Ho pensato

La verità, dire la verità, scrivere la verità non riesce a convincere le persone normali perché tale verità è troppo mostruosa (Hannah Arendt)

 

Il giornale conferma con dati e statistiche quello che tutti vedono e tutti sanno. L’accelerazione economica cerca e crea nuovi spazi. Le imprese nazionali e soprattutto quelle internazionali trovano terreno fertile per le loro speculazioni travestite da investimenti. La città diventa vittima e carnefice di se stessa, pronta a sventrarsi per fare largo ai guadagni facili. Il giornale parla di enormi favelas sorte in questi ultimi tempi, sorte dal nulla, sterminate distese di casupole, di baracche, in quartieri sempre più lontani, perfino nei municipi della cintura metropolitana. Quartieri privi dei servizi necessari, ospedali, scuole, fogne, trasporti: un vero esodo interno confermato ogni volta uguale e i cui protagonisti sono sempre gli stessi: la popolazione più povera e il grande capitale, che qui esiste davvero. Le favelas disappropriate diventano terreno edificabile a costi stratosferici, alla gente viene offerto per pochi mesi un auxílio moradia (una sorta di contentino monetario con cui pagarsi l’affitto da qualche parte e la promessa di entrare nel numero degli aventi diritto alle case popolari, da sempre promesse e mai realizzate). L’alternativa è l’esodo verso la periferia, sempre più lontano, lontano dagli occhi e dal cuore di una città che esige ogni giorno il suo tributo di sangue, di speranze infrante, di abbandono.

L’edizione brasiliana di Le Monde Diplomatique intitola la prima pagina: Sob o dominio do crime, Sotto il dominio del crimine. Nel lungo articolo si parla della ristrutturazione del potere criminale dopo la “pacificazione” di importanti zone della città. Riassumendo: una immensa area urbana da sempre in mano alle organizzazioni dei narcotrafficanti è stata militarmente invasa dai gruppi speciali dell’esercito e della polizia. In diretta TV abbiamo assistito a scene di guerra aperta con carri armati, elicotteri e caccia all’ultimo uomo. I narcos riescono a fuggire nella favela vicina attraversando disperatamente un sentiero sulla montagna mitragliati dai tiratori scelti. Quando dico “importanti zone della città” mi riferisco ad aree urbane abitate da centinaia di migliaia di persone, favelas che da decenni sono parte integrante del tessuto urbano e sociale. L’articolo descrive come ha fatto a ristrutturasi in poche settimane il sistema del traffico di droga, gli appoggi di cui gode e le nuove alleanze con la classe politica corrotta.

Sotto il dominio del crimine è da molto tempo non solo Rio de Janeiro ma anche la mia città. Non passa giorno in cui non vengano divulgate notizie sulla corruzione e sulla partecipazione di agenti di polizia (dai semplici graduati ai generali) nei delitti più efferati: traffici, sequestri di persona, omicidi, rapine a mano armata, esplosioni di casseforti bancarie, ogni tipo di delitto amministrativo, concussione, peculato, corruzione attiva, tortura.

Un amico mi racconta la storia della TAV in Val di Susa, di come è cominciato tutto, di cosa è successo in questi giorni. Un altro amico scrive da Barcellona sul grande movimento de los indignados, sulla spontaneità organizzata e sull’organizzazione spontanea di migliaia di cittadini in tutto il paese, sulla rete di informazioni in tempo reale e la conseguente partecipazione di larghe frange di popolazione coinvolte nella tutela dei diritti.

