O fogo – il fuoco

Il mondo non gira, è solo l’idea di uno scienziato ateo che si fidò di una illusione ottica, è tutto fermo, è tutto fermo fin dall’inizio, nel senso che è tutto tale e quale, Tolomeo era un genio, è tutto fisso come fu creato o come scoppiò da solo, tutto nacque e restò fermo, siamo noi che passiamo e crediamo che tutto segua la nostra deambulazione, ma è tutto fermo dai tempi dei tempi…

Sono parole tratte da un bellissimo libro di Antonio Tabucchi, Tristano Muore. Il protagonista, sul letto di agonia tra il delirio e i ricordi, racconta allo scrittore fatti fondamentali e dettagli insignificanti della sua vita. Giunge a questa conclusione guardando il cielo: è tutto fermo, da sempre immobile, per sempre immobile.

Alle sei del mattino è già tardi. Una doccia veloce, la barba rasata da una lametta di tre settimane, il caffè sul tavolo con una fetta di pane di ieri, o forse ieri l’altro. Tra circa diciassette minuti passa l’autobus e se lo perdo è una catastrofe: troppa gente sul successivo, troppa ressa, di affrontare un pigia-pigia simile non me la sento più. È tutta la vita che prendo autobus pieni. Trent’anni fa esatti a volte scendevo un paio di fermate prima travolto dalla calca, facevo a piedi il tratto dal Ponte Vecchio fino al Fermi. No, non è Firenze. Si chiama Ponte Vecchio ma è il ponte del treno. Il Fermi invece è l’altrettanto vecchio liceo. Ambedue ancora vivi e vegeti, il primo a sostenere gli eurostar che vanno a Roma, il secondo a continuare a dare il peggio di sé ai ragazzi di oggi, quasi uguali a quelli di quei tempi là. Mentre camminavo per il lungo rettilineo, pensavo all’Adelchi, al Cinque maggio, a quello che rispose la sventurata… un vero incubo, alle sette e mezza del mattino, magari sotto la pioggia o la nebbia, o il gelo di un inverno padano, maledetto.

Oggi, trent’anni dopo, esatti, davanti al caffè e con l’occhio all’orologio, guardo mia figlia uguale a me, trafelata, preoccupata, imbronciata. Quarta liceo. “Babbo, l’ho letta ieri sera, non ci ho capito niente, me la spieghi?” “Ma, cara figlia, tra diciassette minuti…” “Dai babbo, in due parole, me la racconti in due parole” “Fammi vedere il libro”. Tra le briciole, una pagina, un pugno nell’anima, quasi un insulto. Tolomeo aveva ragione: Ei fu. Siccome immobile dato il mortal sospiro… Trent’anni è non è cambiato niente. Il ponte è ancora là e il liceo continua a dare il peggio di sé.

Non so chi vincerà le elezioni. Forse se lo meritano entrambi i candidati. Uno per continuare la politica del presidente Lula. E l’altro per…, ma forse per continuarla pure lui. Uno è una donna. L’altro è pelato. Sia l’uno che l’altro hanno reso importanti servizi al paese: il primo decise di combattere con le armi la dittatura militare, venne catturato e torturato, riuscì a resistere senza diventare una spia. Uscì dalla prigione entrò in politica, divenne segretario di Stato e poi ministro. È una donna tutta di un pezzo, una specie di trattore che ha fatto dello sviluppo economico e industriale del Brasile la sua bandiera. Traccia sulla mappa i luoghi dove sorgeranno le grandi raffinerie, le grandi centrali elettriche, le più grandi opere pubbliche della storia, e dove verranno cancellati per sempre i territori indigeni che appartengono a minoranze etniche senza più voce, senza più forze. Le vignette satiriche e le imitazioni comiche la ritraggono sempre arrabbiata, una sorta di bulldog rabbioso pronto a sbranare chiunque le si avvicini o la contraddica.

