Ni mim

Lo raccolsero che ancora respirava, come l’eroe della canzone di Guccini, ancora respirava.

Vota ni mim, vota ni mim, urlava Bahia guardandosi intorno con occhi allucinati. Seminudo, alto due metri e largo uno, Bahia si guadagnava da vivere raccogliendo spazzatura, raccattando qua e là quello che pensava fosse utile da riciclare o da vendere. Si presentava alla mensa dei poveri così, sporco lercio, ubriaco fradicio, e incazzato come un mulo. Vota ni mim (che italiano, tanto per dare l’equivalente sgrammaticato, potremmo tradurre: vota in io) urlava Bahia. Non ho mai saputo come si chiamasse. Probabilmente non se lo ricordava più nemmeno lui. Bahia. Ogni volta che lo bloccavo alla porta lasciandolo in strada gli portavo il panino preparato in cucina: lo lanciava per aria ridotto in poltiglia e dopo lo schianto ne pestava con rabbia le briciole. Voleva entrare e sedersi, voleva mangiare come tutti gli altri un piattone di riso e fagioli con la carne e le patate, altro che panino. Ma era troppo ubriaco, troppo agitato, niente da fare. Lasciarlo entrare sarebbe stato un rischio per tutti e anche per lui stesso, avrebbe potuto tirare per aria il vassoio intero, litigare con un altro Bahia come lui. Gli portavo il panino e mi insultava. Poi, come per farsi perdonare, si batteva il petto e avvicinandosi domandava: però vota ni mim, voti in io, vero? Era il periodo delle elezioni, quelle che avrebbero portato Lula alla presidenza della repubblica. Il clima era di tensione, paura e speranza. Tensione, perché di Bahia, davanti alla mensa dei poveri ne incontravo tanti tutti i giorni. Paura, perché molta gente vedeva in Lula un anacronistico pericolo rosso. Speranza, perché siamo un popolo che ha fatto della “esperança” uno stile di vita. Esperar, significa “sperare” ma anche “aspettare”. Espera, sostantivo, significa “attesa”, ma Esperança, speranza. Bahia si girava intorno pazzo di rabbia e furore, gridava ai muri che le elezioni le avrebbe vinte lui e che avrebbe fucilato tutti quanti, la mensa, i cuochi e me compreso col mio panino incluso, responsabili ai sui occhi di congiura e lesa maestà. Spariva per mesi, ogni tanto lo incontravo in qualche angolo del centro, la testa nei bidoni, il carretto sgangherato, un cane sbronzo che lo seguiva fissando l’asfalto.

Povero Bahia, ucciso a bastonate da un suo compagno di sventura. Un amico di quei tempi là me lo ha raccontato stamattina. Dottore, ti ricordi Bahia? Era diventato magro come un chiodo, proprio lui, alto due metri e largo uno. Frequentava il quartiere del crack, non aveva più la forza di lavorare. Passava le giornate in cerca della droga, si nascondeva tra gli edifici in demolizione della zona che da anni è in rovina nella Espera, nella Esperança di una definitivo intervento pubblico ma ormai trasformato definitivamente in territorio liberato alla speculazione edilizia. Bahia.

Caro Bahia, ogni volta che ti lasciavo fuori dalla porta, cercavo sempre di chiederti scusa, mi sforzavo di fartelo capire. Ma tu mi riempivi di insulti, poi mi abbracciavi e mi chiedevi il voto che sempre te lo assicuravo con assoluta serietà. Non hai trovato aiuto da nessuna parte, neanche da me. Nessuno ha mai ascoltato i tuoi deliranti discorsi. Mi hanno detto che ti hanno raccolto in fin di vita, che ti ostinavi a respirare malgrado i fiotti di sangue, malgrado il silenzio che ti avvolgeva. Mi hanno detto che avevi il cranio fracassato e che sei stato sepolto come indigente in una fossa senza nome, nella nuda terra. Tra due anni passeranno le ruspe per preparare il terreno: nuove sepolture, nuove tombe, nuove fosse. Se nessuno li richiede, i tuoi resti verranno spappolati definitivamente e si mischieranno al fango della terra rossa. Nei cimiteri dei poveri funziona così. Né marmi, né stucchi né statue ma una fossa nella terra con al massimo una croce sopra. Due anni, e poi le ruspe. E di te si perderanno le ultime tracce per sempre. Il paese in cui hai vissuto, la città in cui hai vissuto ti ha maltrattato fino all’ultimo. E così continueranno a fare.