Leggendo le due lettere ho pensato a noi alla nostra realtà e a quanto siamo lontani da tutto ciò, non solo fisicamente, ma anche filosoficamente, mentalmente lontani, lontanissimi. La popolazione che si mobilita in favore di diritti sacrosanti e in favore della sua stessa sopravvivenza…, ho pensato a me all’uscita della metropolitana, sulla passerella che conduce al terminale degli autobus e da dove si domina il paesaggio circostante. Ho pensato alla manifestazione che dalla piazza del Comune scendeva in direzione alla grande avenida che lega la zona nord alla zona sud, la via espressa che taglia e unisce la città. Ho pensato a quando tutta questa gente ha bloccato il traffico, sotto le proteste di chi rimaneva intrappolato. Ho pensato a quella macchina che tentava di avanzare piano piano tra la folla e il muro, a quel signore con due bambini spaventati. Ho pensato a quando i manifestanti lo hanno tirato fuori a forza e malmenato a sangue. Ho pensato anche a me che dall’alto, impotente, urlavo come un pazzo di smetterla e invocavo l’aiuto della polizia, ferma a guardare il linciaggio. Ho pensato a quando i manifestanti si accorgono della gente che urla e strepita insieme a me e cominciano a tirare sassi nella nostra direzione e improvvisamente spuntano da chissà dove gruppi di scalmanati che a loro volta, dall’alto della passerella, bersagliano i manifestanti sottostanti con pietre e oggetti di ogni genere. Un quarto d’ora di guerra urbana. Arrivano in moto gli uomini della polizia a proteggere i manifestanti. Quell’uomo malmenato risale sanguinante in macchina e parte nel varco che la polizia di malavoglia gli garantisce. I manifestanti ora bloccano l’avenida definitivamente protetti. Gli scalmanati della passerella vengono dispersi a manganellate. Il centro della città si blocca. Dagli elicotteri filmano tutto per trasmetterlo in diretta ai telegiornali sensazionalisti che vivono di budella e sangue. Ho pensato a tutto questo e non a quei “sacrosanti diritti” a cui accennavo, e neanche alle organizzazioni popolari, nemmeno alle iniziative dei semplici cittadini. I manifestanti: tutti cinesi. Il loro centro di commercio è stato chiuso dalla guardia di finanza: tonnellate di merce contraffatta, contrabbando, merce falsificata, rubata. Il grande centro di vendita è situato lì dove tutti vanno a comprare perché costa dieci volte meno. Che importa se è roba illegale, costa meno, e questo basta per far fiorire un affare milionario, da sempre. Oggi è in mano a loro, i cinesi. Hanno comprato il quartiere intero. Nei sottoscala vivono e lavorano i nuovi schiavi venuti dal Paraguay e dalla Bolivia (che si odiano tra loro per offrirsi ai cinesi al prezzo più basso. Proprio ieri si sono ammazzati a coltellate in una rissa generalizzata per definire a chi spettava lavorare nei sottoscala). Hanno comprato il quartiere intero e vengono continuamente riforniti da enormi camion provenienti dalla triplice frontiera. La triplice frontiera, la terra di nessuno tra Brasile Argentina e, appunto, Paraguay. O dall’altra triplice frontiera nello stato amazzonico dell’Acre, tra Brasile Perù e Bolivia, questo sì un vero e proprio Far West.

I manifestanti, arrabbiatissimi, incattiviti dalla chiusura forzata del loro centro commerciale illegale. Gli scalmanati invece sono i venditori ambulanti irregolari che prendono la loro merce dalla mafia locale, la stessa che controlla il traffico di droga, la prostituzione, le case d’azzardo e le carceri. Sì le carceri, i prigionieri, le guardie, i parenti delle guardie e tutto quello che gira intorno all’amministrazione carceraria in genere. Non passa giorno in cui non vengano divulgate notizie ecc ecc. Ed infine ho pensato alla popolazione in generale che allo stesso tempo sostiene sia i cinesi e il loro lavoro schiavo (basta passare per quelle strade e osservare la quantità di folla, ogni giorno dalla mattina alla sera, tutto l’anno), sia i tradizionali ambulanti, il traffico di droga, la prostituzione, le case d’azzardo e la semplice corruzione spicciola di tutti i giorni. In centro, davanti al commissariato unificato della polizia investigativa e di pronto intervento, c’è da secoli il palazzo in cui ogni metro quadrato dei suoi dieci piani è occupato da un prostituta il cui servizio viene contrattato sul portone: basta parlare con la signora che, seduta a gambe larghe, indica ai clienti il piano, la stanza e il nome della signorina a cui rivolgersi. Ho pensato alla convivenza quotidiana con l’illegalità, il crimine e la violenza. Ho pensato a come ci viviamo bene. Ho pensato a tutte le bugie e le menzogne che ci raccontano e che beviamo per buone ad ogni istante, alla felicità fittizia di una crescita economica fatta di plastica rilucente, attraverso la quale milioni di persone vengono espulse dalle loro case – situate in zone di altissimo interesse commerciale ed immobiliare – per andare a finire nell’oblio generalizzato di enormi cinturoni di miseria formati da quartieri fatiscenti nella sterminata periferia, agglomerati in massa nella solitudine più assoluta. Ho pensato a quanto siamo conniventi con il crimine, con il delitto e a quanto è alto il prezzo da pagare in nome del progresso economico; un progresso fondato sulla propaganda totalitaria che ci mostra come siamo felici, come sorridiamo, come balliamo, che ci riduce a prodotto di esportazione appetibile al mondo. Ho pensato alla privazione dei diritti umani a cui siamo sottoposti e che privandoci di un luogo condiviso nel quale vivere in pace, ci svuota di ogni opinione e ci fa cadere nell’uniformità del consenso di massa. Ho pensato. Ho pensato che la verità, dire la verità, scrivere la verità non riesce a convincere le persone normali perché tale verità è troppo mostruosa.

 

[foto estratte dal sito folha.com]