I giovani di Manaus

A cammino della città brasiliana di Belém (=Betlemme), mio nuovo campo missonario, mi sono fermato a Manaus, nell’area dove ho lavorato fino allo scorso gennaio. Lì il 7-8 maggio è stato un “normale weekend di violenza”.  Un giovane di 18 anni è stato ucciso con arma da fuoco: pietosamente mi dissero che è stato confuso con uno trafficante di droga cui assomigliava. Un adolescente di 16 anni, sorpreso a rubare, è stato linciato da un centinaio di persone inferocite. Ricordo quando ero arrivato in tempo per evitare la morte di due giovani ladri, picchiati selvaggemente: dopo l’intervento, simile a certe scene di film western, avevo continuato a tremare a lungo per la forte commozione.
Qui è opportuno fermarsi e riflettere sulla “escalation” della violenza nel mondo giovanile. A Manaus oltre 50 giovani muoiono ogni mese di droga e violenza. Le misure adottate finora hanno… peggiorato la situazione, e non era per meno. Si è posto il paese in piede di guerra, aumentando il contingente della polizia e dell’esercito. E’ stato concesso ai cittadini il diritto di armarsi, con base in un plebiscito del 1993 e di un referendum del 2005. La TV ha programmi diari con alti indici di ascolto che mostrano la caccia dei poliziotti ai criminali. Da parte loro, “serial” americani come C.S.I., N.C.I.S., Bones, Numbers…, di ottima fattura, insinuano che il crimine è normale, tanto è frequente; i violenti e i psicopati sono numerosi; quindi dobbiamo perdere la pietà e investire molti soldi e “intelligence” nella sicurezza.
I giovani della pastorale giovanile, direttamente interessati, lo scorso anno hanno invitato tutta la società a un ampio dibattito sullo “sterminio dei giovani” in atto: hanno rivendicato misure non demagogiche o fasciste per affrontare il problema e hanno chiesto iniziative che offrano ai giovani opportunità di lavoro e futuro. Essi avevano capito che la violenza, essendo il problema, non può essere anche la soluzione.
Ma c’è voluto una tragedia perché il Brasile capisse. Il 07 aprile 2011, un giovane di 23 anni è entrato armato di due revolver calibro 38 in una scuola di Rio de Janeiro e ha sparato un centinaio di proiettili: i morti furono 12, e 20 i feriti. Il 6 maggio è cominciata ufficialmente per iniziativa del governo la campagna del disarmo volontario, con consegna delle armi e risarcimento, rispettando anche l’anonimato.
Oltre al disarmo, difficile, occorre un programma del governo per frenare la corsa dei giovani alle grandi città dove si concentrano in branchi e sono tentati dalla droga come fuga (verso paradisi artificiali o inferni reali).
Vorrei ampliare la riflessione con un accenno alla situazione mondiale. Per i giovani dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Est europeo, l’urbanesimo accelerato si dà non solo come esodo dalla campagna o dalla foresta verso le metropoli, ma anche come emigrazione verso il primo mondo. E’ una scommessa con poche o nessuna probabilità di riuscita. E qui intendiamo quanto sia cinico il gioco del mondo attuale. In passato furono le guerre e lo schavismo a fornire mano d’opera schiava ai vincitori. Oggi il primo mondo ha reso invivibile il terzo mondo al punto che i terzomondiali pagano il loro traghetto – pericoloso come le navi negriere di un tempo – per andare a fare gli schiavi nel nord-ovest del pianeta o a vivere nella marginalità.
E’ da auspicarsi che l’ONU assuma il compito di liberare i giovani dalla schiavitù o dall’esilio, come – ricorrendo a un parallelo biblico – il re Ciro ha concesso agli ebrei esiliati il ritorno in patria e i mezzi per la ricostruzione del loro paese.