E que assim seja. E così sia.

A todos os amigos que nos seguiram com interesse e afeto, pela paciência demonstrada, a costância e por ter acreditado em nós, vai o nosso fraternal abraço. Muito Obrigado.

A tutti gli amici che ci hanno seguito con interesse e affetto, per la pazienza dimostrata, la costanza e per aver creduto in noi, il nostro fraterno abbraccio. Muito Obrigado

 

Con un piccolo sforzo proviamo ora ad immaginare. Attenzione, ho detto “immaginare” e non “adesso vi racconto la verità”. Mamma mia, la verità. Un libro di Cesare Zavattini si intitola proprio così, La veritàaaa, con tante A finali. È la storia di un pazzo rinchiuso in manicomio a causa della sua mania di dire la verità, appunto. E siccome io non voglio fare quella fine, nello stesso modo in cui ho inventato tutte le altre, invento anche questa storia. Immaginiamo allora una città, una grande città, una enorme città, là lontano, lontanissimo, in quel paese in cui adorate passare le vacanze e sudare, che fino a ieri ci venivate pieni di soldi da scialacquare, vestiti da scemi in braghette, cappellino e maglietta con pappagallo. E andavate in due città, tra le più belle del mondo e vi dimenticavate di quella che sempre descrivo e che oggi chiedo di immaginare. Non è così bella, non c’è quella combinazione magica che vi piace assai di mare-sole-opulenza-favelas-meninos de rua, miscela pittoresca ed esplosiva che suscita in voi dubbi di coscienza e voglie di affinità nazional-popolare con gente così buona, poverini. Qui infatti ci manca il mare e il sole è sempre offuscato da una cappa di piombo e cemento. E allora niente. Due città, le cascate, al massimo la gita alla grande foresta al nord. Basta così, i vostri venti giorni di ferie passavano in un attimo. Molte foto, qualche ricordino. Ora venite molto meno, è la crisi, Papandreu, il Berlusca, robaccia. Dicevo dunque, immaginiamo la città. E i suoi infiniti problemi, gente dappertutto, fin dove non si può, perfino per le strade, a dormire per le strade, a vivere per le strade. Un bel giorno, quasi contemporaneamente, arrivarono due importantissime organizzazioni internazionali. Arrivarono da lontano, lontanissimo, come dischi volanti di altri mondi. Arrivarono. La prima invitata direttamente dal Governatore in persona, la seconda invece esclusivamente per scopi religiosi: predicare e convertire. La prima ricevette in gestione una struttura capace di ospitare più di mille persone al giorno. Quelle persone a cui accennavamo e che ancora oggi in piena crescita economica si ostinano a vivere per le strade come indigenti, mendicanti, drogati, barboni, delinquenti e puzzoni. La struttura venne migliorata sia nelle istallazioni che nel funzionamento. E cominciò un lavoro a pieno ritmo. Così bene da guadagnare l’ammirazione di tutti. La seconda organizzazione praticamente seguì gli stessi passi della prima. Ricevette dalle mani sante e pietose della moglie del governatore terreni e case da usare in favore di quelli di cui sopra. Sia la prima che la seconda sono diventate vere e proprie multinazionali del bene e della carità. Nelle loro iniziative coinvolgono migliaia di persone, barboni e no. Una vera bellezza. Poco importa che spesso utilizzino metodi di lavoro proibiti nel loro paese di origine, roba che li manderebbe in galera seduta stante, poco importa. Qui la situazione è diversa, facilmente si chiude un occhio e anche due. Migliaia di persone coinvolte, barboni e no, sia in quella città che stiamo immaginando, sia nel loro paese di origine. Godono dell’ammirazione di tutti, di istituzioni pubbliche e della società civile che non perdono occasione di rendere loro i giusti omaggi, gli onori e i formaggi che tanto si meritano. E per la loro attività benemerita, possono così sfoggiare sacrosanti allori, premi e riconoscimenti.

 

Alla riunione di ieri i soliti capoccia affermano: Tolleranza zero. I mondiali e le olimpiadi sono alle porte e non si può più tollerare che l’immagine della nostra città, la più ricca e opulenta dell’emisfero sud, sia ancora deturpata da gente di questo tipo (i barboni, i miserabili ecc ecc). Tolleranza zero. Il lavoro sporco nelle favelas di periferia sarà a carico della polizia di sempre secondo le direttive prescritte che fanno (è comprovato!) diminuire gli indici di criminalità. In città, o meglio, in centro, adesso ci pensa la Guardia Municipale.

Ragazzi che botte. Arrivano coi manganelli e fanno un macello. Di notte, perché di giorno invece allontano in malo modo, ma senza la truculenza notturna quando il sangue ribolle, e son botte, e giù botte. È annunciato, e realizzato. Qualche giornalista di nascosto lo ha pure filmato. Chi lavora in questo ambiente lo sa, lo vede, lo ha visto. Le due organizzazioni di cui si parlava, con il loro prestigio, il loro potere, i loro appoggi, i loro soldi… basterebbe una parolina a tu per tu al governatore per interrompere il massacro. Una parolina: Governatore in the name of God smettiamola! Niente, silenzio assoluto. Andare contro il governo significherebbe negare se stesse e la loro vocazione: legarsi ai potenti per servire gli umili, oppure legarsi agli umili per servire ai potenti… nel senso di essere utili ai potenti che facendosi fotografare e filmare in compagnia dell’organizzazione (e di qualche barbone sullo sfondo) ne assorbono il prestigio… e viceversa. Gli umili, migliaia e migliaia di umili accolti a braccia aperte dalle organizzazioni benemerite, lavati e ripuliti, filmati e postati in internet, sorridenti e profumati, riabilitati, bastonati dal governo continuano a fare quello che gli hanno insegnato: ringraziare. Ringraziare il governo per averli bastonati e non uccisi, ringraziare le organizzazioni per averli lavati e ripuliti. È veramente bello e commovente vedere i poveri, il governo e le organizzazioni benemerite lavorare insieme per il bene comune. Non una parola, non una presa di posizione drastica. Mai.

