Newton – Feliz Natal

Newton

Normalmente ci si scambiano gli auguri, e con un paio di frasi di circostanza ci si toglie dall’impaccio. Stavolta non ne siamo capaci, l’amarezza è troppo profonda. La voglia di mollare tutto e battere in ritirata (non più strategica, ahimè, ma definitiva proprio, riconoscendo con la coda fra le gamba la dura sconfitta), la voglia di farci finalmente i cavoli nostri, è enorme. Quest’anno poi, è andata peggio del solito. Assistiamo impotenti a massacri di ogni tipo. La minima obiezione, protesta, o semplice discordanza viene interpretata come un vero affronto. Le violenze su intere popolazioni e su i singoli individui, sono diventate polimorfe, subdole, vermicolari, lente, quasi soffici. Sì, perché non esiste solamente la violenza fisica delle bastonate, dei pestaggi e della tortura. L’altra violenza si è ammantata di sorrisi e carezze, non provoca né sdegno e nemmeno ribellione, anzi, viene accettata come esempio da seguire. Si nasconde sotto l’abbraccio dei “buoni”, sotto le sembianze melliflue di chi viene incontro ai deboli, di chi considera essenziale il suo “aiuto” ai “deboli”. Attraverso la loro stessa presenza, i “buoni” stritolano ogni possibilità di cambiamento: necessitano dei “deboli” per esercitare la loro bontà, li riempiono di attenzioni “gratuite” mantenendoli in un brodo di inerzia da cui è impossibile uscirne. “Noi, caro Paolo, abbiamo esportato un metodo” ecco le parole di un “buono”, un famoso “buono” venuto fino a noi da lontanissimo per aiutare i “deboli” (coloro che secondo la sua visione del mondo come tali devono essere considerati). E il suo metodo evidentemente funziona là e qua. Come la legge di Newton. Ed ecco che l’industria internazionale della bontà si mette in movimento con uno spiegamento di forze cento volte superiore a quello dell’esercito americano: prima fase, conquista del territorio attraverso l’invio di container con tonnellate di donazioni, alimenti (a São Paulo!), vestiti (a São Paulo!)… Seconda fase: modificazione delle strutture presenti attraverso la costruzione di case, scuole, fogne, ambulatori (a São Paulo! a São Paulo!); Terza ed ultima fase: conquista definitiva dell’appoggio popolare locale attraverso elargizione di “servizi sociali” ritenuti strategici come corsi di formazione professionale e artigianato (a São Paulo, artigianato! a São Paulo). E i fondi non mancano. Dall’estero arrivano milioni di dollari, da qui il beneplacito delle istituzioni ben contente di delegare ad altri la loro funzione. Intere regioni vengono così tagliate fuori dalle politiche sociali del Comune e delle amministrazioni locali abbacinate dall’efficienza straniera, dal metodo esportato che funziona in tutto il mondo, come la legge di Newton. Naturalmente il controllo di qualità sul servizio prestato avviene solamente all’interno del servizio stesso. Un corso di artigianato, riciclare le bottiglie di coca cola per fare fiori di plastica è sempre meglio che oziare al bar tutto il giorno, e quindi cosa vuoi controllare! Trecento associazioni, centinaia di volontari si contendono a schiaffoni uno sparuto gruppo di meninos de rua. Migliaia di uomini di strada ogni giorno si mettono in fila negli angoli più sordidi ad aspettare lo zuppone distribuito da stuoli di anime buone. Religiosi di ogni ordine e grado, di ogni setta o chiesa scorazzano per le vie cantando inni di lode in cerca di conversioni facili, si praticano confessioni pubbliche ed esorcismi di massa (certo! Se uno vive per la strada può solamente essere opera del demonio). Si organizzano congressi in cui ogni associazione, ogni Ong, presenta in power point il suo operato. “C’è ancora tanto da fare” è la frase che più si ascolta…

Basta, siamo stanchi. Noi buoni non siamo, non diamo lo zuppone, non pratichiamo gli esorcismi, non costruiamo centri professionalizzanti, non diamo lezioni di artigianato, non crediamo a Newton. Chissà, forse l’anno prossimo affitto una capanna nel Mato Grosso e me ne vado davvero. Ah, dimenticavo, Buon Natale a tutti.