Il secondo venne costretto all’esilio da quella stessa dittatura militare a cui accennavo. Al ritorno fu eletto deputato, ministro, poi sindaco, poi governatore. Per la seconda volta tenta il salto presidenziale. È l’uomo di gabinetto, colto quanto basta. Dai modi forbiti e gentili, vuole continuare quello che di buono ha fatto Lula, ma come buon burocrate ha l’intenzione di migliorare, ossia di sostituire i quadri dello Stato con i sui uomini di fiducia che in amministrazioni passate si sono divisi il Brasile a fette e se lo sono spartito tra loro comprandoselo per pochi spiccioli. Le vignette satiriche e le imitazioni comiche lo ritraggono come un vampiro assetato di sangue o il maggiordomo di un castello da film di terrore.

Non so chi vincerà le elezioni. Non mi interessa più di tanto, devo spiegare Manzoni e Napoleone a mia figlia in diciassette minuti, un autobus mi farà a pezzi, scenderò un paio di fermate prima travolto dalla calca, piove, mi fanno male i piedi e ho trent’anni in più.

Il Fuoco

Uno degli archetipi dell’umanità. Il fuoco purifica, il fuoco rinnova, battezza. Il fuoco distrugge e uccide. Il fuoco rubato agli dei trasforma l’uomo in faber di se stesso e della Storia. Chi controlla il fuoco possiede il potere, determina il futuro, definisce il cammino. Il fuoco.

La fotografia nelle mie mani non mente: l’espressione dell’uomo che scende dall’elicottero è di chi ha la consapevolezza di aver scalato tutti i gradini e di essere finalmente arrivato. Lui e suoi accoliti sulla cima dell’edificio. Un marchio nella città. Un ulteriore simbolo di sviluppo e progresso. São Paulo não pode parar, non può fermarsi, mai, il suo destino, la sua caratteristica è dover crescere sempre. Dopo aver dilagato in tutte le direzioni, il cielo, adesso è l’unico traguardo rimastole. Il primo grattacielo fece paura. Il costruttore per convincere l’alta borghesia della sua totale sicurezza, per affermare che non sarebbe crollato al primo temporale, costruì la sua stessa residenza sul terrazzo dell’ultimo piano. Era il più alto della città, del Paese, delle Americhe. Fu così che São Paulo volle trasformarsi in N.Y. con palazzi ed edifici sempre più alti, consacrandosi all’apparenza e all’opulenza. La foto nelle mie mani non mente. I vestiti, la pettinatura delle donne: metà degli anni sessanta. Il panorama intorno al gruppo è la visione abbagliante della mia città di quell’epoca, quando la grandezza di un sogno del Brasile campione del mondo soffocava la disperazione di un popolo massacrato nelle favelas dell’abbandono e nelle prigioni della dittatura militare; quando la parola d’ordine imponeva che prima di dividere la torta, bisognava farla crescere. La torta della ricchezza, dell’arricchirsi a qualunque costo affondava il paese nel baratro del debito estero impagabile e nella dipendenza dai modelli culturali ed economici stranieri. La foto non mente. La mia città di quell’epoca sembra Bogotà, Buenos Aires, Città del Messico… L’aria soddisfatta della persona realizzata, di chi finalmente è riuscito a lasciare la sua impronta, trasuda dall’espressione dell’uomo della foto. Ancora oggi racconta con evidente soddisfazione la prodezza di costruire nel centro della città un edificio così, cemento armato e vetro, più di cento metri di altezza. Qualche anno dopo, sedici morti e un numero imprecisato di feriti.

Il corto circuito consumò le istallazioni elettriche e in pochi minuti le fiamme divorarono le cose e le vite. Le indagini non riuscirono a determinare con esattezza le cause dell’incendio. Il costruttore, oggi vecchio e malato, ricorda quel periodo con orgoglio e soddisfazione. I soldi dell’assicurazione coprirono i risarcimenti ridicoli, i soldi dell’assicurazione garantirono la ricchezza dell’uomo della foto. Il palazzo fu restaurato e fino ad oggi fa parte del superbo skyline della città. Io, la foto nelle mani, vedo il sorriso compiacente degli accoliti e l’espressione di manager esecutivo dell’uomo senza scrupoli. I soldi fecero del fuoco il suo sostentamento, dei suoi figli e dei nipoti (guarda, guarda che belli i miei nipoti!). Sedici morti. Bruciati vivi per poter mantenere i nipoti.

