A Melhor Juventude, La Meglio Gioventù

A partire da un raziocinio logico, un uomo può persuadere se stesso che la sua salute migliererà ad ingoiare rospi vivi; E così razionalmente convinto, ne ingoia uno, e pure un altro, però al terzo rospo il suo stomaco si ribella. (Czeslaw Milosz – La mente prigioniera)

 

È la cosa più facile. Parlare male dei giovani è la cosa più facile. Da sempre, fin dalla notte dei tempi, i vecchi dall’alto della loro esperienza e dal tempio della loro saggezza giudicano e condannano senza possibilità di appello le nuove generazioni che freneticamente si susseguono perniciose, sfrontate, sprovviste di valori, libertine, superficiali. Gridare allo scandalo, invocare gli dei, maledire i tempi: sembra proprio che i vecchi non possano fare altro. Esimersi da qualunque responsabilità, scagliare la colpa di tutto quello che accade in chi non ha avuto altro esempio in cui specchiarsi e forgiarsi, oltre a coloro che si rifiutano di aprire gli occhi: i vecchi.

È la cosa più facile. Parlare male dei vecchi è la cosa più facile. Da sempre, fin dalla notte dei tempi i giovani dall’alto della loro forza fisica, dal tempio del loro saggezza giudicano e condannano senza possibilità di appello le precedenti generazioni considerate saccenti, decadenti, imbevute di ipocrisia…

Visto? Sarebbe divertente scrivere così, generalizzare i concetti e le situazioni, assemblare realtà e fantasie, tuffarsi nel pozzo senza fondo dei luoghi comuni sempre validi e buoni a ripetersi da chiunque in ogni luogo. Siamo così abituati ad agire in tal modo che non sappiamo più riflettere a partire dall’esperienza condivisa, l’esperienza sensibile della vita, del corpo, della mani, degli occhi. Secoli di speculazioni filosofiche hanno costruito intorno a noi gabbie dorate nelle quali crogioliamo intrisi nel fango del nostro pensiero ecolalico1, un ciclo autista dal quale non vogliamo uscirne. Ripetiamo gesti e azioni secondo un percorso tracciato e determinato altrove, convenzioni abominevoli ci inducono ad abdicare della nostra capacità creativa. La libertà ci stritola, fa male, spaventa. Desideriamo venire diretti, cerchiamo la protezione al prezzo più basso pagato con la nostra stessa vita. All’allegria dell’improvvisazione, preferiamo seguire modelli di comportamento predeterminati.

Il Piercing, il Tatuaggio, I Capelli in su cresta di moicano. Forse è il labbro forato, forse il naso. Ad una prima visione toglierei lo sguardo. Ma gli occhi cercano altri occhi…e gli occhi che ho davanti non mentono. Rivelano tutta la loro ingenuità, il loro entusiasmo davanti alla vita. Il luogo è spaventoso. Corridoi scuri, sporchi, travolti da valanghe di gente, muri scrostati, porte cigolanti, finestre arrugginite, vetri rotti: un tipico ospedale pubblico dell’emisfero sud. La vecchia professoressa aspetta pazientemente il suo turno nella fila interminabile. Il giovane Piercing, il Tatuaggio e i Capelli da moicano aspettano anch’essi. I ragazzi e la vecchia professoressa condividono un pezzettino dello spazio siderale e del tempo cosmico. Lei sa la ragione del suo aspettare. Ne domanda la loro. È la stessa. Tre giovani nella stessa fila per la stessa ragione della vecchia professoressa. È una iniziativa del loro liceo, una gincana della solidarietà composta da azioni concrete e utili per agire effettivamente là dove ci sia un urgente bisogno. La professoressa toglie lo sguardo. Non vuole stramazzare svenuta davanti alla grandezza dell’ago che l’infermiera gentilmente le conficca nella vena. I ragazzi continuano la chiacchierata come se niente fosse, come se starsene sdraiati in una barella, avere un laccio emostatico a strangolarti il braccio, un ago grosso così, vedere il tuo sangue fluire dal corpo e attraverso un tubetto riempire un sacchetto chirurgico appeso ad un gancio, come se tutto questo fosse la cosa più normale del mondo, i ragazzi continuano la loro chiacchierata senza il minimo imbarazzo.

