Babele e Pentecoste

Sono molti a dire che il mondo di oggi è una Babele. Di fatto la Torre di Babele è l’icona della globalizzazione (che è bene distinguere dalla planetarizzazione-mondialità). La globalizzazione è concentrazione di pensiero, di denaro, di persone e di mercato. I grandi dell’antichità – così dice la Bibbia – non tardarono a progettare una città globale, per tutto il genere umano, in forma di torre o monte, il cui vertice bucasse il cielo. Era una sfida dettata dallo spirito di orgoglio e egoismo.
Il progetto di Dio era un giardino, il progetto degli uomini era la città globale. Dio si preoccupa di Babele, non per considerarla una minaccia al suo prestigio, ma per le conseguenze negative della Torre sui poveri. Di fatto i lavoratori sono espulsi dalla campagna e spinti a vivere ammassati in favelas alle pendici del monte (mentre le classi ricche abitano più in alto). Essi devono dislocarsi come pendolari per lavorare i campi nella pianura. Sono anche bombardati dalla propaganda che predica il nazionalismo e la “manovalanza volontaria”. Tutto fa parte del PAC, Piano Accelerato di Crescita, che prevede una crescita indefinita della Torre in altezza. Per questo i poveri, manovali, devono portare sul capo pesanti mattoni dalle fornaci alla cima della torre, già abbastanza alta da richiedere giorni di cammino per salirvi. Dopo un incidente in cui un manovale svene dalla fatica e cade dall’alto col mattone che stava portando, i capi hanno affisso un cartello che dice: “E’ severamente proibito lasciar cadere i mattoni!”. Insomma, cada pure l’uomo, ma non il mattone, per non perdere giorni di lavoro!
Con tanto disprezzo per la persona umana, il popolo viveva nel disorientamento totale, stordito e assuefatto alla menzogna, badando a sopravvivere, dimentico del bene comune, della solidarietà e della giustizia. A questo punto, Dio decide di intervenire in favore dei poveri, beffando l’orgoglio dei grandi. C’era una pan-comunicazione con una sola lingua franca utilitarista: Dio confonde il linguaggio, svelando i sentimenti di fiele nascosti dietro parole di miele… Già nessuno si capisce, nessuno confida in nessuno. Nel caos, il lavoro rimane bloccato, la torre incompiuta diventa un rudere (come certe costruzioni ciclopiche mediorientali). Un fallimento? Certo, per i grandi. Quanto ai piccoli, essi ringraziano Dio (c’era ancora fede sotto la cenere) e tornano a vivere in campagna ai quattro venti.
Dio che non si lascia vincere in amore, ricomincia presto la sua storia d’amore per l’umanità: storia di attenzione e pazienza. Con Abramo e Sara, gli “abiru” schiavi in Egitto, Mosè, Davide… Sorge Gerusalemme, città santa e peccatrice. E Dio adatta il suo progetto del giardino a quello della città, col nome nuovo di Regno. Quando Dio decide, nella pienezza dei tempi, di entrare personalmente nella storia umana, invia il Figlio che si fa carne, Gesù Cristo, con la missione di realizzare il Regno del giardino-città. In questa missione lui dà la vita, ma, ritornato al Padre, a Pentecoste manda il suo Spirito ai discepoli perché continuino la missione.
Avviene così, al Cenacolo, l’anti-Babele. Là c’era lo spirito di orgoglio ed egoismo, qui c’è lo Spirito Santo. Là le persone non si capivano nonostante ci fosse un solo popolo e una sola lingua, qui si capiscono perfettamente persone di molte etnie e lingue. Là c’era la divisione che discriminava, qui c’è l’unione e la dignità riconosciuta nel rispetto delle diversità. Là c’era il lavoro schiavo per la Torre, qui c’è l’entusiasmo attorno all’ideale comune della costruzione del Regno. Nasce la comunità-chiesa dei discepoli di Gesù che continuano la sua missione. Anche la città non sgomenta più.
Ed ora due domande: il nostro mondo di oggi è più Babele o Pentecoste? La chiesa è fedele alla sua missione? (solo è fedele nella misura che lavora per il Regno!).  p deVidi
09-06-2011