Violenza

Maschere nude. Dovrei chiamare così questo scritto. Come la raccolta delle opere teatrali di Pirandello: il reale, il nudo è quello che avviene nell’espressione della maschera, direttamente nell’aspetto offerto alla vista altrui. E invece lo ho intitolato così: Violenza.
L’incontro col mio amico è sempre duro: i suoi cambiamenti di umore, i suoi scoppi di furia fanno ormai parte del nostro convivio. Quando lo ascolto so già cosa mi aspetta, cosa dirà. Ma stavolta ha ragione e faccio mie le sue parole: «Vedi, Paolo, esiste una forma di violenza molto più contundente delle botte, delle pallottole, della miseria estrema come quella della favela o di quella sofferta ogni giorno dai meninos de rua. È la violenza delle ‘non parole’ del ‘non detto’ del non espresso, la violenza trasformata e ammantata da una sorta di linguaggio non verbale manifestato dalle persona in sé per sé, dalla sua apparenza, da come si muove, da come si comporta in quel dato contesto in cui viene a trovarsi o in cui opera abitualmente. È una violenza che lascia un segno indelebile su chi la subisce, perché improvvisamente viene posto davanti alla sua reale dimensione, alla sua reale condizione: quella attraverso cui si è considerati, si è valutati, si è giudicati.
«Quel giorno eravamo in tanti ad aspettarlo. Il gruppo al gran completo, la sala addobbata a festa. Serpeggiava però, lo sentivo, me lo sentivo caro Paolo, un sentimento di timore in relazione all’immagine che si sarebbe offerta all’illustre visitante. Vivere in baracche tra fango e schizzi di merda, tra cani e topi, è essere consci della propria anomalia, è avere la consapevolezza di una diversità intrinseca che nessuna pacca sulla spalla, nessuna solidarietà umana, nessuna dichiarazione di stima e affetto può mai cancellare. L’illustre visitante: persona importante di cui avevo tessuto lodi e allori a non finire, persona che avevo presentato come il suo curriculum richiedeva e attestava: sociologo, intellettuale finissimo, professore universitario, scrittore e conferenziere di fama internazionale. Grazie ai miei contatti altolocati sarebbe venuto fino a noi, ci avrebbe degnato della sua presenza, fino a noi, in quel famoso budello di strada giù per la discesa, in favela. Veniva per conoscere da vicino per ‘toccare con mano’ una esperienza di anni di lavoro che stava trasformando, nel lento passare dei millenni, la vita non solo di quel gruppo di persone attive, ma di tutto un quartiere. Ci si preparò a fondo. Sala piena. Io ero l’organizzatore, il garante dell’incontro. Avrei fatto le presentazioni, il tramite tra il mondo accademico e il fango in cui vivevamo. L’illustre visitante veniva da lontano, da un paese che per i miei amici era inimmaginabile, dall’altra parte del mondo, un paese che… insomma quel paese lì che conosci bene, caro Paolo, quel paese in cui le persone non si toccano mai, neanche per salutarsi, anzi, quando si danno la mano sorridono con una spaventosa rigidità che sembra affermare “Lei non sa chi sono io”. Veniva da là e caricava con sé tutto l’alone di mistero di cui è avvolto chi sbarca armato fino ai denti in un territorio a lui sconosciuto, tra gente nuda e ospitale abituata ad offrire il poco che ha con tutto l’amore possibile. Mentre nella baracca preparavano l’accoglienza, io lo aspettavo sul luogo convenuto. Non lo avevo mai visto prima, lo conoscevo di nome ma ne ignoravo le fattezze e le sembianze. Eccolo, anzi, eccoli là. Il gruppetto avanzava timido tra la folla del terminal. Periferia di S.P. terminal di autobus. Non te lo descrivo, caro Paolo, non c’è bisogno, te lo lascio immaginare. La comitiva sembrava uscita da una commedia all’italiana, come quando Fantozzi va in vacanza alle Hawaii, o come quando arrivò Carlo d’Inghilterra che scese dall’aereo, atteso da ministri e presidenti, sfoggiando una impeccabile sahariana cachi, braghette e cappello da esploratore. Nessuno in quella comitiva del terminal indossava la giacca del principe ma tutti, rigorosamente tutti, erano in braghette e maglietta e sandali con calzini bianchi. Sandali con calzini bianchi. Si guardava intorno e pensava: Hic Sunt Leones, hic sunt leones.