La vecchia professoressa sdraiata, braccio teso, a pompare sangue con l’apri e chiudi della mano, ricorda quando i ragazzi della favela portavano a spalla i disabili per i vicoli affinché potessero partecipare alle attività del gruppo. Ricorda la stretta di mille mani nelle vie più infami della città, ricorda i grandi che aiutavano i piccoli a proteggersi dagli artigli della fame e del freddo. La professoressa osserva questi tre ragazzi sdraiati al suo fianco che donano sangue nell’ospedale pubblico dell’emisfero sud: l’irriverenza della giovinezza al servizio di chi non ha la forza di chiedere, una disponibilità totale, pura, incondizionata. Una iniziativa del loro liceo che educa alla cittadinanza, che educa alla vita. Dicono che o futuro a Deus pertence (il futuro appartiene a Dio). È vero, ma Dio, ossia la speranza in ogni uomo, ha bisogno di noi, della nostra iniziativa, della più grande disponibilità, del lavoro silenzioso che rode le coscienze, della percezione della nostra finitezza e della nostra immensità, del mistero rivelato negli abbracci di chi oggi comincia la sua camminata verso l’infinito, dell’unicità di ogni volto, ogni espressione. La vecchia professoressa pensa a tutto questo e come sempre i sui occhi si riempiono di lacrime. Ma adesso non è un pianto di tristezza, abbandono, disperazione, solitudine, impotenza…

Dietro ai tre ragazzi, altri venti. L’intera classe. Tatuaggio, Piercing, Moricano, iPod, Cicles, Pancia di fuori, Ciabatte infradito, Jeans strappati, Scarpette forate, Bracciali heavy metal… Sono tutti qui, i giovani, oggi ci sono tutti e quanto la gioventù si muove, agisce, realizza, sogna, protesta, discute, quando la gioventù, la meglio gioventù, sorride alla vita, la vita dell’umanità, senza seguire le utopie fallaci che indicano come essa dovrebbe essere, ma l’umanità così come realmente è; quando tutto ciò accade allora veramente ne è valsa la pena. Tutto continua davvero a valerne la pena.

 

Edih Moniz

São Paulo, Brasil, XXI secolo

1 da ecolalia, è un disturbo neurologico il cui sintomo principale è ripetere le ultime parole dette dall’interlocutore.

 

 

A Melhor Juventude

Um homem pode persuadir a si mesmo, a partir do questionamento mais lógico, de que vai aprimorar sua saúde ao comer sapos vivos; e, assim, racionalmente convencido, pode engolir um primeiro sapo e então um segundo; contudo, ao engolir o terceiro, seu estomago se revolta. (Czeslaw Milosz – Mente Cativa).

 

È a coisa mais fácil. Falar mal da juventude é a coisa mais fácil. Desde sempre, desde épocas imemoriais os velhos do alto da sua experiência e sabedoria julgam e condenam sem apelação as novas gerações que freneticamente se sucedem perniciosas, desaforadas, desprovidas de valores, libertinas, superficiais. Gritar ao escândalo, invocar os deuses, amaldiçoar os tempos: parece que os velhos não têm outra solução a não ser esta. Eximir-se de qualquer responsabilidade e jogar a culpa de tudo o que ai está em quem não teve outro exemplo no qual se espelhar e moldar-se a não serem aqueles que agora estão fechando os olhos: os velhos.

É a coisa mais fácil. Falar mal dos velhos é a coisa mais fácil. Desde sempre, desde épocas imemoriais os jovens do alto da sua força física, do seu entusiasmo, julgam e condenam sem apelação as velhas gerações consideradas decadentes, obsoletas, portadoras de valores hipócritas…

