Roberto Mancini, 29 maggio 2010

Mi aggancio alla sollecitazione di Gaetano Farinelli dove diceva ‘prima la vita e poi il pensiero’. Il pensiero non ha un primato diffuso, forse la contrapposizione è tra il pensiero e le barriere mentali che abbiamo nei confronti degli altri, altrimenti il pensiero vivo è direttamente l’espressione della vita. Parlo di barriere mentali perché il libro di Giuseppe è la testimoninaza di uno sguardo felice che è libero dalla delusione che è dentro le barriere classiche della tradizione da cui veniamo.
Quali sono queste barriere?
La prima barriera è il concetto di potenza. Il culto della potenza dell’efficacia a tutti i costi senza distinguere dai fini ai mezzi, della vittoria a tutti i costi, dell’affermazione di sé stessi. Niente a che vedere con la libertà, con la solidarietà, con la giustizia. La potenza è stupida non distingue tra mezzi e fini, l’importante è affermarsi. La nostra tradizione ha questo concetto, anche divulgato dai grandi pensatori, ed è presente nel pensiero quotidiano.

La seconda barriera è il concetto di identità. Dove in nome di un’identità, soprattutto se è un’identità religiosa, ma anche territoriale, etnica, secondo questa follia di dire ‘padroni a casa nostra’. Come se il mondo non fosse la vita che ci ospita, dove tutti siamo stranieri e tutti siamo ospiti. La logica dell’identità viene usata per spezzare la relazione tra le persone. Come se i pesci se la prendessero col mare e dicessero ‘ora mi formo una realtà tutta mia e la chiamo identità’. È una logica mortifera, non meno di quella della potenza, la conseguenza diretta è il concetto di proprietà. Perchè quando un essere umano che dovrebbe vivere di relazione, non ha fiducia nella relazione, gli resta solo un arpiglio: la sicurezza data dalla proprietà, perché nella mia proprietà faccio quello che voglio, e non ho più questa esposizione, questa sorta di fragilità, di dovermi fidare dell’altro, di tessere relazioni con l’altro. La proprietà definisce quello che sono e spezza la relazione con gli altri.

Da ultimo è la categoria del sacrificio. Questa superstizione antichissima in cui noi crediamo che esistano le istruzioni creatrici,  che siano all’origine della storia, questo è stato detto a destra a centro e a sinistra, e pensiamo che ci sia un prezzo da pagare, una distruzione che poi porterà a qualche successo, a qualche vantaggio. La mortalizziamo, la rendiamo religiosa, è al centro della teologia, della mitologia, dell’economia, della morale, ma in definitiva sacrificio, significa sempre sacrificio di vittime.  E fonda sulla distruzione, sulla sofferenza quello che dovrebbe esser fondato su un’esperienza di amore condiviso, di bene, di liberazione delle nostre energie vitali.

IL libro di Giuseppe propone altre prospettive. Al posto della categoria di potenza troviamo le logiche della libertà solidale, della giustizia, esprime una capacità di cura per la vita, perché annunciare la vita senza capire le forme di cura che deve ricevere, annunciare la vita come un principio astratto, senza capire che è la comunità dei viventi, le storie personali, le rispettive dignità, le rispettive fragilità: la vita  è la comunità dei viventi. Non posso farne un elemento di giudizio contro qualcuno.

Al posto della logica dell’identità, nel libro di Giuseppe, si trova una logica di comunione, quelli che sono interessati al Vangelo e alla Chiesa Cattolica, forse, lentamente, riescono a capire che la Chiesa cattolica non è la società perfetta del Concilio di Trento, non è nemmeno la sola del popolo di Dio, ma è una porzione del popolo di Dio, che in realtà è il creato intero. Semmai ha una responsabilità, ma non ha un’esclusiva nel dire ‘noi siamo il popolo di Dio’. Sentite ancora una volta la logica dell’identità, della proprietà, dell’assoluzione.

Al posto della logica di proprietà c’è una logica di condivisione, al posto della logica al sacrificio c’è una logica di dono, di dedizione libera. Che è cosa diversa, perché quando vivo una situazione con una dedizione libera, non la sento come un sacrificio. Quello che do non lo perdo, anzi mi costruisce come persona.

Giuseppe nelle sue riflessioni dischiude un altro modo di pensare. Questo va approfondito e nella chiave in cui va approfondito io ci vedo quello che chiamerei ‘un risveglio civile’ e forse si potrebbe dire, in analogia con le pratiche di economia solidale, un’economia cooperativa, un’economia giusta, soprattuto un’economia che non sia un nido di morte, dove oggi  il meccanismo tortura la vita dei popoli e della natura. In questa dimensione di ricerca di una nuova economia io chiamerei quest’altra dimensione del risveglio ‘l’altra politica’.
Certo se ci diciamo di contrapporci agli uomini cattivi, di proporre la solidarietà contro l’egoismo, rischiamo di dircelo tra noi, perché il mondo va in un’altra direzione, le nostre parole sembrano eccepire momentaneamente, poi si riparte dentro la cappa della credenza del dominio della potenza, del sacrificio ecc..

