Hoje, oggi

Uh, Uh!

Millenovecentosettantadue. Il Piazzale Eroe dei due Mondi si affaccia sul mare. Al suo fianco l’imponente fortezza del Priamar prigione di Giuseppe Mazzini, c’è la lapide. Il bambino di nove anni si infila tra il cerchio di folla formatosi all’improvviso. Il gruppo di saltimbanchi annuncia lo spettacolo serale del circo montato lì a due passi. L’uomo più forte del mondo dà un assaggio delle sue capacità. A petto nudo, la catena intorno al torace, promette di spezzarla, con la forza strabiliante di muscoli erculei senza usare le mani. Una scalcagnata banda intona allegre marcette. Attila, il domatore, trascina al centro del cerchio di folla un orso sbilenco. La banda strazia il Bel Danubio Blu. Attila tuona: Balla, Orso! Balla, Orso! Il poverino si alza sulle zampe posteriori, apre la bocca, lo sguardo al cielo ad implorare il dio sordo degli orsi. Al ritmo di Strauss dondola triste, rassegnato. Un altro imperioso gesto e via, anche le zampe davanti elevate, su una gamba sola, sull’altra, Balla Orso, Balla Orso. Uuuuh Uuuuh, muggisce lo sventurato. Applausi. Venghino signori, venghino. Piangete bambini che la mamma vi compra i poppe-corne…

Il bambino di nove anni non piange, non ride. Triste quanto l’orso si allontana in cerca di nuove avventure. Se da grande lavorerà al circo, farà certamente il trapezista. E di notte libererà le bestie, tutte, per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Ormai il Balla Orso è cominciato da due settimane. Anzi tre, forse un mese. Da due se ne parla almeno tutti i giorni. Di quello di Bahia, di Rio e pure del nostro. La televisione trasmetterà le sfilate per tre notti di seguito, forse quattro. Telegiornale, telenovela, e balla orso. È il destino tracciato, non se ne esce. A comando, a uso e consumo interno ed esterno, ogni anno in questi tempi ci dicono di ballare, e noi ubbidienti, ubbidiamo. Alzeremo le braccia in U e dondoleremo i chiapponi svestiti fino all’inverosimile. Lasceremo che i milioni di stranieri europei e americani ci sbavino addosso per poi tornare alle loro frigide case e dire quanto siamo caldi e comunicativi, e come le nostre donne ci stanno, non sono puttane, gli fai un regalino… Balla Orso, Balla Orso. Dicono che al sambodromo (sambodromo, come autodromo, come velodromo) alla sfilata partecipi anche il buon e ubriaco Lula. Pagliaccio tra i pagliacci, orso tra gli orsi. Farà finta (magari poi neanche tanto) di non sapere che chi finanzia lo spettacolo oltre agli interessi degli sponsor, sono i traffici di droga e le scommesse clandestine. Calerà le braghe anche lui.

Oggi è il giorno più triste dell’anno: ci dimentichiamo che il nostro paese è la più grande colonia penale del mondo, con i peggiori politici del mondo, la peggiore politica del mondo, i capitalisti peggiori del mondo e l’economia peggiore del mondo, ci travestiamo da buon selvaggio, ci ordinano di ballare, balliamo. Uh, Uh!

Hoje, Oggi

È un popolo, direi a Platone, nel quale non esiste alcuna sorta di traffici; nessuna conoscenza elle lettere; nessuna scienza dei numeri; nessun nome di magistrato, né di gerarchia politica; nessuna usanza di servitù, di ricchezza o di povertà; nessun contratto; nessuna successone nessuna spartizione; nessuna occupazione se non dilettevole; nessun rispetto della parentela oltre a quello ordinario; nessun vestito; nessuna agricoltura; nessun metallo; nessun uso di vino o di grano. Le parole stesse che significano menzogna, tradimento, dissimulazione, avarizia, invidia, diffamazione, perdono, non si sono mai udite. Quanto lontana da questa perfezione egli troverebbe la repubblica che ha immaginato! (Montaigne, Des Cannibales)