São Paulo, Brasil XXI secolo

Paolo D’Aprile

Feliz Natal

Sarebbe troppo facile finire adesso, in questo preciso istante, il consueto scritto con gli auguri di Buon Natale a tutti; ci libereremmo di penose dissertazioni sul significato di questo giorno, sulla cecità del mondo e perfino sull’inutilità di queste stesse riflessioni davanti alla grandezza dell’Evento. La voglia di smettere è tanta. Oppure potremmo sbrigare l’impaccio con un semplice bilancio dell’anno, del nostro lavoro, delle poche realizzazioni e delle incontestabili sconfitte. Così facendo, questo scritto rientrerebbe nei ranghi, starebbe a pennello nelle convenzioni: Natale, Fine d’Anno, “volemose bene, semo romani, damose da fà”. Ma c’è qualcosa che mi impedisce di andare avanti in questo modo. È una specie di inquietudine, una nausea à la Sartre. Una sorta di puzza sotto al naso che invade il mio essere. Forse questa sensazione è provocata dalla coscienza karmica dell’inutilità della vita, del “senza senso” del mondo, della ciclica ripetizione del tempo. Certo, sappiamo che le cose cambiano, che “anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia” (come diceva un vecchio amico volontario delle Brigate Internazionali) ma anche così questo pessimismo decadente che ci penetra nell’anima è più vivo che mai. È stata dura, ragazzi. È stata molto dura. Anche sapendo come funziona lo schema, pur abituati alle bastonate, è stata dura per noi costatare che i potenti continuano potenti, e i deboli continuano ad essere da questi umiliati con sotterfugi sempre più sofisticati. L’oppressione oggi ha acquistato nuove modalità, nuove forme di agire, più serpeggianti, più subdole, mimetizzate sotto il manto della buona volontà, dell’amore al prossimo, del fare il bene. Come è deludente accorgersi ancora una volta che le legioni di ben intenzionati che qui arrivano da lontano per “aiutare”, altro non sono che uomini d’affari con il raziocinio diretto al lucro e che questo stesso lucro non è solamente monetario, ma è quello del prestigio e dell’onore che la funzione scelta – e da loro inventata – gli fornisce qui e nel loro paese di origine. È imbarazzante sapere che la permanenza ed il lavoro con i più poveri serva a queste persone per risolvere i loro problemi esistenziali, tipici delle società opulente in piena crisi di identità e di valori. È terribile rilevare come sono capaci di vedere nell’altro la possibilità del loro riscatto, del loro benessere, senza badare a spese, costi quello che costi e che dio ce la mandi buona.

Versando su di noi, inondandoci della loro presenza e dei loro servizi non richiesti, essi incontrano la catarsi liberatoria e il cammino per la pace dei sensi e dello spirito. Ricreano così, con il massimo vigore, l’industria della miseria che da sempre prevede un “aiutato” e un “aiutante”, che muove milioni di dollari, che finanzia e tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione, la sottomissione di intere popolazioni, che condiziona le politiche sociali del nostro paese. È tutto molto triste. A questo punto ci starebbe bene una domanda: allora perché continuare? Allora per chi lavorare? Conosco la risposta, ma la tengo chiusa dentro di me e non la dico a nessuno.

La pazienza infinita degli oppressi

il cammino senza direzione delle moltitudini ingannate, umiliate

il sorriso di morte dei miei meninos

l’abisso di solitudine delle vittime:

è il mio popolo, la mia gente, la mia terra.