In realtà un nodo fondamentale, una barriera da abbattere,per far si che dove c’era un muro si apra un sentiero, è proprio la solidarietà all’altra politica. Attenzione, non all’antipolitica, l’antipolitica è quella che sta istituzionalmente al governo, è quella l’antipolitica, non è la realizzazione della vocazione umana della funzione umana della politica.
La solita politica qual è: quella che mette quattro pietre tombali sulle possibilità di democrazia vera che noi potemmo avere.
La prima pietra tombale è il derivare la nostra politica da una logica di guerra, per cui la politica diventa la guerra affrontata con altri mezzi, ecco perché spunta la stupidità del vincere per vincere (il politico che esulta perché ha vinto le elezioni e non sente il peso della responsabilità che gli viene data) e non impegnarsi per convivere, che è il fine della politica.

Secondo elemento distruttivo non è tanto che vincono gli interessi del più forte, vincono quegli intreressi che in modo sistemico disarticolano la democrazia. Se tu tocchi la stampa, la magistratura, la scuola, non tocchi l’avversario, ma le condizioni stesse della vita civile. La nostra politica va  a disattivare le condizioni che consentono una convivenza democratica.

Terzo elemento essenziale è una politica che rinuncia al riferimento alla verità, che poi la verità è superata dai fanatici, dagli eventi, le nostre parole fondamentali fanno una brutta fine: felicità, amore, Dio, verità, bene, tutti noi quando le sentiamo dire proviamo diffidenza e irritazione, perché pensiamo siano trappole. La rinuncia al riferimento alla verità non  ha creato spazio a una maggiore laicità, anzi, vediamo che ci mancano condizioni essenziali della verità. Per esempio, può un Paese rinunciare alla verità storica? Auschwitz c’è stata, sì o no? La colonizzazione c’è stata, sì o no? La verità giudiziaria: da piazza Fontana a Ustica, a Moro, a Falcone e Borsellino… un Paese può rinunciare alla verità di questi fatti? Alla verità morale? Del valore incondizionato dei diritti umani, verità affermata costituzionalmente, ci possiamo rinunciare?
Una vita politica sana ha bisogno di un riferimento plurale, non metafisico, non religioso, alla verità storica, giuridica e morale, a quello che viene riconosciuto nei fondamenti stessi della Costituzione. Altrimenti subentra la menzogna, la menzogna pura. Se la menzogna pura diventa lo scenario di senso entro cui si scrive la prassi politica, non c’è speranza.

Da ultimo la politica mercenaria, cioè il fatto che ormai la politica è un mestiere. Dalle elezioni di un consiglio di classe fino a quelle della Presidenza della Repubblica, chi viene eletto, sembra che abbia vinto il giro d’Italia, li vedete festosi urlare:”Ho vinto!”. Non ci vedete la serietà della responsabilità dell’incarico, il senso quasi di onere, di carico che si è assunto. Allora la politica diventa un mestiere, noi diciamo “i politici” come se diciamo “gli idraulici”, “i professori”, “gli elettricisti”. Capite allora che, chiunque sia il politico (certo ci sono delle eccezioni) viene dal nulla e deve mantenersi il mestiere.

Queste quattro pietre tombali, finché sussistono, non permettono l’altra politica.
Il libro di Giuseppe apre la via a un’altra politica perché riconosce che la  cura dei diritti umani è un dovere personale, delle comunità locali, del territorio, non parte solo dall’ONU, dall’assessore o dal governo. Questa truffa clamorosa chiamata federalismo è la perversione radicale di un fatto vero, cioè che noi la convivenza la possiamo tessere solo territorio per territorio, creando comunità aperte, ospitali in relazione con altre comunità locali, magari del mondo. E a partire da questo respiro comunitario, tu dai l’elemento vitale dove nasce una classe democratica.
Per questo mi pare importante non sprecare lo sguardo di Giuseppe il suo stare sul pubnto dove il muro può diventare sentiero, andrà fatto con una cura, ed è presente nel libro.

In tutte le primavere della Storia i tre fattori di fondo ricorrenti sono: la capacità di vedere un mondo completamente diverso (intelligenza della speranza); un metodo di nonviolenza attiva; l’integrità delle persone, che non è solo integrità morale, ma avere la profondità interiore che mi permette di essere me stesso quando mi relaziono con gli altri.
Se teniamo insieme queste cose, se superiamo questo falso pensiero che restringe e soffoca le possibilità della vita dentro a logiche di potenza, di identità, di proprietà, di sacrificio, allora scopriamo che non solo c’è la vita, ma una vita nuova, una vita vera condivisa con gli altri.

Testo non rivisto dal relatore