La favela di cartone brucia in pochi minuti. Dall’inizio dell’anno, questo è l’incendio di numero 53. Significa che cinquantatré favelas sono andate in cenere. Centinaia di persone persone ancora una volta hanno perso ogni cosa. Una barzelletta di pessimo gusto afferma che i poveri, commiserando la loro situazione, dicono di non possedere niente e che quando il fuoco brucia la favela, gli stessi poveri piangono disperati dicendo di aver perso tutto. La barzelletta, se non fosse una barzelletta, direbbe la verità. I cittadini della parte più debole, i poveri, perdono tutto in incendi criminali. Quando non si riscontrano vittime significa che l’incendio è provocato apposta, o dalla speculazione immobiliare che esige la rimozione delle baracche, o dagli stessi abitanti per ottenere i “vantaggi” di poter essere iscritti nei programmi pubblici di “ausilio sociale” e “ottenere” così una casa popolare. Naturalmente, questo non succede mai e i cittadini continuano dimenticati ad ammassarsi in baracche o in centri di raccolta provvisori-permanenti. Invece la speculazione immobiliare determina il piano regolatore del quartiere, influisce nelle decisioni politiche su dove e come costruire i nuovi complessi privati. Due giorni dopo l’incendio, gli abitanti della favela bloccano la grande avenida: protestano, dicono che sono stati ingannati, beffati, niente di quello che gli era stato promesso sarà realizzato. Ancora una volta sono stati usati come carne da cannone. Adesso bloccano il traffico, arriva il battaglione antisommossa: São Paulo não pode parar, non può fermarsi, mai. Spari, lacrimogeni, sassate, manganellate, feriti… La stampa al completo riferisce che la protesta è stata organizzata e diretta dai narcotrafficanti… E contro i trafficanti la polizia spara. La popolazione infuriata obbliga gli autobus a fermarsi. Comincia un nuovo incendio. Veicoli, materassi, mobili, tutto in fiamme perché la polizia non si avvicini alla favela. E nel momento esatto del telegiornale della sera. Nella guerra tra il narcotraffico e lo stato chi perde è il mio popolo. Chi perde sono quelle sedici persone bruciate vive per la gloria del grande costruttore. Chi perde è il mio paese, vittima del suo sogno di grandezza, della sua fame di ricchezza a qualunque costo, a qualunque prezzo.

La corruzione spaventosa che rinsecchisce la vita civile impregna i meandri della vita spicciola, fa di ciascuno un ostaggio di un sistema di potere impossibile da rompere. Siamo rinchiusi in un circolo insormontabile dove la speranza di un cambiamento brucia allo stesso tempo nel fuoco alimentato da noi, e tra qualche giorno eleggeremo il nuovo Presidente della Repubblica…

São Paulo Brasil, XXI secolo

Edith Moniz

O Fogo

Um dos arquétipos da humanidade. O fogo purifica, o fogo renova, batiza. O fogo destrói e mata. O fogo roubado aos deuses transforma o homem em faber de si mesmo e da história Quem controla o fogo, detém o poder, determina o futuro, define o rumo. O fogo.