«Quello che avvenne dopo, nella sala dove lo aspettavano ansiosamente… non so come dirtelo. Immagina una conferenza di sociologia antropologico-filosofica sul valore del volontariato, sul significato del donarsi al prossimo. In favela. Il silenzio era tale che si riusciva ad ascoltare il movimento di ogni palpebra, l’allargarsi di ogni pupilla. Ci si aspettava un incontro tra amici, accomunati dalla passione per il lavoro che stavamo svolgendo. Fu invece un incontro a una voce sola, una lectio magistralis in una baracca senza finestre. In braghette e calzini. Uno della comitiva, portava al collo l’immancabile macchina fotografica, quasi come il principe. Tutti, nessuno escluso, il cappellino. Braghette, calzini e cappellino. Tradurre le parole del professore fu cosa dura e ardua. Ma tu mi conosci e sai che me la cavo bene. Però davanti ai vocaboli “alterità” e “gratuità” mi fermai. Non riuscivo a trovarne il corrispondente. Non è che nella nostra lingua non esistano parole simili. Letteralmente, attraverso un sotterfugio linguistico li si può anche tradurre. Il problema è dargli il senso che il professore braghettone pretendeva. Lo so, caro Paolo, mi hai già detto che in Italia hanno inventato parole nuove che ai tuoi tempi non c’erano: “esondazione” “gabibbo” “inciucio” “bipartisan” “veline” “cubiste” e via dicendo. Forse è il caso di “alterità” e “gratuità”. Ti confesso che anch’io come te non le avevo mai sentite. Ne intendevo il significato nel contesto della frase, ma non potevo tradurle e mi inceppai. Sai, qui non solo non esiste la parola “alterità” ma neppure il concetto. Per loro, per la comitiva in braghette, alterità è forse la parola alla moda, significa… boh, non mi ricordo. Per noi che viviamo nella nostra carne “l’essere altro”, noi che siamo in eterna ricerca di noi stessi per non perdere quel poco di dignità che ci è rimasta e che costantemente ci specchiamo nell’altro, nel nostro vicino, così come egli è, bianco, negro, mulatto, giapponese; la parola alterità non è traducibile. L’alterità è la nostra stessa vita. Per non parlare di “gratuità”. Come definire questo concetto in un baracca di favela, come riuscire a dare un senso a qualcosa di cui ignoravo l’esistenza… passai brutti momenti. Non tanto per me, ma perché osservai le facce dei miei amici, l’espressione attonita di chi assisteva ad un fenomeno totalmente fuori da ogni parametro usuale, la donna barbuta, la scimmia intelligente, il professore in braghette. Alterità e gratuità. Donarsi senza chiedere nulla in cambio. Favela, cani e topi morti, filosofia sui massimi sistemi quando il reale incombe, la violenza del reale divora ad ogni istante qualunque disponibilità a “mettersi nei panni di”, gratuità… da una lingua che ha concepito “inciucio” e “bipartisan” ad un’altra fatta di silenzi secolari e grida di disperazione. Brutti momenti, caro Paolo, brutti momenti.

Tornando al terminal la comitiva entusiasta non faceva altro che esprimere gratitudine per la dimostrazione di affetto e amicizia sincera di tutto il gruppo presente alla riunione. Mi salutarono con le lacrime agli occhi: avevano “toccato con mano” la “vita nuda”, la “vita vera” “sincera” questa sì, fatta di Alterità e Gratuità.

«Il giorno dopo, Paolo, il giorno dopo venni insultato come mai lo fui in vita mia. “Chi si credono di essere” dicevano i miei amici, “chi si credono di essere, solo perché abitiamo in questa favela miserabile ‘sta gente deve venire vestita così, devono venire vestiti da pagliacci, con le braghette e il cappellino, con i sandali e i calzini, a dire un sacco di stronzate e a non toccare neanche la torta che abbiamo fatto, a non assaggiare neanche un’aranciata che ci siamo fatti un mazzo così per andare a comprare e preparare… ma chi si credono di essere… vorrei vedere se a casa loro, al paese loro vanno a casa degli altri vestiti in quel modo…”

«Ecco, i miei amici non si erano mai sentiti così umiliati in vita loro come dall’atteggiamento del professore e della sua comitiva: da individui possessori di corpi ed evanescenze, depurati del loro essere, della loro dignità da un latinorum incomprensibile, liquidati da un semplice paio di calzini.

E avevano ragione. Mai e poi mai il professore si sarebbe permesso, al paese suo, di presentarsi a casa degli altri conciato così. Mai e poi mai avrebbe fatto il soliloquio, anzi, in nome dell’alterità avrebbe ascoltato i suoi anfitrioni ed educatamente avrebbe accettato un tè.

Vedi, caro Paolo, siamo terra di conquista, dove pensano sia tutto permesso, solamente perché siamo poveri, brutti, sporchi…»

Il mio amico si allontana bofonchiando perplesso. Ha ragione. Ricordo, un milione di anni fa, in un’altra favela ancora più lontano, ancora più povera, incontrai una mamma con un piccolino al seno, tre mesi non di più. La guardai e mi sorrise: quer segurar… lo vuoi tenere, disse offrendomi il figlio appena nato. Esercitava senza saperlo l’alterità e la gratuità in un semplice gesto. Presi in braccio il bimbo con due occhioni infiniti. Non è mio, aggiunse la ragazza per rispondere alla mia ovvia domanda, è della mia vicina che però non ha latte, io invece…

Violenza. Maschere nude. Violenza. Maschere nude. Violenza. Maschere nude.