Ni Mim

Senza dubbio sarà difficile, molto difficile sostituire Lula. Il suo carisma, la capacità di parlare al popolo, di esprimersi col linguaggio della gente, fanno di lui un grande protagonista della storia brasiliana contemporanea. Ma quello a cui adesso stiamo assistendo riempie di vergogna ognuno di noi. Lo spettacolo di lotta libera, di colpi bassi, di accuse che tre volte al giorno a reti unificate offrono i candidati, è quanto di più abbietto possa esistere sulla faccia della terra. Un governo mafioso che ha fatto della prevaricazione e dell’uso della macchina dello stato la sua prassi d’azione, una opposizione opportunista e incapace di offrire alternative. Una sinistra infantile, stalinista, ingenua e una destra retrograda e velenosa, figlia di puttana come solamente lei sa essere. Tutto e tutti a crogiolare in un brodo di corruzione senza limiti. Il Paese si sostiene da anni su una economia di esportazione di materie prime e sull’importazione selvaggia di tutto il resto. In quindici anni un territorio di foresta equivalente all’estensione di molte nazioni europee è stato distrutto per piantare soja e canna da zucchero. Tre tonnellate di soja per un lap-top! Questo è il prezzo per sedersi al tavolo delle maggiori economie del mondo: tre tonnellate di soja esportate equivalgono al costo di importazione di un computer portatile! Sono state investite risorse milionarie in cerca del combustibile più inquinante: il petrolio. Se andiamo oltre alle proposte deliranti dei candidati ed esaminiamo la situazione del Brasile reale, incontriamo un paese con venti milioni di persone totalmente analfabete ed altri venti che sanno appena appena scrivere il loro nome. Incontriamo un paese devastato nelle mani dell’agro business, un paese che ha prodotto un debito pubblico di 60 miliardi di dollari. Un paese la cui economia cresce più di quello che egli stesso è capace di sostenere, 5%-6% all’anno! I numeri presentati e condivisi da tutti, governo e opposizione: 30 milioni di persone sono uscite dalla miseria! (Il cui unico reddito è il “bolsa família” di 130 reais, 50 euro al mese). (E che qualcuno si azzardi a parlar male di questo programma! E che qualcuno ci provi a denunciarne il carattere paternalista, clientelare e assistenzialista!). Un paese le cui riserve interne dipendono esclusivamente dagli investimenti stranieri! Attenzione a questi dati provenienti dai maggiori e più importanti istituti di studio e ricerca: 380 miliardi sono stati pagati dal governo ai detentori del debito pubblico federale: 20.000 famiglie, la élite dell’élite del Brasile. Mentre invece decine di milioni di famiglie povere, iscritte nel programma di assistenza del governo federale, hanno usufruito appena di 21 miliardi. Allora: 380 miliardi alla élite. Diciotto volte di meno a milioni di persone. E dicono pure che si è verificato il tanto atteso avanzo sociale. Il fatto è che la scandalosa differenza tra ricchi e poveri continua tale e quale sempre è stata. I ricchi lo sanno molto bene. I poveri, al contrario, sono convinti che possedere un forno a microonde e poter pagarlo in 72 rate, significa entrare di diritto nella classe media, essere finalmente inclusi nel banchetto del consumo! Hanno instaurato, hanno istituzionalizzato l’equivoco della crescita economica a qualunque costo.

La vera qualità di vita è avere il pane in tavola, ha detto ieri alla televisione un “presidenziabile”.

Vota Ni Mim, Vota Ni Mim rispondono gli altri candidati nell’ubriachezza delirante del Potere.

I trattori del potere, i trattori della menzogna mafiosa fanno tabula rasa nell’anima della mia gente, passano sopra ai suoi desideri, alla sua Esperança. I traditori sono e saranno al potere, hanno e avranno ancora una volta la facoltà di uccidere il desiderio, la volontà di una nazione intera.

