Come Pasolini

Lo scopo dei miei sforzi non può essere altro che quello di procurare al lettore l’impressione che egli non ha a che fare semplicemente con vane chimere di un povero malato di mente – così ancora oggi sono ritenuto dagli uomini – bensì con risultati che sono stati ottenuti sulla base di esperienze tutte particolari, inaccessibili per la loro natura ad altri uomini, grazie a molti anni di mature riflessioni, e che, se pure forse non dovessero contenere in tutto e per tutto l’intera verità, si avvicinano in ogni caso alla verità incomparabilmente più di quanto altri uomini hanno scritto e pensato su questo argomento nel corso dei millenni. (Daniel Paul Schreher – Memorie di un malato di nervi)

Come Pasolini, dico: io so. So chi è stato. So chi è il responsabile di questa situazione e di tante altre. Ne conosco il nome e la faccia. E anche dove abita e cosa fa tutti i giorni, dove va, cosa pensa, cosa dice, i luoghi e la gente che frequenta. Sono entrato nei palazzi di cristallo ed ho bevuto champagne con gli assassini. Li ho visti in faccia uno per uno, ne ho respirato il fetore dell’alito cadaverico. So di cosa sono capaci. Io so. Conosco i nomi dei trafficanti di droga, dove la nascondono, conosco le loro manovre e i loro mezzi. Conosco perfettamente come funziona il meccanismo della corruzione che permette loro di agire tranquillamente anzi, permette loro di moltiplicare i guadagni e il potere. Ho visto morire bambini nati e vissuti nella parte sbagliata del mondo. Ho visto il proliferare della miseria, il ghigno della violenza della sopraffazione e della morte. Ho ascoltato le urla dei torturati nei commissariati ne ho curato le ferite e le tumefazioni. Ho visto i pedofili agire indisturbati protetti da coloro che dovevano e potevano fermarli. Ho guardato il volto dei bambini venduti dai loro genitori per un piatto di riso, ne ho sentito il pianto i singhiozzi muti, i rantoli, i gemiti. Ho visto il sorriso dei compratori, la loro soddisfazione, ho visto il compiacersi per il buon affare. Io so. So tutto. So dove si trovano le armi e dove si può stuprare una bambina. Ho asciugato le piaghe di pus nella profondità delle baracche di cartone. Ho visto il ripetersi infinito di situazioni perfettamente evitabili per pura inefficienza. Ho visto evitare situazioni perfettamente risolvibili per pura connivenza. Ho visto i “buoni” stringersi ai potenti per guadagnare prestigio e riconoscenza universale per continuare ad essere chiamati “buoni”. Ho visto la viltà e l’abiezione. E un bambino di strada chiedermi: “Ti posso chiamare papà?”. Ho sentito nel tocco di mille mani l’odore dell’ansia, l’urgenza della disperazione. Io so. So tutto. So l’avversione che provoca la vera vita in chi, protetto dalle sue convenzioni e dalle sue convinzioni, pensa invece di vivere intensamente. So com’è il gusto del soccombere, la botta della frusta. So cos’è il nulla e l’abbandono, il freddo della paura e il vuoto totale. Io so. So tutto.

Cari amici di Macondo,

tanti anni fa eravamo anche noi lì alla festa. Parlavamo di cambiamenti, dell’energia di un popolo, di speranza, della grandezza epica di una gente che sempre e comunque mantiene il segreto della felicità. Oggi invece diremmo che al di là dei recinti il campo per incontrarsi non c’è. Ci hanno costruito abusivamente un centro commerciale protetto da altri recinti molto più alti e molto più resistenti. E allora restiamo noi, continuando a fare ciò che sappiamo fare. Restiamo noi.

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

Festa di Macondo 2011

Como Pasolini, digo: eu sei. Sei quem foi. Sei quem é o responsável desta situação e de tantas outras. Conheço o seu nome e a sua cara. E também onde mora e que faz o dia todo, aonde vai, o que pensa, o que diz, os lugares e as pessoas que freqüenta. Entrei nos palácios de cristal e brindei com champagne junto aos assassinos. Olhei um por um na cara, respirei o fedor do seu hálito cadavérico. Sei do que são capazes. Conheço os nomes dos traficantes de droga, onde a escondem, conheço as suas manobras e os seus meios. Conheço perfeitamente como funciona o mecanismo da corrupção que permite a eles de agir sem ser incomodados por ninguém, ou melhor, que permite a eles de multiplicar os lucros e o poder. Vi morrer crianças nascidas e vividas no lado errado do mundo. Vi o proliferar da miséria, o rosnar da violência, da opressão e da morte. Escutei os gritos dos torturados nas delegacias, curei as suas feridas e as tumefações. Vi os pedófilos agir na maior tranqüilidade protegidos por quem deveria e poderia impedi-los. Olhei o rosto das crianças vendidas pelos pais por um prato de arroz, escutei o seu pranto os soluços mudos, os gemidos. Vi o sorriso dos compradores, a sua satisfação, vi as congratulações pelo bom negócio. Eu sei. Sei tudo. Sei onde se encontram as armas e onde é possível estuprar uma menina. Enxuguei as feridas de pus na profundeza de barracos de papelão Vi a repetição infinita de situações perfeitamente evitáveis por pura ineficiência. Vi evitar situações perfeitamente resolvíveis por pura conivência. Vi os “bons” procurar os poderosos para ganhar prestigio e reconhecimento universal e para continuar a serem chamados de “bons”. Eu vi a covardia e a abjeção. E um menino de rua perguntar: posso te chamar de mamãe?”. Senti no toque de milhares de mãos o cheiro da angustia, a urgência do desespero. Eu sei. Sei tudo. Sei a aversão que provoca a verdadeira vida em quem, protegido pelas suas convenções e pelas suas convicções, pensa de estar vivendo intensamente. Sei como é o gosto de sucumbir, o corte do chicote, a pancada do carrasco. Sei o que é o nada e o abandono, o frio do medo e o vazio mais total. Eu sei. Sei tudo.

Caros amigos de Macondo,

há muitos anos estávamos ai na festa. Falávamos de mudanças, da energia de um povo, de esperança, da grandeza épica de uma gente que sempre e de qualquer forma mantém o segredo da felicidade. Hoje, invés, diríamos que alem dos recintos o campo para se encontrar não existe. Ali construíram abusivamente um Shopping Center protegido por outros recintos muitos mais altos e muito mais resistentes. E então restamos nós, continuando a fazer aquilo que sabemos. Restamos nós.

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

Festa de Macondo 2011