Viu? Seria divertido escrever assim, generalizando os conceitos e as situações, misturando realidade e fantasia, mergulhando no poço sem fundo dos lugares comuns, sempre válidos e cada vez mais usados por todos em toda parte. Estamos tão acostumados a isto que não sabemos mais refletir a partir da experiência compartilhada, a experiência sensível do dia-a-dia, da vida, do corpo, das mãos, dos olhos. Séculos de especulações filosóficas construíram, a nossa volta, jaulas douradas nas quais chafurdamos na lama dos nossos pensamentos ecolálicos, formando um ciclo autista do qual não queremos sair. Não ver, não querer ver, ouvir, escutar e por fim, falar. Repetimos gestos e ações seguindo percursos batidos determinados por outrem, convenções abomináveis nos induzem a abdicar da nossa capacidade criativa. A liberdade doe, faz mal, assusta. Desejamos ser dirigidos, procuramos a proteção a preço mais baixo cobrado com as nossas próprias vidas. Preferimos seguir padrões de comportamento à alegria da improvisação.

O Piercing, a Tatuagem, o Cabelo em pé crista de moicano. Talvez seja o lábio furado, talvez o nariz. À primeira vista desviaria os olhos. Mas os olhos procuram outros olhos… e os olhos na minha frente não mentem. Revelam toda a sua ingenuidade, o seu entusiasmo frente à vida. O lugar é assombroso. Corredores escuros, sujos, apinhados de gente, muros descascados, portas emperradas, janelas enferrujadas e vidros quebrados: um típico hospital público do hemisfério sul. A velha professora espera pacientemente a sua vez na fila interminável. O jovem Piercing, a Tatuagem e o Cabelo moicano também esperam. Os garotos e a velha professora compartilham um pedacinho do espaço sideral e do tempo cósmico. Ela sabe a razão do seu estar ali. Pergunta qual a deles. A mesma. Três jovens na mesma fila pela mesma razão da velha professora. É uma iniciativa do colégio. Uma gincana da solidariedade composta de ações concretas e úteis para agir efetivamente lá onde está se precisando com urgência. A professora desvia o olhar. Não quer desmaiar frente ao tamanho da agulha que gentilmente a enfermeira faz penetrar no seu braço. Os garotos continuam conversando como se nada fosse, como se ficar deitado na maca, ter um laço hemostático estrangulando o braço, uma agulha desse tamanho enfiada em você e ver seu próprio sangue fluir do corpo e, através de um tubinho, encher a bolsa pendurada no gancho, como se tudo isso fosse a coisa mais normal do mundo, os garotos continuam conversando sem o menor constrangimento.

A velha professora deitada de braço esticado, bombeando sangue no abre e fecha da mão, lembra de quando os garotos da favela levavam no muque os desabeis pelos becos para que pudessem participar das atividades do grupo. Lembra das mil mãos estendidas que apertou nas ruas mais infames da cidade, lembra dos grandes que ajudavam os pequenos a se proteger das garras da fome e do frio. A professora olha estes três garotos deitados ao seu lado que doam sangue no hospital público do hemisfério sul: a irreverência da juventude ao serviço de quem não tem força de pedir, uma disponibilidade total, pura, incondicionada. Uma iniciativa do Colégio que educa para a cidadania, para a vida. Dizem que o futuro a Deus pertence. É verdade, mas Deus, ou seja, a esperança em cada um, precisa de nós, da nossa atitude, da maior disponibilidade, do trabalho silencioso que rói as consciências, da percepção da nossa finitude e da nossa imensidão, do mistério desvendado nos abraços de quem hoje começa a sua caminhada rumo ao desconhecido, da unicidade de cada rosto, cada expressão. A velha professora pensa em tudo isto e como sempre os seus olhos se enchem de lágrimas. Mas desta vez não é choro de tristeza, desamparo, desespero, solidão ou impotência…

Atrás dos três garotos, outros vinte. A classe inteira. Tatuagem, Piercing, Moicano, iPod, Chiclete, Barriga de fora, Sandália de dedo, Jeans rasgado, Sapato furado, Tênis sujo… Estão todos aqui, os jovens, hoje estão todos aqui, e quando a juventude acorda, age, realiza, sonha, discute, faz, cobra, quando a juventude, a melhor juventude, sorri para a vida, a vida da humanidade, não seguindo a falácia das utopias que indicam como ela deveria ser, mas da humanidade assim como realmente é; quando isso acontece, então tudo realmente valeu a pena, tudo continua mesmo valendo a pena.

 

Edith Moniz

São Paulo, Brasil, século XXI