Un sogno concreto

di Maria G. Di Rienzo

La storia, la passione e le esperienze mostrano che se la nonviolenza è un sogno, si tratta di un sogno molto concreto. È qualcosa che ha toccato (e spesso salvato) la vita di milioni di persone, e che ha prodotto mutamenti epocali grazie ad una sinergia umana assolutamente unica fra cuore e intelletto, fra emozione e razionalità. Storia, passione ed esperienza sono gli ingredienti di cui è fatto l’ultimo libro di Giorgio Montagnoli: “Violenza e nonviolenza – Costruzioni culturali o produzioni dell’io?” (Pazzini Editore, 2010)

Per chi non lo conoscesse, dirò in breve che ha lavorato come ricercatore e docente universitario, che è autore di testi di divulgazione scientifica, che è un’attivista, un poeta e un narratore, ma temo di non esser capace di dirvi come tutte queste cose (e molte altre) formino quell’insieme armonioso in cui fluiscono l’una nell’altra, si nutrono l’una dell’altra, e comunicano all’esterno: dovrete scoprirlo da voi, ed io vi propongo di farlo leggendo quel che Montagnoli scrive.

Contrariamente al solito, spiega l’autore nell’introduzione, le sue parole sono disposte in libertà e progettate per la nostra riflessione di lettori. Niente schemi e note e grafici; parliamo, facciamoci domande, rimuginiamoci su, camminiamo insieme, studiamo noi stessi e i nostri simili, e se in questo percorso dovessimo trovarci improvvisamente confusi, o incerti, torneremo saldi sui nostri piedi grazie a quei due sostegni forniti da sempre all’umanità dalla grazia o dal fato: la forza dell’amore, la forza della verità.

Sulla nonviolenza Montagnoli esercita un pensiero critico e profondo, ma sembra non scordare mai di essere “amante” e “amato” nella relazione che ha con essa, soprattutto quando i principi nonviolenti così bene richiamano il radicale messaggio cristiano delle origini, purtroppo oggi in gran parte nascosto, perduto o dimenticato.

“Da subito dobbiamo smettere di procurare sofferenza e distruzione, perché l’odio è limitante, e si oppone al nostro desiderio di completezza. (…) Per arrivare alle assurdità del nostro vivere, abbiamo messo in difficoltà il nostro cuore; ora dobbiamo ripercorrere a ritroso l’intero cammino percorso, e riassumerci completamente la responsabilità verso la vita.” (pag. 71)

Così l’autore ci conduce con sé nel creare parole di pace, esaminando la natura dei conflitti e della politica, e le loro connessioni con l’uso della violenza, interrogando le sue stesse convinzioni ed invitandoci con ciò ad imitarlo.

Ma al di là delle sfide intellettuali, o delle diverse teorie a confronto, o delle brillanti intuizioni sul “possibile”; al di là di ciò, in questo libro, per cui provo immediata affinità e di ciò su cui ho opinioni o visioni differenti, quel che potrei rileggere all’infinito sono i ricordi dell’autore. Affiorano qua e là un po’ dappertutto, e a volte li ho “sentiti” più che leggerli, ma ad essi è esplicitamente dedicato l’ultimo capitolo. Credo che lì, fra fiabe e rocchetti di filo, ci sia una chiave, la chiave di cosa ci fa umani, di cosa ci tiene insieme, la chiave di quella nostra “liberazione” che come l’autore afferma: “… aprirà il cammino della pace.” (pag. 91)