Michele Serra, 29 maggio 2010

Siamo qui per parlare del libro di Giuseppe Stoppiglia che ho letto quasi tutto.
A me Stoppiglia fa venire in mente quianto siano importanti le persone, e detta così sembra una banalità assoluta. Cercherò di spiegare perché non è una banalità assoluta.
Io sono vissuto in anni in cui si dava una grandissima importanza alle struuture di partito,  alle associazioni, alla vita associativa, diciamo ai sistemi umani che univano gli uomini, li faceva muovere, li faceva pensare, forniva elaborazione culturale, elaborazione politica, pensiero, condizioni, identità.  Sono crescito dentro questa condizione, forse dentro questo pregiudizio, perché vivendo ho capito che le persone sono importanti, che sono diverse e che contano, però ho sempre pensato che le persone avessero un ruolo, un peso nella vita degli altri, quanto più la struttura a cui appartenevano, le idee che proponevano erano forti e giuste. Sono cresciuto dentro questo presupposto. Poi è successo, solo chi è umananmente miope non se ne è accorto, è successo che una per una ho visto indebolirsi, affievolirsi quelle strutture.
E questo mi ha fatto ottenere che le persone, senza struttura e senza ideologia che le sostenesse, non dico senza memoria, ma sensa di qualcosa di strutturalmente forte che le unisse, perdessero di importanza. E io ho molto sbagliato.
Non ho girato il mondo come Giuseppe, un po’ l’Italia sì, per lavoro, di persone ne  ho incontrate tante e mi sono reso conto che l’importanza, la forza delle persone resisteva a una specie di sconquasso sociale e culturale. Laddove uno si aspettava di ritrovare dei reduci, dei dispersi, dei senza chiesa, dei senza partito, dei senza speranza, dei senza cammino, invece non accadeva. Ho incontrato insegnanti che insegnavano, preti che facevano bene il prete, incontro dei ragazzi che hanno degli ideali politici, e questo è assolutamente soprendente, non si capisce da dove attingano questa energia. Forse sono io che sono stupido, ma trovo che non fosse previsto. Non era previsto trovare persone che, o per conto  loro, o in piccole associazioni o in esperienze parziali, hanno continuato comunque un loro percorso.
Il modello sociale non è così forte come pensiam, il modello sociale non prevede altra nascita di una persona che sia produttiva,  consumatrice, socialmente docile, che esprime grande contentezza per essere al mondo. Non si vedono particolari matrici di altre persone, non sono distinguibili, non si vedono in televisione, non le si sente parlare. Questa macchina sociale, che a noi sembra così potente, così imbattibile, così non lo  è,  perché moltissime persone sfuggono a questa previsione. Sono imprevedibilmente differenti, sono fantasiose, sono coraggiose, sono indipendenti nei loro giudizi, sono spiritualmente libere.

Questo, riassunto in un solo concetto, Stoppiglia mi fa venire in mente che io, nonostante quello che pensi di me stesso,  non sono pessimista. Sono ottimista, perché tutto il mio apparato mentale, culturale, porterebbe a pensare che siamo pessimisti, l’esperienza invece mi fa continuamente incontrare situazioni, esigenze, pensieri, esseri umani che non coincidono minimamente con questo senso di stagnazione,  di conformismo, di ignoranza che sembra sia quanto vien richiesto come modello sociale.

A me interesserebbe molto sapere, e tendo ad esser un po’ fuori tema,  perchè questo sembra essere un luogo di sovversivi e di eretici… per esempio… caro Giuseppe, anche la tua istituzione non se la passa molto bene, è un momento complicato, per usare un eufemismo, a me interesserebbe sapere quanto sei stato in conflitto, moltissimo immagino (oltrettutto nel tuo libro potresti ogni tanto citare un prete, un vescovo, un cardinale, citi soltanto filosofi e comunisti, qualche cattolico c’è, ma sono pochissimi, vorrei invitarti a una maggior cautela nella riedizione del libro) in che rapporto tu sia con la istituzione dentro la quale, o in prossimità della quale sei cresciuto, a me interesserebbe molto saperlo, che cosa ti ha dato, che cosa ti ha tolto, che cosa ne pensi, dopo tutto vorrei ricordarti che sei prete.

TU sei una persona che fa ricordare che la persona viene prima di tutto il resto. Però io un po’ di più della tua vita di prete vorrei saperla. Perché non credo sia uguale fare il postelegrafonico o il fisico nucleare o il prete. Penso che sia un mestiere, per così dire, per altro mal pagato, che fa della possibilità di occuparsi degli altri, un mestiere estremamente affascinante.
Forse è fuori tema, ma se tu volessi parlarne, io forse capirei un po’ meglio e ti potrei spiegare, per esempio, ammesso che tu voglia chiedermelo, come mai esistano ancora persone di Sinistra decenti, nonostante la Sinistra sia diventata una chiavica.
Io ho diversi amici preti (diversi… due o tre) e sono spesso persone di grande qualità, di grande energia umana,  eppure appartengono a un’istituzione che non se la passa bene.  Forse bisogna immaginare un futuro quasi da “individualisti”, che nonostante lo sfascio, la crisi, l’inaridimento delle proprie case di provenienza, riescono comunque a tirare avanti, a fare delle cose, a piantare alberi e a costruire altalene.

Testo non rivisto dal relatore