Il mio amico, si alza e dice la sua. Critica il massacro deliberato. Ormai lo conoscono tutti, governo e organizzazioni. Nessuno più lo prende sul serio. Come l’eroe di Zavattini crede di dire la veritàaa, ma è solamente un pazzo. Le organizzazioni lo conoscono bene, quelli del governo non lo degnano neanche di uno sguardo. Lui però si ostina e continua a blaterare e scrivere che le organizzazioni sono tra i responsabili per il mantenimento della miseria. È semplice, dice: quando esiste la mano che aiuta e l’altra che viene aiutata si crea il processo di dipendenza da cui uscirne è impossibile. Viene stabilita una gerarchia di valori e di funzioni, di ruoli e pratiche da osservare per comportarsi secondo quelle norme arrivate coi dischi volanti e stabilite in precedenza dalle sedi, là, lontanissimo. Insomma, mette in discussione non solo l’operato ma l’essenza stessa dell’esistenza delle benemerite organizzazioni. Sarebbe come mettersi a discutere con Madre Teresa: scusi Madre santissima, forse sarebbe meglio lavarsi le mani dopo che si abbraccia un lebbroso e se ne vuole toccare un altro…, scusi Madre, ma secondo me il lebbroso dovrebbe essere portato all’ospedale…, scusi… Ecco, che cosa direste di un tipo simile che si mettesse a discutere con una santissima?

Comincio a pensare che il mio amico sia veramente pazzo: non riesce a vedere il bene, solo il marcio e la malafede dovunque.

Aspettate un momento…, avevo detto che questa storia è tutta una invenzione. E se è tutta una invenzione niente di quello che ho detto è vero: barboni, governo, organizzazioni, amico pazzo… Allora vuol dire che non avete niente di cui preoccuparvi, che la crisi economica non c’è e il vostro Papandreu se ne è andato via e voi felici e contenti potete continuare a passare le ferie qui e sudare, braghette e cappellino, che tra un po’ comincia il carnevale: ci siete già stati al sambodromo?

 

EPILOGO

Quante volte ci siamo guardati in faccia attoniti chiedendoci il perché… quante volte! Il perché di tanto lavoro, di tanta fatica. Le soddisfazioni provate nel vedere i successi dei nostri bambini. Le delusioni, mai digerite fino in fondo, nel constatare che alla fine tutto è inutile perché l’atroce mentalità assistenziale pervade l’animo e la prassi esecutiva di coloro che hanno effettivamente i mezzi. Abbiamo di fronte montagne insormontabili fatte di quel burro e di quel miele appiccicoso su cui si fonda l’industria degli aiuti e della collaborazione internazionale che tante volte abbiamo denunciato. Abbiamo visto la nostra gente scuoiata viva per essersi fidata e appoggiata, essere manipolata da decisioni e modi di agire concepiti altrove.

Siamo invecchiati, fisicamente invecchiati, stanchi e un po’ malati. A dir la verità, non ce la facciamo più, non abbiamo più né l’età né le forze per continuare. Abbiamo perso, siamo stati sconfitti dalla marmellata, dai confetti, dai dolciumi. La nostra non è una ritirata strategica: è una vera capitolazione.

E con la stessa rassegnazione con la quale affrontiamo il nostro destino, con la fiducia rivolta sempre verso il prossimo passo, verso il tempo che tutto cura… – quando invece sappiamo molto bene che la fine è inesorabile – con lo stesso stato d’animo, accettiamo il crucifige. E que assim seja, e così sia.

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

São Paulo, Brasil, novembre 2011

 

EPÍLOGO

Quantas vezes nos olhamos frente a frente atônitos perguntando um ao outro o motivo, a razão… quantas vezes! A razão de tanto trabalho, de tanto desgaste. As satisfações provadas vendo os sucessos dos nossos meninos. As decepções, nunca digeridas até o fim, constatando que no final tudo é inútil porquê a atroz mentalidade assistencial impregna o ânimo e a práxis executiva daqueles que tem efetivamente os meios. Temos a nossa frente montanhas intransponíveis feitas daquela manteiga e daquele mel grudento sobre o qual se funda a indústria das ajudas e das colaborações internacionais que tantas vezes denunciamos.Vimos a nossa gente esfolada viva por ter confiado e ter se apoiado, manipulada por decisões e modos de agir concebidos em outro lugar.

Envelhecemos, estamos fisicamente envelhecidos. Casados e um pouco doentes. Para dizer a verdade, não agüentamos mais. Não temos mais nem a idade e nem a força para continuar. Perdemos, fomos derrotados pela geléia, pelos confetes, pelos docinhos. A nossa não é uma retirada estratégica: é uma verdadeira capitulação.

E com a mesma resignação com a qual enfrentamos o nosso destino, com a confiança voltada sempre em direção ao próximo passo e ao tempo que tudo cura… – quando, ao invés, sabemos muito bem que o fim é inexorável – com o mesmo estado de ânimo, aceitamos o crucifige.

E que assim seja.

 

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

São Paulo, Brasil, novembro de 2011