Una voce dal deserto

De parler après vous, Madame, ce n’est pas facile! Parlare dopo di Lei, Signora ( n.d.r. Justine Masika Bihamba di Goma, Kivu) è molto difficile!

Grazie a Macondo per questo invito reiterato e cocciuto. L’anno scorso è venuta al vostro Convegno suor Dima, della comunità di Mar Musa, che vi saluta e che mi ha incoraggiato ad accettare il vostro invito. E quindi eccomi qui con tutte le mie domande: Da ieri mi chiedo, e io dove vado? Te Giuseppe, ti conosco poco per ignoranza mia, e Macondo, per niente. Quindi vengo con un punto interrogativo a incontrare delle persone che conosco poco. Cerco di accendere i recettori e di vedere che cosa ne viene fuori, per far scoccare se possibile, il dialogo e qualcosa dello spirito divino. Mah! Cerco di non cadere nella trappola del saltinbanchismo verbale. Ora, quella signora così gentile che ha parlato ieri ( sabato) pomeriggio – unica rappresentante del genere femminile – al tavolo oggi ( domenica) va un po’ meglio – ha detto così: “ Dal genere viene la liberazione”, dalla problematica di genere l’occasione di una liberazione.

Guardando questa gente di Bassano e dintorni, mi è tornato in mente l’Incontro dei Cristiani per il Socialismo ( 1973 ), con Filippo Gentiloni, con Franzoni, c’era Raniero la Valle e poi altri amici che sono qui. Mi sono detto, mah, mi sento in un’area che conosco, che non mi è nuova e mi sono detto: intanto è già un buon segno che quest’area diventi una piazza, riempia una sala, una palestra. Significa che quelle aspirazioni continuano a vivere e, mentre allora eravamo tutti molto centrati sulla questione di classe, oggi siamo tutti molto orientati alla questione interculturale e interreligiosa. È una mutazione all’interno di una continuità di attenzione. Da quell’attenzione al cristianesimo socialista, siamo andati tutti un po’ in discesa. Alcuni di noi hanno preso delle strade individuali, io sono diventato gesuita, poi mi sono occupato di Islam, ma la sensibilità è rimasta quella.

Arriviamo all’89 e diventiamo tutti orfani di un progetto. Non perché fossimo per i soviet e per i gulag: nessuno di noi era per il socialismo reale tale quale realizzato oltre cortina, ma perché è andata persa la speranza di poter realizzare un modello. E siamo rimasti tutti di fronte a un mondo con un problema in più, con una soluzione di meno. La globalizzazione mondiale, con il monopolio finanziario-culturale americano non è la soluzione, è parte del problema. E quindi noi ci siamo tutti trovati con un problema in più e la deriva continua nel 2001, l’attacco alle torri gemelle, che l’ambiente arabo interpreta come conseguenza di un complotto che ha vari protagonisti, vari e opposti, e Ben Laden viene interpretato nell’immaginario collettivo musulmano come una marionetta teleguidata del progetto aggressivo occidentale. La cosa paradossale è che, nell’immaginario musulmano, possono convivere due realtà contrapposte: da una parte il sentimento che il terrorismo islamico sia teleguidato in funzione della aggressività occidentale, e dall’altro che il terrorismo islamico rappresenti una reazione scomposta, ma legittima, dovuta alla condizione cronica di vittima nella quale è spinto il mondo islamico post-coloniale dall’imperialismo occidentale. Quindi teleguidati ed eroi assieme. Questo complica le cose nella vita quotidiana.

L’epoca Bush sembrerebbe, lo dico con un condizionale sottolineato, tramontata e l’epoca Obama, con tutto quello che significa sul piano della rappresentazione e del superamento del Bushismo, ha riacceso delle grandi speranze. Grandi speranze, immediatamente deluse. In questo momento, di nuovo, si vive una profonda delusione e quindi una grande angoscia dovuta al pericolo imminente di più grandi, distruttivi e radicali conflitti armati che già, come sapete, esistono in modo endemico intorno al mondo musulmano. Nei Balcani ancora le cose non sono risolte; restano ancora irrisolte tutta la problematica dell’Asia centrale, a cominciare dalla Cecenia, l’Afganistan, la questione pakistana, la Cina, l’interno della compagine sociale indiana, il sud della Tailandia, il sud delle Filippine, le zone di contrasto interetnico e interreligioso in Indonesia, in tutta l’Africa sub sahariana e nei quartieri più difficili dell’Europa, per non venire poi al centro della problematica, cioè il Libano, l’Iraq e infine all’ombelico simbolico del conflitto che è Gerusalemme.

