Bisogno di giustizia

Le donne nella mia comunità, nel mio paese e nel mondo continuano a soffrire. Questa è la mia storia, e la storia di molte altre.

Avevo solo 25 anni quando mio marito è morto. Fu l’inizio di una tragedia senza fine per me e per i miei due bimbi piccoli. Dopo il funerale di mio marito mi aspettavo di vivere una vita “normale” da vedova, ma non fu così.

Un mattino, pochi mesi dopo la morte di mio marito, i miei cognati e le loro mogli irruppero in casa mia. Queste tre coppie, accompagnate dai loro maggiori figli maschi, mi chiesero di consegnar loro l’atto di proprietà sulla porzione di terra che mio marito aveva lasciato dietro di sé. Dissero che non avevo titolo sulla terra perché non l’avevo portata con me sposandomi. Dissero che la mia relazione con la famiglia era finita, ora che mio marito era morto.

Quando rifiutai, due degli uomini mi legarono con una corda e mi batterono con grossi bastoni. Il resto del gruppo andò nella mia camera da letto. Ruppero la mia valigia e si presero il certificato di morte di mio marito e l’atto di proprietà sulla casa. Mi lasciarono legata all’albero in cortile. Uno dei miei figli, che allora aveva cinque anni, dovette usare un coltello per tagliare la corda. Poiché non riuscivo a muovermi, i miei bambini restarono accanto a me piangendo, fino a che un passante non mi portò all’ospedale.

Quando l’ospedale mi dimise una settimana più tardi tornai con i miei figli nel posto che chiamavo casa. Non avevo altre opzioni. La casa era stata spogliata del mio letto e di molti altri oggetti. Denunciai quel che era accaduto al capo locale. Quest’uomo era in buoni termini con i miei parenti acquisiti e mi disse di far riferimento agli stessi individui che mi avevano assalita: disse che dovevo cercare un incontro con i miei cognati, prima che lui potesse occuparsi del caso.

Nella mia comunità una donna può essere “ereditata” se fa sesso con un altro uomo dopo la morte del marito. Questo accade che alla vedova vada bene o no. I miei cognati non volevano concedermi udienza sino a che io non fossi stata “ereditata”. Feci sapere loro che questo non era possibile, perché in ospedale mi avevano fatto i test ed avevo scoperto di essere sieropositiva al virus Hiv. I miei cognati mi accusarono di mentire e di non voler cooperare. Avevano già trovato uno disposto ad ereditarmi. Quest’uomo aveva già sposato due donne, ed entrambe lo avevano lasciato perché aveva ucciso delle persone nel nostro villaggio.

Quando un giorno andai al fiume a prendere acqua, quest’uomo lasciò i suoi vestiti in casa mia. Lo fece per reclamarla come sua, di modo che nessun altro la occupasse. Sebbene fosse tabù per me rimuovere i suoi abiti, io li raccolsi e li riportai a casa sua. Non appena tornai, i miei bimbi ed io dovemmo subire minacce di morte dall’intero villaggio. Mi dissero che sarei morta perché avevo infranto un tabù, e mi ordinarono di non lavorare più la mia terra.

Sebbene io avessi intenzione di continuare a vivere nel modo solito, e di coltivare la mia terra, il mio cognato più anziano cominciò a coltivarla lui. Una sera buttò giù la mia porta di casa, mi picchiò e mi ferì gravemente una mano con un machete. Questa volta, quando uscii dall’ospedale, non potevo più tornare a casa: non aveva la porta. Trovai una capanna di fango, trovai lavoro come domestica, e mandai i miei bambini a scuola. Quando andai a dare un’occhiata alla mia casa, un mese più tardi, tutti i rivestimenti metallici del tetto erano stati rimossi. Uno dei miei cognati li aveva usati per casa sua, dove stanno a tutt’oggi.

Più di dieci anni dopo, io non ho ancora una casa mia. L’atto di proprietà è nelle mani dei miei parenti acquisiti. Il mio figlio più grande finirà il liceo l’anno prossimo ed io ancora non ho una casa. Non ho mai avuto giustizia.

Se fossi stata un uomo tutto questo non sarebbe mai accaduto. Le donne non hanno voce nella mia comunità. Noi abbiamo bisogno di giustizia.

Sono trascorsi 12 anni dalla morte di mio marito e nessuno è stato accusato di quel crimine. Io non ho soldi per dare mazzette alle autorità. Ho bisogno che qualcuno ascolti.

Afline, Migori, Kenya, 3 gennaio 2011 – trad. Maria G. Di Rienzo

(Questa lettera è parte della campagna che sostiene l’ International Violence Against Women Act (I-VAWA). Lettere di donne da tutto il mondo sono inviate al presidente degli Stati Uniti Barack Obama tramite World Pulse e Women Thrive Worldwide, per sollecitare l’adozione dell’atto internazionale contro la violenza di genere.)