Montaigne lo aveva intuito dai racconti un uomo “semplice e rustico” che aveva vissuto dieci anni “in quell’altro mondo che è stato scoperto nel nostro secolo”. Lo riferì in uno dei suoi saggi più famosi. Quell’uomo parlava di noi. Parlava di quello che vedo dalla finestra in rua dr. Albuquerque Lins 818. Montaigne rinchiuso nella sua torre cinquecento anni fa raccontava l’utopia reale di un popolo che oggi cerca ad ogni costo di non soccombere. E per sopravvivere usa ogni mezzo. Si adatta alle circostanze assorbendo metabolizzando, cannibalizzando ogni informazione per restituirla vestita a nuovo. Siamo fatti così. Siamo i figli dei figli di quegli uomini “dai corpi nudi perfetti e senza vergogna alcuna” che si avvicinavano alle navi da cui scendevano marinai imputriditi da mesi di scorbuto e sale. Si avvicinavano e li riempivano di fiori. Passano la giornata nella danza, continua il filosofo. Passiamo la vita nella danza. Spesso contorti in posizioni grottesche cerchiamo di evitare i colpi, le botte, gli spari, le bastonate; spesso invece balliamo in ogni momento libero, per sopportare il dolore e ritardare il più possibile il male che incombe.

Sim, cari amici oggi non è un giorno qualunque. Oggi è il momento in cui possiamo guardarci negli occhi e riconoscerci a vicenda per quello che veramente siamo. Oggi possiamo dire che siamo stati capaci di generare dal niente un popolo nuovo e antichissimo. Questo popolo, questa gente, la mia gente, nel dolore dei massacri della vita ha dato anima e volto ad una nuova civiltà, alternativa, mulatta, indiscreta,sfrontata, coloratissima. Dal sangue e dalla sofferenza oggi nasce quello che vogliamo essere. Ecco il Carnevale per la mia gente: è l’io che diventa noi, il noi che diventa mondo, il mondo che diventa vita presente, attimo infinito, comunicazione, condivisione, contatto, estasi. Oggi abbiamo abolito la solitudine.

Noi che moriamo ogni giorno un po’

e giochiamo a vivere nella gioia

Noi che sediamo sulla soglia del Tempo

in attesa che il tempo faccia per noi

Noi che sogniamo farfalle

sbocciare dalle pietre delle vita

Sappiamo, oggi, di potere

Sentiamo, oggi, di sapere

Possiamo, oggi, sentire

sulla pelle lacerata dal camminare senza meta

nelle frasi di amore dimenticare nelle strade del non senso

nel silenzio del pianto di una illusione…

Allora ricorderemo di dimenticare il dolore

e faremo del desiderio concretezza

Trasformeremo le pietre in luce

e ascolteremo il suono di ogni viso

Prenderemo le strade del mondo

e saremo

finalmente

liberi

São Paulo, Brasil, Carnaval 2011

Hoje

Sim, caros amigos, hoje não é um dia qualquer. Hoje é o momento em que podemos olhar para cada um de nós e reconhecer nos olhos do outro o que somos. Hoje podemos dizer que fomos capazes de engendrar do nada um povo novo e antiquissimo. Este povo, esta gente a minha gente, na dor dos massacres da vida deu alma a uma nova civilização, alternativa, mulata, indiscreta, metida, colorida. Do sangue e do sofrimento, hoje nasce o que queremos ser. Eis o que é para a minha gente o verdadeiro sentido do Carnaval: é o eu que se torna nós, o nós que se torna mundo, o mundo que se torna vida presente, átimo infinito, comunicação, partilha, toque, êxtase. Hoje conseguimos eliminar a solidão.

Nós que morremos a cada dia um pouco

brincando de viver na alegria

Nós que sentamos na sarjeta do Tempo

a esperar que o tempo faça por nós

Nós que sonhamos borboletas

sair das pedras da vida

Sabemos, hoje, que podemos

Sentimos, hoje, que sabemos

Podemos, hoje, o que sentimos

na pele rasgada do andar sem rumo

nas frases de amor esquecidas em ruas sem nexo

no silêncio do pranto da ilusão…

Lembremos então de esquecer a dor

e faremos do desejo concretude

Transformaremos as pedras em luz

e escutaremos o som de cada rosto

Tomaremos as ruas do mundo

e seremos

finalmente

livres

São Paulo, Brasil, Carnaval 2011