Storia di Aqila

Nel luglio 1989 nasce una bambina in un villaggio di Azad Jammu – Kashmir, regione pakistana. Crescendo, rivela di essere portata per gli studi e ottiene il diploma liceale senza difficoltà. Qui la sua storia avrebbe potuto cominciare a volare: cosa vuoi fare della tua vita, Aqila?, avrebbero dovuto chiederle. Ma non era il caso. Le tradizioni familiari sono più importanti, ed è tradizione per la sua famiglia arrangiare i matrimoni delle figlie. Così i parenti di Aqila si mettono in contatto con quelli del suo futuro marito, originari dello stesso villaggio ma ora residenti nel Regno Unito e con cittadinanza britannica.

Nel marzo 2008, diciottenne, Aqila obbediente si sposa con chi i suoi genitori hanno scelto per lei, e nell’ottobre dello stesso anno va a vivere nel nord Inghilterra con un permesso di ricongiungimento familiare valido sino al dicembre 2010. Il marito, che era il suo garante legale per il permesso, avrebbe dovuto dare inizio ad altre procedure amministrative per permettere la residenza indefinita di Aqila: ma non si è mai preso questo disturbo.

Dal giorno del suo arrivo, la giovane donna è la serva della famiglia di suo marito; una serva non pagata e messa in riga a botte: dalla suocera, dalle tre cognate, e naturalmente dal vispo neo-sposo assai annoiato dalle sue lamentele. L’ha portata in casa e tanto “onore” dovrebbe bastarle, no? Per cui lui continua a fare la vita di prima, da gaudente amante delle ore piccole, mentre ad Aqila non è permesso uscire non accompagnata, le sue telefonate sono controllate ed il suo passaporto lo custodiscono i parenti acquisiti.

Aqila resta incinta. Dato quel che sopporta, e la giovane età, non è sorprendente che il suo bimbo nasca prematuro nel gennaio 2010. A questo punto, visto che è un maschietto e che il marito è sempre più insofferente nei confronti di Aqila, la britannica famiglia decide che è ora di rimandare la ragazza indietro. Il suo dovere, tutto sommato, lo ha fatto: ha dato loro l’erede che volevano. Tra l’altro, il parto non è stato facile e Aqila potrebbe non essere in grado di avere altri figli.

In febbraio, hanno già pronti i biglietti per il Pakistan: due, quelli del marito e del suocero di Aqila sono di andata e ritorno, per lei il biglietto è di sola andata. La giovane donna non vuole partire, non sopporta l’idea di separarsi dal figlio così piccolo; per portarla all’aeroporto nel marzo 2010 devono drogarla. Arrivati in Pakistan la scaricano all’esterno della casa della sua famiglia d’origine e nel giro di quarantotto ore sono spariti: non dimenticano però di portarsi via il passaporto di lei. Aqila non li ha più visti ne’ sentiti da allora, e da allora si sta consumando nel desiderio di riavere fra le braccia il suo bambino.

Certo, suocero e marito si sono risentiti quando la denuncia di Aqila è riuscita a portarli di fronte a un tribunale, ma possono consolarsi con la consapevolezza di aver fatto le cose abbastanza bene: l’Ufficio Immigrazione inglese non concede l’ingresso alla giovane donna, che oggi ha un nuovo passaporto, neppure per presenziare alle udienze. L’uomo che ha sposato dichiara di essere divorziato: l’ha deciso unilateralmente una volta rispedita Aqila in Pakistan. Ma non è poi così disumano, intendiamoci. Pensate che questo mese ha concesso che mandassero ad Aqila una foto del figlioletto.

Delle due avvocate che si occupano della giovane madre, la consulente Anne-Marie Hutchinson sta trattando attualmente altri nove casi di “spose abbandonate”, ma ne ha avuti per le mani a dozzine negli ultimi cinque anni; mentre la rappresentante di Aqila in tribunale, Teertha Gupta, ha dichiarato: “Stiamo chiedendo alla Corte di prendere legalmente nota di questi altri casi, e di dire qualcosa che aiuti le giovani donne che si trovano in questa situazione. Speriamo anche che dal caso di Aqila sortisca un effetto deterrente, affinché le famiglie smettano di fare cose di questo genere senza rifletterci su.”