Zoom

L’ultima volta che lo incontrai stava accovacciato all’angolo di un vicolo immondo. Immondo il vicolo e immondo lui. Dottore, dottore, mi chiamò con la sua voce baritonale. Cominciò a raccontare il perché in poco tempo si era ridotto in quello stato. Lui che sempre ci teneva, alto come un corazziere, il viso scolpito nella pietra, bello e luminoso, accovacciato in un angolo. Morador de rua, letteralmente: abitante della strada. Lo conosco da una vita. Un continuo entra ed esci dalle case di accoglienza, le eterne ricadute. L’accesso facile ad ogni vizio, la fragilità di un uomo colossale dall’anima da bambino. La sua storia rasenta l’incredibile e l’assolutamente banale, il già sentito mille volte e l’unicità della vita di ogni uomo. Ma il fatto di starsene in attesa del nulla, accovacciato all’angolo di uno schifo di strada non andava d’accordo con la sua personalità da gigante buono. Un gigante sempre pronto a partecipare ad ogni iniziativa gli si proponesse. Un milione di anni fa lo vidi scaricare da solo un camion di mattoni in cinque minuti e poi correre a cambiarsi perché cominciavano le prove generali del coro. E quando cantava “sento la musica dappertutto, come se io fossi fatto di musica” diceva. La casa di accoglienza in cui viveva lo considerava tra i suoi fedelissimi su cui poteva contare. Poi successe qualcosa e in quella casa non volle più tornare. Riuscì a stabilirsi in una stanzetta a pensione, qualche lavoretto, qualche soldo. Ruppe definitivamente i contatti con la sorella, l’unica parente viva. Rimase solo al mondo con l’unico amico accovacciato in quel vicolo come lui, trasformato in vero barbone a strisciare sui marciapiedi e vivere di espedienti.

Che bella sorpresa incontrarlo con una macchina fotografica al collo! Dice che fotografare la città significa capirla meglio. E allora mi porta nei soliti posti visti adesso attraverso la sua immaginazione: l’entrata delle tubature della fogna centrale, il sottotetto di un ponte, le case demolite dalla speculazione, il portone dei mercati generali, la grande piazza, quel vicolo immondo. Le pareti del nuovo centro di convivenza del comune formano un grande pannello, una vera esposizione: “l’occhio sulla città”. La vita cittadina vista dal basso, dalla sensibilità di chi ha vissuto accovacciato per anni e che adesso può raccontare a chiunque abbia voglia di ascoltare e di vedere. Una iniziativa importantissima che ha per scopo il recupero dell’autostima di chi pensava che ormai niente valesse più la pena. Il centro di convivenza è stato inaugurato tra le proteste dell’intero quartiere, con tanto di articoli e manifestazioni contrarie della cittadinanza tutta. Un centro per barboni sotto casa non lo vuole proprio nessuno: aumenterà la criminalità, la sporcizia, le donne saranno violentate e i nostri figli rapinati…, ma il comune stavolta non si è lasciato condizionare e la casa è stata inaugurata con tanto di sindaco, banda municipale e una infinita serie di pacche sulle spalle. Neanche una foto sul giornale, neanche un secondo alla televisione.

Dall’altra parte della strada un palazzo di venti piani completamente abbandonato da anni e ormai in rovina è stato occupato dal movimento dei senza tetto, decine di famiglie vi si accampano con le loro poche cose, donne vecchi e bambini compresi. La polizia in assetto di guerra aspetta la scintilla per dar via al massacro. La tensione taglia gli animi. Il mio amico sa da che parte deve rimanere: di botte ne ha già prese tante. Ma non smette di fotografare. Vuole riprendere le facce in pianto delle donne, i denti digrignati dei soldati. La sua macchinetta fotografica è troppo piccola non ce la fa, è una macchinetta semplice senza zoom, una robetta. Vorrebbe arrivare vicino e fotografare i respiri, l’aria. Invece non ci muoviamo, assistiamo da lontano quella che sarà l’ennesima battaglia di una città feroce. E allora chiede a me di fotografare. Fotografare lui. Sarà lui stesso il soggetto delle sue immagini, in ogni espressione, primi piani, particolari, dettagli: la bocca contorta in smorfie, l’occhio spalancato, la mano chiusa a pugno, le rughe della fronte accigliata, le pieghe del braccio: una battaglia urbana rappresentata dal suo corpo, dalla pelle, dal sudore dei pori. Per fortuna niente di tutto il previsto accade. Nessuno lancia la prima pietra e i soldati tornano sui furgoni, il palazzo verrà sgomberato in tutta calma. Le immagini create del mio amico con una mia piccola collaborazione non raccontano la città e neanche il terribile episodio di cronaca a cui abbiamo appena assistito. Le immagini parlano di lui, della sua vita assorbita dal cemento, della sua anima bambina obbligata a crescere a forza di ceffoni, della sua autostima momentaneamente rigenerata da una bellissima iniziativa. Il mio amico è diventato un artista capace di reinventare se stesso e interpretare il mondo. Il mio amico si contempla in una immagine, uno specchio di se stesso. Il mio amico ascolta la sua voce parlargli e dire finalmente: sì!

Caro André, ti voglio bene.