Natività

Era uno dei tanti giorni caldi; non uscivo più per il gran calore e passavo le giornate intere, in ospedale, con Sr. Albina. Stavamo distribuendo le solite pastiglie, quando sulla porta comparve una donna. Aveva l’aria spaventata e l’atteggiamento di chi vuol domandare scusa per il disturbo che stava portando, sia alla suora che a noi. Era dritta e immobile sulla porta, con una stanchezza indicibile, scritta negli occhi, sugli stracci e sulla testa che le cadeva di lato. Aveva un bimbo sulle mani. Non posso dire che lo tenesse in braccio, lo aveva letteralmente sulle palme delle mani e lo porgeva alla nostra attenzione come fosse stato un cucciolo di cane in agonia.

Ce lo somministrava senza dire una parola, senza chiederci nulla, solo che lo vedessimo, che lo guardassimo come era ridotto, come era piccolo e consumato. La suora andò incontro alla donna, senza parlare. La prese sottobraccio e la fece sedere per terra perché finalmente potesse sgravarsi della fatica.

“Cosa è successo?” domandò alla donna.

Sembrava anziana, sproporzionatamente anziana per poter essere madre di un essere di così piccino. Il modo in cui si sedette per terra, era per me rilevatore di una vita primitiva, ancestrale, una vita di sterpi, sassi, di pelli di animale, ossa, fango, fuoco e letame.

Era marrone in ogni cosa, nel viso, nei denti, nei capelli, nelle vesti, nelle mani.

Cominciò a parlare dicendo cosa le era accaduto, parlando nella sua lingua, il Lingala. Era stata aggredita dai banditi, nella foresta. Aveva visto questi “banditi” divertirsi con il corpo del marito e poi fucilarlo. Aveva visto sgozzare i due figli, li aveva visti giocare incendiando la paglia della sua capanna e rubare tutto. Aveva pianto, dormito, partorito, cercato acqua da bere, corso. Aveva gridato, tanto.

A guardarlo, il bimbo sembrava assolutamente morto, la sua pelle era più bianca della mia e non riuscivamo a capire da dove gli potesse ancora arrivare la forza per i brevi e radi respiri.

“Ha perso molto sangue” disse la suora spiegandomi tutto,, “Il cordone ombelicale è stato chiuso male, probabilmente ha gocciolato sangue per tutto questo tempo”.

L’unica maniera di salvarlo sarebbe di trasfondergli del sangue. Facemmo la prova del gruppo sanguigno. Era il mio stesso e dissi “darò il mio sangue, sorella”.

“No, Giuliana, se ti indebolisci puoi ammalarti, qui non è come in Europa, se ti ammali, non ti riprendi”.

“Non importa, non mi ammalerò!”

Ci sono momenti in cui senti una tale urgenza di fare la cosa che hai in mente che ti è impossibile dare ascolto a qualcuno, chiunque sia.

Attorno era tutto buio. Accesero le lampade a petrolio e, in questa strana luce, raccolsi quanto bastava del mio sangue in una sacca già predisposta. Con un ago incanulai la vena del “bambinetto africano” e cominciai a fare gocciolare il sangue dentro la sua pelle agonizzante.

Seduta su un letto, prestatomi da una donna ricoverata, tenevo il bimbo su una mano facendo attenzione che l’ago non si muovesse dalla sua sede.

Gli occhi degli altri mi osservavano dai letti, malati ed io in mezzo a loro, come a casa mia. I respiri del bimbo, che si riempiva di sangue, si allungavano; si riprendeva, e pian piano si riscaldava e si coloriva, come se avessi dato una vernice marrone ad una bottiglia di vetro.

Gocciolava il tempo e il nostro sudore.

A poco a poco la vita rientrava al suo posto, dando segni del proprio ritorno attraverso quelli occhietti minuscoli che tornavano ad aprirsi. La madre, accanto, attendeva cantando una lieve nenia dondolante e accarezzava la fronte del suo piccolo.

Mi scrutava con il sorriso degli occhi, aveva trovato conferma alle sue convinzioni: noi eravamo gli uomini della scienza, di una prodigiosa, inspiegabile magia.

Lentamente il fischio del respiro di suo figlio si attenuò ed esplose un vero vagito. La madre sorrise, la sua spossatezza poteva finalmente concedersi il riposo.

Tornai a casa. Era notte, con la sensazione di avere vissuto un momento grandioso.

Giuliana Trevisan, ostetrica in un campo profughi in CIAD.

NATALE 2010