Quindi siamo in una situazione oggettiva di conflitto cronico, che sta pure crescendo, dove le minoranze cristiane degli ambienti musulmani tendono a separarsi, a chiudersi, a ghettizzarsi, a emigrare; la scelta occidentale, quasi sistematicamente, è quella di appoggiare dei regimi liberticidi che offrono come unica garanzia il controllo della popolazione musulmana e dei movimenti di emancipazione musulmana, da loro naturalmente immediatamente descritti come terroristi .

È molto difficile per tutti noi piazzarsi. Ricordo un articolo di Le Monde Diplomatique accompagnato dalla foto di un triciclo taxi del Sud America; il proprietario del triciclo aveva messo due eroi sul parabrezza: Che Guevara e Bin Laden, a rappresentare simbolicamente il bisogno di farla finita. Questo bisogno di farla finita può diventare anche una deriva esplicitamente suicida. La simbolica suicidaria del mullah, della resistenza o della violenza islamica non è priva di significato escatologico: è volere che la storia finisca qui. Significa non poterne più e in un certo senso vuol dire bestemmiare il dio della storia in nome del dio della giustizia.

In ambiente musulmano, la donna che ha subito violenza ingiusta, tradizionalmente ricorre al suicidio col fuoco. Il suicidio col fuoco nel linguaggio quotidiano significa: “ Tu mi fai ingiustizia fino a un livello insopportabile, mentre io non posso reagire. Io mi brucio, ma chiedo vendetta a Dio”. Questo atteggiamento suicida, qualche volta addirittura gratuito perché è un suicidio per un morto ammazzato, spesso un ammazzato per caso, ma i casi di suicidio cominciano a diventare impressionanti, non sono casi isolati e sul piano simbolico sono un impatto forte. Nella Resistenza Palestinese c’è stato il problema di dover reagire contro i bambini candidati al suicidio, quindi di vietare il suicidio di bambini desiderosi di diventare eroi. Però questo fenomeno del suicidio, va ascoltato, va ascoltato.

Nella riunione di Davos nell’estate scorsa, il re di Giordania, con una certa umiltà intellettuale, diceva: “Guardate che, se voi Occidentali continuate a prenderci in giro come state facendo, nascondendovi dietro il diritto dei partner che rappresentate, che sarebbero loro a decidere, -e questa è veramente una bugia internazionale- sappiate che entro un anno noi non teniamo più nessuno”. Siccome il presidente Obama è già in fase di campagna di rielezione, è probabile che sia già paralizzato dai programmi elettorali del suo partito e che quindi la pace di Gerusalemme sia ancora una volta rinviata per bisogni più grandi.

Caracciolo, direttore di Limes, dà consigli al presidente Obama nella migliore rivista geopolitica italiana e dice: “Presidè, guardi che la Palestina e l’Afghanistan sono al massimo obiettivi tattici, non strategici e comunque irrisolvibili. Non ci stia a pensare, si occupi di Iran e di Pakistan, che lì il pericolo terrorista è più grave perché diventa atomico e quindi sfugge al controllo del nostro progetto occidentale. Lasci perdere! Le guerre endemiche, lasciatele endemiche”. Anche questo non è un buon segnale.

Nella Chiesa, sembra che ci sia rimasto solo da parlare di violenza sessuale e di pedofilia. Lo dico senza nessuna ironia, naturalmente. Forse , di contraddizione in contraddizione, siamo arrivati a toccare le contraddizioni fondamentali del nostro essere umano e ci rendiamo conto di dover metter mano a questo cantiere che è insieme psicologico, sociologico, economico, che riguarda la sicurezza, che riguarda il progetto antropologico, e siamo tutti nella stessa merda.

Nella Chiesa siamo come a Goma ( dove la violenza sessuale sulle donne non è un caso, ma è uno strumento di guerra). Le strutture di potere hanno bisogno a un certo livello di iniziare i più giovani alla logica della sottomissione attraverso la violenza sessuale. E vedete, queste strutture di potere sono le stesse che mostrano un volto incosciente. Esso è inconsapevole, più o meno colpevolmente, e ne facciamo parte. Nella fase di violenza, alcune persone vengono demandate a esercitare fisicamente l’aggressione in rappresentanza, diciamo, di tutto il corpo della struttura del potere della quale siamo attori, oppressi e oppressori, con un certo pendolarismo nei ruoli, perché gli stessi violentati, attraverso l’odio, domani diventano violentatori.

