Hieronymus Bosch

cimitero

Mi ha portato alla mente il finale de “Il Processo” dove K., nell’unico giorno non uggioso di tutta la storia, viene ucciso “come un cane”. Questo cimitero, o quello che è, manca di pietà, sepolti tutti “come un cane”. Ma se è vero quello che ci hanno raccontato, ci precederanno altrove. (Alberto C.)

Mi sembra che manchi una riflessione più profonda su questa società che fa della morte uno spettacolo, che coltiva la solitudine, che condanna un individuo come pazzo ma non fa un’ autocritica. Non si parla di ingiustizia, di disuguaglianza, di esclusione, di gestione del potere. (Mauro F.)

Il mio amico Mauro ha perfettamente ragione. Sta parlando dell’ennesimo massacro avvenuto a Rio. Un ragazzo poco più che ventenne entra nella sua vecchia scuola armato. Comincia a sparare sui bambini. Ne uccide dodici, poi sorpreso dall’arrivo della polizia, ferito, si spara. Il corpo rimane sulle scale in una pozzanghera di sangue mentre i ragazzi e i loro genitori accorsi in gran fretta scappano all’impazzata. Quindici giorni dopo viene seppellito come indigente sotto due badilate di terra. La famiglia, per paura di essere oggetto di insulti e vendette non ha fatto richiesta del corpo. Come un cane, ricorda il mio amico Alberto quando vede la foto su tutti i giornali, morto e sepolto come un cane. Si chiude una vicenda tristissima, una cronaca di un ulteriore massacro avvenuto in un paese sempre più distratto dai fumi di un progresso cannibale. Il cimitero dei poveri invece esiste da sempre e per sempre continuerà: due badilate di fango sopra una bara di cartone.

Una stupenda giornata, Venerdì Santo. Processione in piazza. Incontro tutti i quindicimila uomini di strada. Tutti seduti sul muretto immondo. Tre associazioni, coi loro stendardi e i loro volontari, compiono la funzione religiosa; gruppi evangelici pentecostali carismatici e chi più ne ha più ne metta, esorcizzano la folla, gli indemoniati cascano a terra che è un piacere in preda a convulsioni demoniache, chi sbava, chi vomita, chi urla, chi alza le mani al cielo, chi ringrazia Dio per la cura ricevuta. I quindicimila uomini di strada aspettano il pranzo, distribuito da non so chi, in recipienti di carta stagnola. Venerdì Santo è tradizione abbuffarsi di baccalà. Sui gradini della cattedrale le associazioni con gli stendardi. Sulla croce di cartone sono scritti i nomi dei morti assassinati dai gruppi di sterminio. Comincia la processione. Gli uomini di strada continuano seduti sul muretto. La croce viene seguita dalle associazioni che lavorano con loro. Ci sono quelli che si vestono da San Francesco, piedi nudi e saio di sacco, ci sono i pragmatici collegati con il mondo intero nella multinazionale della bontà ed infine sono presenti i duri e puri che cantano inni fervorosamente. Gli uomini sul muretto riconoscono il mio amico anche se vestito a festa domenicale, pantaloni con la piega, scarpe lucidate, camicia impeccabile. Un vecchio conoscente gli offre una radio a pezzi trovata in un bidone: per la figlia, dice. Un altro apre il sacco e chiede di leggergli le istruzioni per far funzionare un laptop giocattolo raccattato chissà dove. Il mio amico assiste impotente ad una litigata feroce tra due benefattori che si contendono a schiaffoni i miserabili: ciascun gruppo vuole far più proseliti dell’altro, vuole esorcizzare di più, vuole distribuire più contenitori di carta stagnola col baccalà. Più esorcismi, più proseliti, più baccalà. La processione si perde nelle vie intorno. Gli uomini di strada non la seguono. Muretto. Eterna attesa. Il baccalà parla più alto perfino della croce, dei canti. Più che l’amor poté il digiuno.

Domenica mattina, Pasqua. Cattedrale, messa del cardinale. Incontro i quindicimila uomini di strada. Tutti seduti sul muretto immondo. Tre associazioni, coi loro stendardi e i loro volontari, compiono la funzione religiosa; gruppi evangelici pentecostali carismatici…

Viviamo tutti come K. sapendo della mazzata finale, in attesa delle due badilate di fango.