Tra Italia e Brasile

Costantino ha perso il conto. Non ricorda da quanti anni vive a Bologna e neanche quanto costa il giornale che mi vuole vendere. Non ricorda quando deve togliere il gesso che gli impacchetta il braccio destro, non ricorda nemmeno quando se l’è rotto. Abbiamo i nasi rossi, noi due. Io per il freddo polare in cui mi trovo immerso, lui perché si è appena riscaldato con la sua bottiglietta portatile che mi porge senza indugio. No grazie, ho appena preso un caffè, rispondo con timida vergogna. Costantino capisce e sorride bonario. Moglie e figli lontani, dice, Romania. Un euro, un giornale. Dammi un’altra moneta per aiutarmi. Due monete, due euro, un giornale. Ciao Costantino e buona fortuna.

I portici di Bologna sono la visione spettrale della grigia Europa che contrastano con i colori che dopo vent’anni di Brasile mi porto dentro. Il giornale di Costantino mi occupa le mani goffe nelle tasche di un giaccone preso in prestito. Quanti chili sulle spalle! Cappello, sciarpa, scarponi e neve dappertutto. Paolo D’Aprile scompare nella siberia emiliana tra Piazza Maggiore e le due torri. Ieri l’altro era ancora in quell’altra piazza enorme, a festeggiare “o Natal do Povo da Rua” il Natale del Popolo della Strada. Una festa semplice senza pretese, qualche cartellone, un palco, un suonatore ambulante sosia di una cantante famoso, un senatore e un prete. Un Costantino brasiliano mi vende lo stesso giornale che comprerò tra due giorni a Bologna. Due monete. Leggo gli articoli e li metto a confronto. Il giornale italiano, realizzato dagli uomini di strada bolognesi parla di un disagio crescente e di una emarginazione di stampo razzista sia da parte delle istituzioni che della gente comune verso coloro che si trovano in situazioni di disagio: emigranti, nullatenenti, senza tetto, matti. Quello brasiliano invece scrive sulle notti maledette tra il 19 e il 22 agosto del 2004 quando quindici moradores de rua, uomini di strada, barboni, quindici persone vennero attaccate a bastonate e sette di loro rimasero uccise. Il buio totale, nessuno sa niente, nessuno ha visto niente. Una delle tante stragi rimaste impunite. Le indagini ferme da anni non vengono archiviate solo grazie ad una costante pressione di quel prete presente alla festa.

Si chiama Paolo come me, e sul momento non mi riconosce. Sono passati tanti anni. Mi ferma e ripete una litania imparata a memoria: sono messo male, sono messo male, aiutami per favore, una moneta, una moneta. Sapevo che non stava bene. Da tanti anni lo si vedeva trascinare il suo eskimo verde tra i portici del centro. L’avevo intravisto altre volte in questi vent’anni, da lontano, senza avere mai avuto il coraggio di fermarlo o di un semplice ciao. Barba e capelli da eremita, sguardo spento. Paolo, ti ricordi di me, sono io, andavamo a scuola insieme, due anni di pedagogia. Ti ricordi, il collettivo universitario, le assemblee, la saletta delle riunioni di cui avevamo le chiavi, ti ricordi le manifestazioni i cartelloni il ciclostile sempre rotto, il bidello che diceva che noi eravamo gli ultimi veri comunisti di una città imborghesita e bottegaia, ti ricordi? Mi abbraccia, Paolone, si ricorda, mi abbraccia, mi bacia e mi chiede una moneta. Nella siberia bolognese siamo soli, noi tre, io Paolone e Costantino due metri di neve e trenta gradi sotto zero.

Ieri l’altro in quell’altra piazza, suonavano i bambini di Santo Amaro. Suonavano i loro tamburi per ricordare l’incendio della loro sede. Incendio doloso. La zona è di interesse della speculazione immobiliare e un centro per meninos de rua farebbe svalutare i prezzi solo a pensarci. In una notte è venuto giù tutto. Non c’era nessuno, ma anche se ci fosse stato qualcuno, nessuno se ne sarebbe accorto. La notizia non si è saputa, i giornali hanno mantenuto il mutismo complice di sempre, le televisioni troppo occupate dall’inizio del Grande Fratello locale.

Dopo vent’anni scopro alcune parole nuove che invece gli italiani mi dicono di avere sempre usato: obliterazione; esondazione; gossip; bipartisan, Gabibbo. La prime si riferisce al gesto di timbrare il biglietto dell’autobus, la seconda all’azione di un fiume pronto a straripare, la terza ai pettegolezzi, la quarta non ho ben capito cosa sia ed infine l’ultima, che si riferisce ad un attivissimo ed efficacissimo personaggio della Tv pronto a battersi ogni qualvolta i diritti civile dei cittadini vengano offesi. Dovrei dirlo al mio amico Rocco, contadino in quel di Jesolo. Gli vorrei dire di chiamare il Gabibbo e di arrampicarsi su quegli orrendi grattacieli che hanno costruito martoriando per sempre una città già irrimediabilmente brutta. In un delirio da nababbi pensano di essere a Dubai e non sull’Adriatico, fanno scempio della stupenda pianura affibbiandole l’ennesimo colpo mortale. Le torri gemelle in stile post-moderno, post-intelligente, post-schifezza sono ora il simbolo di una Jesolo che vorrebbe essere Rimini ma che in realtà non passa di un…; Rocco, chiama il Gabibbo! Invece Rocco non ci pensa neppure, mi versa l’ultimo bicchiere di vino e mi abbraccia. Beato te che torni al caldo, dice al casello dell’autostrada dove mi ha accompagnato, beato te.

Oggi, quasi fine gennaio, trovo la mia città tropicale inondata dall’ennesima “esondazione”: nove morti in una notte, tra annegati e sotterrati vivi a causa delle frane nelle favelas. Qualche mese fa parlavo di una tragedia simile: piogge torrenziali, crolli, frane. Dicono che sia la quarta tragedia di questo tipo nel giro di tre settimane. Il tempo del mio viaggio in Italia. Qui se ne è parlato e se ne parla molto. Là, a Bologna, a Jesolo, in Italia, non lo sa nessuno. Anzi nessuno se lo immagina neppure. Un amico italiano ai miei racconti afferma: e pensare che la tua città me la immaginavo modernissima, coi grattacieli di cristallo, le autostrade…; Certo ci sono anche quelle, ma c’è anche un aeroporto internazionale costruito in una località chiamata “Cumbica” che in lingua indigena significa: “Terra delle nuvole basse”; e c’è pure un tunnel enorme che passa buona parte dell’anno vittima di “esondazione” costruito in una valle chiamata Anhangabaú che significa “Terra degli spiriti dell’acqua arrabbiata”. Bisognerebbe scriverlo sul giornale di Costantino. O forse chiamare il Gabibbo che ci penserebbe lui.