Pietro Barcellona, 29 maggio 2010

Ho ascoltato con interesse e non sono molto contento di come è andata fin’ora la discussione. Io vorrei parlare molto bbene della persona Stoppiglia e molto male del libro. Stoppiglia, che io conosco molto prima del libro, è una persona eccezionale, ho proprio un amore, perché tutte le volte che mi telefona e mi dice qualcosa io poi per un’ora sto bene. Abbiamo una relazione molto intensa sul piano degli affetti, della comunicazione. E la sua viata è una vita in cui le azioni sono così prodigiose che non si possono neppure raccontare. La vita di Giuseppe è una vita in cui la generosità va messa a rischio, l’essere un pellegrino nel mondo, è stata una testimoninaza continua.
Il primo problema che noi abbiamo, anche questa sera qui, è la credibilità. La credibilità non è mai per gli scritti, gli scritti non sono mai credibili, non si crea affatto,  io sono una lunga mano della scrittura e affermo che la scrittura non serve a nulla, mentre come paradigma, Stoppiglia è l’opposto.
E gli farò delle domande inchiodandolo, come uomo, alla sua condizione di prete.
Mi raccomando, il libro compratelo tutti che lui, come me, ha il problema di venderli. È un problema angosciante per le case editrici.
Non condivido la premessa, che vuol dire ‘vivere prima e conoscere dopo’? Conosciamo vivendo. La verità che si nasconde dietro questa frase, o come io la interpreto,  è che l’esperienza viene prima dei concetti, questa  è la cosa rivoluzionaria.  Noi non faccaimo più esperienze, viviamo di progetti.
I concetti sono la fine della vita, perché sono un’astrazione stereotipa che definisce una cosa una volta per tutte e la presenta a chi la ascolta come una cosa da attuare.
Per esempio, non c’è una definizione della giustizia, chi ne da una definizione non sarà mai giusto,  non c’è una definizione della verità, la manualistica, oppure tutti i fondamentalismi che si sono succeduti, di destra, di sinistra, clericali o anticlericali, danno definizioni, ma noi ci troviamo a questo punto perché ci siamo difesi dall’esperienza. Diceva Giorgio Gaber che noi abbiamo distrutto l’esperienza con l’esperimento, cioè formuliamo prima una cosa e poi verifichiamo se si attua, poi verifichiamo che la cosa è sbagliata, ma il concetto è giusto, mica cambiamo il concetto.
Poi non abbiamo più esperienza perché non ci mettiamo in gioco, come ha fatto Stoppiglia, se non avesse fatto dell’esperienza il libro sarebbe, una cosa ben fatta, poetica, una bella cosa da leggere, ma non quello che può essere interpretao: un grande messaggio. Il grande messaggio è la tua storia, la tua esistenza. E qui viene il problema, lo voglio riassumere attraverso un esempio. Noi non facciamo esperienza perché siamo pregiudicati da qualcsoa che viene prima, che è il concetto astratto, assoluto di verità. Nella lingua ebraica non esiste la verità astratta, esiste l’azione vera, come non esiste la giustizia, esite l’uomo giusto.
Lui è un uomo vero, un uomo giusto, ma non per questo è giustificato  il suo libro dove si mette  a predicare come un Abele che non ascolta la voce del vento che c’è dentro di noi perché noi e il vento non parliamo mai. E non ne parliamo perché il concetto, essendo sempre un concetto lineare, esclude la presenza dell’antagonista dentro l’esperienza. Perché dentro l’esperienza noi facciamo simultaneamnete la verifica di come siamo ambivalenti, come siamo capaci di voler bene (io a Giuseeppe voglio bene, ma certe volte gli spaccherei la testa), perché siamo abitati da una doppiezza culturale (ho sempre pensato che Caino e Abele sono la stessa persona). Quando di Caino, di volontà di potenza abbianmo dentro, anche in questo momento, io ho fatto molti anni di analisi, e non sapete quanto in quello che dico c’è di civettuolo  nel tentativo di seduzione del pubblico.
Noi doveremmo smetterla di scrivere libri, io ne scrivo troppi, ma dovremmo cominciare a fare qualcosa, essere unaa testimonianza, fare un’esperienza, e si capisce che in quel momento c’è una rete umana e non astratta. E l’esempio che voglio fare è come possiamo farci ingannare dalle verità computerizzate. Io insegno che il computer è un’altra forma di televisione, che è la verità del fatto, così come il computer è la verità del pensiero. E come possiamo essere giocati dal pregiudizio per quello che noi abbiamo alle spalle, quello che dobbiamo fare e non invece di fronte, come incontro con l’altro. L’incontro con l’altro dev’essere un incontro disarmato dai concetti.