Il mio paese, il mio popolo, la mia gente non merita tutto questo, non se lo merita davvero.

São Paulo, Brasil, XXI secolo, Elezioni 2010

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

Ni Mim

Sem dúvida será difícil, muito difícil substituir o Lula. O seu carisma, a capacidade de falar ao povo, de falar a linguagem do povo, fazem dele um grande protagonista da história brasileira contemporânea. Mas o que agora estamos assistindo envergonha cada um de nós. O espetáculo de luta livre, de golpes baixos, de acusações que, três vezes por dia a redes unificadas, oferecem os candidatos é quanto de mais abjeto possa existir na face da terra. Um governo mafioso que fez da prevaricação e do uso da máquina do estado a sua praxe de ação, uma oposição oportunista e incapaz de oferecer alternativas. Uma esquerda infantil, estalinista, ingênua e uma direita retrograda e venenosa, filha da puta como somente a direita sabe sê -lo. Tudo e todos boiando num brodo de corrupção sem limites. O País está se sustentando há anos sobre uma economia de exportação de matérias primas e sobre a importação selvagem de todo o resto. Em quinze anos um território de floresta equivalente a extenção de muitas nações européias foi destruido para plantar soja e cana de açúcar. Três toneladas de soja por um lap top! Este é o preço para sentar à mesa das maiores economias do mundo: três toneladas de soja exportada equivalem ao custo de importação de um computador portátil! Foram investidos recursos bilionários em busca do combustível mais poluidor: o petróleo. Se formos além das propostas delirantes dos candidatos e examinarmos a situação do Brasil real, encontramos um país com vinte milhões de pessoas totalmente analfabetos e outros vinte que sabem mal e mal escrever o seu próprio nome. Encontramos um país devastado nas mãos do agro negócio, um país que produziu uma dívida pública de 6o bilhões de dólares. Um país cuja economia cresce mais daquilo que ele mesmo é capaz de sustentar, cinco, seis % ao ano! Os números apresentados e compartilhados por todos, governo e oposição: 30 milhões de pessoas saíram da miséria! (Cuja única renda é o bolsa família de R$130,00 por mês). (E que alguém se atreva a falar contra este programa! E que alguém se atreva a denuciar o seu caráter paternalista clientelista e assistencialista!) Um país cujas reservas internas dependem exclusivamente dos investimentos estrangeiros! Atenção a estes dados vindos dos maiores e mais importantes institutos de estudo e pesquisa: 380 bilhões foram pagos pelo governo aos detentores da dívida pública federal: 20.000 famílias, a elite das elites do Brasil. Enquanto isso, dezenas de milhões de famílias pobres atendidas pelos programas de assistência do governo federal usufruíram apenas de 21 bilhões. Então: 380 bilhões para a elite. Dezoito vezes menos para milhões de pessoas. E ainda dizem que houve avanço social. O fato é que a escandalosa diferença entre ricos e pobres continua tal e qual sempre foi. Os ricos sabem isso muito bem. Os pobres, ao contrário, estão convencidos que possuir um forno de micro ondas e poder pagá-lo em 72 parcelas significa entrar de direito para classe média, ser finalmente incluidos no banquete do consumo! Instauraram, institucionalizaram o equívoco do crescimento econômico a qualquer custo.

Qualidade de vida é ter pão na mesa das pessoas, disse ontem na televisão um presidenciável.

Vota Ni Mim, Vota Ni Mim responde cada um dos outros candidatos em um bêbado coral do delírio de Poder.

Os tratores do poder, os tratores da mentira mafiosa, revolvem as almas da minha gente, passam por cima dos seus ânseios, da sua esperança. Os traidores estão e estarão no poder, tem e terão mais uma vez a faculdade de destruir o desejo, o querer de uma nação inteira.

O meu país, o meu povo, a minha gente não merece isto, não merece isto, jamais.

São Paulo, Brasil, sec. XXI, Eleições 2010

Edith Moniz

Paolo D’Aprile