A fotografia em minhas mãos não mente: a expressão do homem que desce do helicóptero é de quem está ciente de ter escaldos todos os degrus e sabe que chegou lá. Ele e os seus acólitos no cume do edifício. Um marco na cidade. Mais um símbolo de desenvolvimento e progresso. São Paulo não pode parar, nunca, o seu destino, a sua sina é crescer sempre. Depois de ter crescido em todas as direções, o céu, agora, é o limite. O primeiro arranha-céu deu medo. O próprio construtor para convencer a alta burguesia da total segurança da construção, para afirmar que não teria despencado ao primeiro temporal, construiu a sua própria residência no cume, no terraço do edifício. Era o mais alto da cidade, do país, das Américas. A partir daí, São Paulo quis se transformar em N.Y. com prédios e mais prédios cada vez mais altos se consagrando à aparência e à opulencia A foto em minhas mãos não mente. A roupa das pessoas, o penteado das mulheres: metade dos anos sessenta. O panorama em volta do grupo é o deslumbramento visual da minha cidade daquela época, quando a grandeza do sonho de um Brasil tricampeão do mundo abafava o desespero do povo massacrado nas favelas do abandono e nas prisões da ditadura militar; quando a palavra de ordem era: primeiro fazer o bolo crescer e depois dividi-lo. O bolo da riqueza, do enriquecimento a qualquer custo afundava o país no báratro da dívida externa impagável e na dependência dos modelos culturais e econômicos estrangeiros. A foto não mente. A minha cidade daquela época, parece Bogotá, Buenos Aires, Cidade do México… O ar satisfeito da pessoa realizada, de quem finalmente conseguiu deixar a sua marca, permeia a expressão do homem da foto. Até hoje conta com evidente satisfação a proeza de construir no centro da cidade um edifício assim, concreto armado e vidro, mais de cem metros de altura. Alguns anos depois, dezesseis mortos e um sem números de feridos. O curto circuito consumiu as instalações elétricas e em poucos minutos as chamas devoravam as coisas e as vidas. A investigação nunca determinou com certeza as causas do incêndio. O construtor, hoje velho e doente, lembra da época com orgulho e satisfação. O dinheiro do seguro cobriu as indenizações ridículas, o dinheiro do seguro garantiu a riqueza do homem da foto. O prédio foi reformado e até hoje faz parte do soberbo skyline da cidade. Eu, a foto nas mãos, vejo os sorrisos complacentes dos acólitos e a expressão de manager executivo do homem sem escrúpulos. O dinheiro fez do fogo o seu sustento, dos filhos e dos netos (olha, olha que lindos os meus netos!). Dezesseis mortos. Queimados vivos para poder sustentar os netos.

A favela de papelão queima em poucos minutos. Desde o começo do ano, este é o incêndio de número 53. Significa que cinqüenta e três favelas tornaram-se cinzas. Centenas de pessoas perderam tudo mais uma vez. Uma piada de péssimo gosto afirma que o pobre sempre reclama de que não tem nada e que quando o fogo queima a favela, o mesmo pobre chora dizendo que perdeu tudo. A piada, se não fosse uma piada, diria a verdade. Os cidadãos da parte mais fraca, os pobres perdem tudo em incêndios criminosos. Quando não há vitimas, o incêndio é provocado de propósito, ou pela especulação imobiliária que exige a remoção dos barracos, ou pelos próprios moradores para obter as “vantagens” de serem inscritos nos programas públicos de auxilio social e assim “obter” uma casa popular. Naturalmente, isso quase nunca acontece e os cidadãos esquecidos continuam a se amontuar em barracos ou em centros de acolhida provisórios-peranetes. Ao invés disso a especulação imobiliária determina o zoneamento do bairro, influi nas decisões políticas sobre onde e como construir os novos empreendimentos privados. Dois dias após o incêndio, os moradores bloqueiam a grande avenida: protestam, dizem que foram enganados, ludibriados… nada daquilo que haviam-lhes prometido será realizado. Mais uma vez foram usados como boi de piranha. Agora bloqueiam o transito, chega a tropa de choque: São Paulo não pode parar, nunca. Tiros, gases, pedradas, pauladas feridos… A imprensa toda refere que o protesto foi organizado e dirigido pelos traficantes… E contra o traficante a polícia atira. A população enfurecida obriga os ônibus a pararem. Começa um novo incêndio. Veículos, colchões, móveis, tudo em chamas para que a polícia não consiga chegar mais perto da favela. E na hora exata do telejornal. Na guerra entre o tráfico e o poder público quem perde é o meu povo. Quem perde são aquelas dezesseis pessoas queimadas vivas pela glória do grande construtor. Quem perde é o meu país, vítima do seu sonho de grandeza, da sua ganância de riqueza a qualquer custo, a qualquer preço.

A corrupção espantosa que assola a vida civil impregna os meandros da vida do dia-a-dia, faz de cada um, refém de um sistema de poder impossível de ser quebrado. Estamos fechados em um círculo intransponível onde a esperança de mudança queima ao mesmo tempo no fogo alimentado por nós, e em poucos dias vamos todos eleger o nomo presidente da república….

São Paulo, Brasil, sec. XXI

Edith Moniz