Tutto come sempre

Quando i portoni si aprono, corrono come una mandria affamata, la strada è a due passi. Tornano esattamente dove li avevamo prelevati illegalmente, tornano esattamente nello stesso punto a riprendere la loro attività interrotta bruscamente, comprare e vendere crack, sdraiarsi per terra, agonizzare in preda alle allucinazioni, morire, fottere, vomitare, mangiare, dormire, urlare, piangere, aggredire, uccidere. Tornano lì.

Penso continuamente a Lula. Sì proprio lui, il presidente della repubblica Luis Inácio Lula da Silva. Penso a lui tutti i giorni, una specie di ossessione. Anche in questo momento mentre butto giù queste quattro righe non me lo tiro dalla testa. Ha annunciato il successore. Al congresso del partito grande festa, bandiere rosse e pugni chiusi, slogan e striscioni, dimenticandosi che si è al potere da quasi otto anni, parole d’ordine, canzoni, avanti popolo peré pé pé.

Confesso che la voglia di scrivere è pochissima, quasi nulla. Confesso che lo sforzo che faccio è enorme. Scrivere mi piace, mi aiuta a pensare. Ma oggi non ne ho proprio voglia. Lula. Non voglio parlare di lui, e non voglio neanche parlare di quello di cui parlerò: primo perché sono argomenti già triti e ritriti, secondo perché non se ne può veramente più.

Un intero quartiere oggetto di intervento ufficiale da sei anni. Una situazione limite diventata il simbolo dell’inefficienza, il simbolo della corruzione e della violenza. La mani pelose della speculazione edilizia che distruggono quel poco rimasto in piedi dopo decenni di incuria. Centinaia di uomini donne e bambini, spettri di un aldilà molto più umano che infernale, si aggirano famelici tra strade immonde e le botte della polizia sempre più truculenta, illegale, impegnata in azioni immediatamente abbandonate e screditate da coloro che le hanno ideate progettate e realizzate. I telegiornali che montano il loro circo a discapito della verità che tutti sanno ma che nessuno ammette. Dicono che per quindici giorni hanno filmato quelle strade, che attraverso le immagini raccolte hanno individuato i più pericolosi trafficanti di droga della città. Tutti conoscono i nomi e i luoghi dove il crack è spacciato alla luce del sole. Tutti sanno dov’è il luogo in cui la cocaina si vende a chili. Lo sanno tutti. Io lo so, e so anche chi sono gli spacciatori al minuto e quelli all’ingrosso. Perché non me lo hanno chiesto? Io so come funziona il traffico di droga, dove nascondono la cocaina, so a che ora arriva la macchina che parcheggia davanti alla agenzia di viaggio da cui esce il tipo con la valigetta piena di dollari perché l’agenzia di viaggio, come quasi tutte le agenzie di San Paolo, del Brasile, dell’America del sud, dal Messico alla Patagonia, funzionano per riciclare i fondi neri di attività illegali; io lo so, lo sanno tutti, perché è tutto fatto alla luce del sole, in pieno centro a due passi dalla sede della polizia federale, di fianco al palazzo del comune. Lo sanno tutti. Ma stavolta la polizia ha filmato per quindici giorni, è arrivata con forza massima in un quartiere già militarizzato da sei anni. La retata, annunciata e filmata da tutti i telegiornali, preleva centinaia di porsene costrette sotto la minaccia delle armi e delle bastonate a riunirsi nel cortiletto dell’unità sanitaria locale. I pochi agenti di salute, i pochi infermieri presenti, spaventati e completamente ignari di ciò che sta accadendo, abbandonano il posto di lavoro: non hanno mezzi a disposizione, non sanno cosa fare da che parte cominciare, nessuno li ha avvistai, nessuno ha avvisato, nessuno ha detto niente. I mitra e le pistole della polizia si abbassano. I cancelli si aprono. Le centinaia di prigionieri catturati illegalmente escono tra urli e schiamazzi di allegria e scherno. Tra loro molti bambini. Pochi minuti dopo, tutto ritorna esattamente come era quindici giorni prima, all’inizio delle indagini. Comincia lo scambio di accuse. Il Comune – responsabile del centro di salute – dice che le azioni della polizia sono inutili e inefficaci come fuochi di artificio. Lo Stato risponde che… Il Comune replica… Lo Stato dice…

Io scrivo. E penso a Lula. Lo penso a Brasilia abbracciato a Mahmoud Ahmadinejad, il boia di Teheran, ricevuto in pompa magna. Lo penso abbracciato al boia barbuto di Havana mentre, proprio in quel momento, i dissidenti morivano di fame nei sotterranei dell’isola felice. O abbracciato a Bush, ricevuto in Brasile come eroe. Lo penso. Centinaia di persone catturate illegalmente e rinchiuse per ore nel cortile. I portoni si aprono perché non c’è nessuno, neanche un infermiere, centinaia di persone che si riversano sulla strada a comprare e vendere crack, sdraiarsi per terra, agonizzare in preda alle allucinazioni, morire, fottere, vomitare, mangiare, dormire, urlare, piangere, aggredire, uccidere. Tutto come prima. La campagna elettorale alle porte, gli slogan, le bandiere, avanti popolo peré pé pé. Tutto come sempre.