Stoppiglia fa una cosa importante in questo libro: il riferimento ai bambini.   Ma non perché i  bambini non conscoono il vivente, i bambini da quando escono dall’utero comoscono tutto, ma non hanno i pregiudizi che abbiamo noi.  Quello di cui si vuole liberare Stoppiglia è il pregiudizio,  è lo sguardo del bambino, perché lo sguardo del bambino non è innocente, sa quello che vuole. Il bambino non ha nel rapporto con la donna un rapporto pregiudiziale, non è legato dall’idea che la madre è buona e deve fare questo questo e quest’altro, per il bambino non esiste nè la madre buona  nè la madre cattiva, esiste quella donna. Questo è il richiamo all’infanzia che io predico, e devo fare una domanda.  Tu fai un’operazione che qui dentro condividono tutti,  gli ultimi saranno i primi,  cioè gli interlocutori di Stoppiglia sono gli ultimi della terra, e ha ragione, perché, come diceva Marx, chi non ha nulla da perdere se non le proprie catene, cioè non è attaccato al dominio, forse può capire che cosa si deve fare per cambiare il mondo.
Gli ultimi della terra sono gli interlocutori, con l’altro, perché Stoppiglia sente il bisogno dell’altro, del volto dell’altro, è la sola cosa che ci fa interrompere questo temibile guardarsi allo specchio dell’uomo contemporaneo.
Ma bisogna vedere l’altro anche in Caino: perché un prete deve fare la critica all’istituzione Chiesa e Serra lo invita a calcare la mano? Ma qual è l’istituzione ad essere esente da vermi? Eppure com’è che non riusciamo a fare a meno dell’istituzione? Il nostro linguaggio è un’istituzione.  Tutto ciò che di brutto e di cattivo, di buono e di meravigliso, ci è arrivato dai nostri antenati. L’Università, dove ho vissuto fino a qualche mese fa, ora sono in pensione, è uno schifo, ma senza l’istituzione non ci sarebbe quel poco di sapere che c’è. Attraverso le istituzioni. Chi la abita è contaminato.
Non si può fare, Giuseppe, l’apologia del papa in quanto papa, io non sono d’accordo con molte cose che fanno, non sopporto la gerarchia  ecclesiastica, come te, ma un prete non può non capire che questa è l’istituzine che gli ha consentito di essere prete. Se tu sei prete lo devi a un’istituzione che ha permesso la potestà di scegliere tra gli uomini coloro che potevano essere chiamati a una missione particolare. Questa è l’istituzione del peccato, ma è l’istituzione dentro la quale sei nato, non puoi condannare la Chiesa, perché condanni te stesso.  Devi vedere perché adesso la chiesa è abitata da Caino, perché nonostante l’apparenza del linguaggio abelico, nascondono le peggiori porcheri. Bisogna fare la battaglia dentro, non si può fare fuori. Chi vuol fare il prete lo faccia dentro la Chiesa, chi vuol fare politica lo faccia dentro la politica, tutti quelli che si tirano fuori, che per dirla con Marx, fanno i critici critici e non fanno alcuna proposta positiva per mettere domani in movimento un processo, quelle persone se scrivono, scrivono invano. Roberto (Mancini,ndr), un libro autentico su cui scrivere ricette per come vivere bene è un imbroglio che noi dobbiamo saper denunciare. Non dobbiamo scrivere libri di ricette, dobbiamo fare le cose che ha fatto Stoppiglia, e che sono così belle che forse soltanto un’atmosfera di poesia, permette di intravederle ma non certamente di coglierle nella loro specifica concretezza.
Che il fare precede il conoscere, è sbagliato, ma che l’esperienza precede il concetto e la filosofia è giusto.  Ma per fare esperinza bisogna spogliarsi  della veste di buoni e di giusti.


Testo non rivisto dal relatore