Sono io stessa, è il mio sangue, la mia storia,

quello che fui, sono e sarò,

sono i miei figli e i bambini che verranno,

è la coscienza dei diritti,

è l’attesa urgente,

la speranza rinnovata,

la mia anima in musica,

è sapere che qui, proprio qui, è il mio posto.

Adesso sì posso dire: Feliz Natal

São Paulo, Brasil, XXI secolo

Edith Moniz

Feliz Natal

Seria fácil demais encerrar agora, já, este escrito com os votos de Feliz Natal para todos, nos livraríamos de penosas dissertações sobre o significado deste dia, sobre a cegueira do mundo e até sobre a inutilidade destas reflexões diante da grandeza do Evento. A vontade de parar é tanta. Ou também poderíamos resolver a parada com um mero balancete do ano, do nosso trabalho, das poucas realizações e dos inúmeros fracassos. Assim fazendo, este escrito entraria nos moldes, caberia nas convenções: Natal, Fim de Ano, “volemose bene, semo romani, damose da fà”. Mas algo impede à minha mão de ir em frente assim. É uma espécie de desassossego, uma náusea à la Sartre. Um nojo de nós que invade o meu ser. Talvez esta sensação é provocada pela consciência karmica da inutilidade da vida, do “sem sentido” do mundo, da cíclica repetição da tempo. Claro, sabemos que as coisas mudam que “anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la Storia” (como diria um velho amigo voluntário das Brigadas Internacionais) mas mesmo assim este pessimismo decadente que nos permeia a alma é mais vivo do que nunca. Foi duro gente. Foi muito duro. Mesmo sabendo como o esquema funciona, mesmo acostumados às pancadas, foi duro constatar que os poderosos continuam poderosos e os fracos continuam sendo por estes ludibriados com artimanhas cada vez mais sofisticadas. A opressão hoje adquiriu novas modalidades, novas formas de agir, mais sorrateiras, camufladas sob o manto da boa vontade, do amor ao próximo, do fazer o bem. Foi decepcionante perceber mais uma vez que as legiões de bem intencionados que aqui chegam de longe para “ajudar”, não passam de homens de negócios com o raciocínio voltado ao lucro, e que este mesmo lucro não é somente o do dinheiro, mas sim o do prestígio e da honra que a função escolhida – e inventada por eles – proporciona-lhes, aqui e no seu país de origem. É constrangedor saber que a estadia e o trabalho com os mais pobres sirva a estas pessoas para acertar os seus problemas existenciais, típicos das sociedades opulentas em plena crise de identidade de valores. È terrível ver como são capazes de enxergar no outro a possibilidade do seu próprio resgate, do seu próprio bem estar, custe o que custar e seja o quer Deus quiser.

Derramando sobre nós, despejando a sua presença e os seus serviços não pedidos, eles encontram a catarse libertadora e o caminho para a paz de espírito. Recriam assim, com o máximo vigor, a indústria da miséria que, desde sempre, prevê um “ajudado” e um “ajudante”, que move milhões de dólares, que financia e perpetua de pai para filho, de geração em geração, a subserviência de inteiras populações, que condiciona as políticas sociais do nosso país. É tudo muito triste. Cabe aqui uma pergunta: para que continuar então? para quem trabalhar? Conheço a resposta, mas a guardo fechada dentro de mim e não digo a ninguém.

A paciência infinita dos oprimidos

o caminho sem rumo das multidões enganadas, humilhadas

o sorriso de morte dos meus meninos

o abismo de solidão das vítimas:

é o meu povo, a minha gente, a minha terra.

Sou eu mesma, é o meu sangue, a minha história,

o que fui, sou e serei,

são os meus filhos e as crianças que virão,

é a consciência dos direitos,

é a espera urgente,

a esperança renovada,

a minha alma em música,

é saber que aqui, bem aqui, é o meu lugar.

Agora sim posso dizer: Feliz Natal.

São Paulo, Brasil sec. XXI

Edith Moniz