Un mondo che cambia

Due storie, due donne, immerse in due culture lontane, diverse, ma con uno solo scopo, dare dignità alla donna.

Anarkali

Da bambina voleva diventare pilota d’aereo, ma non le fu permesso perché era una femmina. “Mio padre disse che la mia scelta non si accordava con la cultura di questo paese. Però entrambi i miei genitori sostennero i miei studi ed io ne sono grata, perché non tutte le ragazze afgane hanno questa fortuna.” La dott. Anarkali Kaur Honaryar si diplomò al liceo con quattro anni di anticipo sui suoi coetanei. Oggi, venticinquenne, di mestiere fa la dentista ma non ha rinunciato a volare: ha solo cambiato il cielo in cui si libra, che è quello dei diritti umani delle donne.

Nel maggio del 2009, Anarkali è stata premiata da “Radio Free Europe” come “Persona dell’anno”, dopo che le sue campagne per i diritti civili delle minoranze e per la libertà delle donne l’avevano già resa assai famosa nel suo paese. Anarkali è una dei circa tremila Sikh e Hindu che ancora vivono in Afghanistan; prima del 1991 (guerra civile) questi gruppi ammontavano a più di 50.000 persone ma allo scoppio delle ostilità moltissimi, inclusi parecchi parenti di Anarkali, si trasferirono in India, Europa e Canada.

“Alcuni pensano ancora a noi come a degli stranieri. Pensano che siamo degli indiani che vivono e lavorano qui per qualche tempo. Ma noi ci sentiamo afgani, e lo siamo.”

Negli anni ’90, mentre Anarkali cresceva, il paese non aveva un governo stabile e le province (inclusa la sua, Baghlan, nel nord) erano rette da signori della guerra mentre altre zone cadevano nelle mani dei Talebani. L’istruzione femminile fu bandita in queste ultime, e le minoranze religiose ed etniche subirono le aggressioni dell’ideologia sunnita estremista dei Talebani. Anarkali era ascrivibile ad entrambe le categorie “maledette”: femmina e non musulmana. Fortunatamente per lei, Baghlan non finì mai sotto il dominio talebano.

Nel 2001, mentre frequentava la facoltà di medicina all’Università di Kabul, Anarkali partecipò alla loya jirga (gran consiglio) che selezionò il governo ad interim che avrebbe rimpiazzato i Talebani sconfitti. “Le situazione per le donne è ancora difficile, per quanto sia migliorata dai tempi dei Talebani. Adesso almeno, se Karzai non ci ascolta, possiamo appellarci ai gruppi per i diritti umani. La cultura è carica di pregiudizi sulle donne. Noi tentiamo di risolvere i loro problemi, ma abbiamo anche bisogno di cambiare le leggi.”

È per questo che Anarkali fa parte, dal 2006, della “Commissione indipendente afgana per i diritti umani”. Lottare per le donne è il suo impegno principale. “Persino sapere che delle leggi ci sono già è straordinario, qui: il tasso di alfabetizzazione femminile ammonta a meno del 20%. Qualche tempo fa una donna analfabeta ha intrapreso un lungo viaggio per venire a Kabul ad incontrarmi. Suo marito aveva deciso di divorziare, e lei era incinta del loro bambino. Non sapeva che la legge afgana impedisce a un marito di rigettare una moglie incinta. Deve attendere fino a che la creatura è maggiore di due mesi. Siamo riuscite, almeno, a far in modo che lei rivendicasse questo suo diritto.”

Nonostante le conferenze internazionali abbiamo portato Anarkali in giro per il mondo, lei rimpiange di non aver ancora visto la terra dei suoi antenati, l’India. In cima alla lista dei suoi desideri c’è una visita al Tempio d’Oro ad Amritsar (il luogo più sacro per i Sikh) e, naturalmente, al Taj Mahal. Nel frattempo, ci sono mille amiche con cui volare.

Aline
“Come dice Maya Angelou: Se non ti piace qualcosa, cambialo. Se non puoi cambiarlo, cambia il tuo modo di fare rispetto a quel qualcosa. Ma non startene là a lamentarti.” Così Aline Sibomana, 19enne originaria di Bujumbura (Burundi, Africa) negli Stati Uniti dal 1999 assieme ai genitori ed ai nove fratelli, spiega le ragioni del suo essere un’attivista.

“Ho cominciato a far volontariato in “Girls for a change” (“Ragazze per il cambiamento”) nel 2005, quando avevo 16 anni. Il gruppo è un’organizzazione non-profit che dà potere alle ragazze affinché lavorino ai cambiamenti sociali che desiderano. Ci dividiamo in gruppi di 10 ragazze, gli Action Team, con due donne adulte come guide, identifichiamo un’istanza per cui vogliamo un cambiamento nella nostra comunità, poi disegniamo un progetto per ottenerla e lo mettiamo in pratica. Ogni giorno in questa organizzazione è fantastico, per me, perché so che sto aiutando le ragazze a trovare le loro proprie voci ed in cambio esse mi hanno aiutato a trovare la mia, di voce. Ho avuto anche l’onore, in questi anni, di incontrare moltissime attiviste adulte, donne straordinarie. Nel mio tempo libero, mi piace aiutare i nuovi rifugiati africani che arrivano qui: mi dedico a facilitare la loro transizione in un mondo nuovo. Ma il mio più grande successo è lavorare in “Girls for a change”, perché in esso realizzo le mie potenzialità e in esso ho imparato che posso fare qualsiasi cosa. La scuola ti insegna molti argomenti importanti, ma niente rispetto al cambiamento, alla differenza che tu puoi fare nella società: fino a quando non sono diventata un’attivista non sapevo di poter essere un’agente del cambiamento. Vi faccio un esempio di quel che succede con “Girls for a change”: le ragazze dell’Action Team 12, tutte studenti di una scuola media, hanno ideato e prodotto un DVD per prevenire i loro coetanei dall’unirsi a gang criminali: hanno scritto il brogliaccio del programma, hanno condotto interviste, fatto filmati, e mostrano il risultato ai loro coetanei; le ragazze dell’Action Team 21, liceali, hanno lavorato sulla violenza domestica e l’abuso sessuale, facendo ricerche e invitando persone coinvolte a vario titolo nell’istanza a parlare con loro: hanno prodotto un documento informativo sui segnali d’allarme e gli effetti delle violenze che ora distribuiscono nelle scuole.”  (Potete dare un’occhiata al lavoro di Alina su www.girlsforachange.org )