.

Porque o que podem fazer de melhor é evitar o Mal, o contato com o Mal ou, se não for possível, depurá-lo. Atraídos pelo abismo chegam até a borda e cospem lá embaixo para ver o efeito, para escutar o estrondo. Voltam assim a endossar a máscara nua, despojada de qualquer sentido, a não ser o de separação, do limiar intransponível. Nós, condenados a viver naquele abismo, na eternidade sentada sobre o caos, somos portadores da singularidade universal: nada ter. E o nada que temos – segundo “os homens de boa vontade e os homens de boa fé” – deve ser preenchido absolutamente. E se a situação impuser, se necessário for, que seja a força.

São Paulo, Brasil, sec. XXI

Edith Moniz