Vengo ultimamente da un pellegrinaggio a Dachau con un’amica tedesca che vuol dedicare la sua vita alla riconciliazione islamo-cristiana e abbiamo parlato di un’indiana, figlia di un maestro spirituale musulmano indiano emigrato in Occidente, che ha saputo scegliere la parte giusta durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa musulmana è morta a Dachau. Ci vorrebbe una targa anche dei morti musulmani nei campi di concentramento del Nazismo .

Da ieri, qui io ascolto con speranza un discorso di grande rispetto, di grande commozione sulla donna, che mi trova al pieno coinvolto, partecipe e partigiano, ma allo stesso tempo temo un’idealizzazione che può essere un’altra chimera. Fratelli e sorelle siamo peccatori assieme. Le madri odiano nelle stanze interne e i figli si uccidono per la strada. Dobbiamo aiutarci gli uni gli altri.

Vorrei concludere. Tu dici, ho parlato poco di Islam. Se volete, io parlo da musulmano qua. Voglio rappresentare, non sono abilitato, ma voglio esprimere l’immenso sentimento di contenzioso da parte dell’appartenenza musulmana e quindi l’immenso pericolo che questo rappresenta perché noi musulmani non abbiamo fatto la scelta della non violenza gandhiana. Chi tra noi ha fatto la scelta della non violenza sono piccole minoranze significative che speriamo riescano a indicare una strada, ma, in modo collettivo, dobbiamo avvisare l’Occidente che non abbiamo fatto la scelta della non violenza.

Ma anche l’Occidente non l’ha fatta, continuando a riempire gli arsenali nucleari, continuando a organizzare il furto delle risorse, continuando a imporre il modello culturale occidentale, continuando a umiliarci attraverso l’appoggio esplicito a regimi torturatori. Noi siamo arrabbiatissimi, quindi pericolosissimi. Non lo dico mica per far paura anche se la pagina di Le Monde Diplomatique, con quell’immagine ( il taxi triciclo), diceva: “Guardate che il mondo mussulmano è la massa di riequilibrio più efficace nella lotta alla globalizzazione finanziaria e culturale dell’Occidente”. Contro l’Occidente globalizzante, la massa più efficace, più pesante è quella rappresentata dal mondo mussulmano, piaccia o no. Se ve li sentite come aggressori o come alleati, dipende da voi, ma la trasformazione del mondo mussulmano, da dentro, in vista di una pacificazione, in vista della valorizzazione della spiritualità mussulmana che è essenziale allo sviluppo spirituale umano, dell’umanità tutta intera, il senso di giustizia dell’Islam che è necessario per la lotta della giustizia interplanetaria dipende anche da tutti voi, ma con gli occhi aperti, spalancati di chi non si fa illusione buoniste, né si dà la giustificazione dei propri istinti criminali.

Ora finisco: adesso va di moda mandare all’inferno i pedofili. Li mandiamo all’inferno così stiamo a posto, la Chiesa è tutta a posto. Quattro o cinque pedofili, li mandiamo all’inferno e tutti siamo guariti, mentre invece qui abbiamo la cartina di tornasole su tutte le malattie interne alla nostra struttura della quale tu Giuseppe ( presidente di Macondo) hai parlato ieri benissimo a proposito della tua esperienza in seminario. Questi nostri fratelli che sono gravissimamente nei guai rappresentano l’immenso guaio di una struttura di potere che non si vuole interrogare sull’insito disordine e l’insita contraddizione che produce la protezione e, indirettamente, l’incoraggiamento a quei comportamenti. Benedetto XVI è onesto nel suo desiderio di trasparenza nella Chiesa cattolica. Gli va riconosciuto. Io lo so per esperienza personale di combattimento contro la pedofilia della Chiesa. La struttura è lenta proprio perché si rende conto che qua ci scappa tutto, qua si sfascia il sistema. E io dico: ma si sfasci questo sistema e che le piccole vittime ricevano giustizia attraverso un cambiamento strutturale.

Tu hai detto: “ È morta la religione. Finito! Gesù ha chiuso con la religione”. Io non sono d’accordo con te. Il nostro esser qui è religioso, è un’assunzione di responsabilità sacra. Comincia a Gerusalemme, continua nei luoghi di educazione dei giovani, prosegue nella protezione dei bambini, si sviluppa nel rispetto della donna, nella sua valorizzazione, si persegue cocciutamente un cambiamento strutturale nella Chiesa che non può che andare nel senso di più democrazia e più giustizia e più perdono anche nei confronti di quelli che si sono abbassati più di tutti.

Io concludo qui: l’altro è incomprensibile. Solo nella giuntura dell’accompagnarci, nell’avventura, come direbbe Hillesum, di aiutare Dio nella trasformazione reciproca, la speranza diventa realtà politica e senza trasformazione politica io dico: Abbasso la mistica!