I grandi e i piccoli

Immaginiamo ora la più grande impresa nazionale, tra le maggiori del mondo. Cerca petrolio e lo trova. Un giacimento inesauribile che, secondo le promesse dei presidenti e dei capoccia farà la fortuna del paese e spianerà la strada allo sviluppo economico definitivo. Immaginiamo, gente, immaginiamo. Una impresa gigantesca, pozzi di petrolio, navi, raffinerie, industrie. Immaginiamo l’infrastruttura, le strade, i porti. Soldi a palate riconvertiti in sviluppo: scuole, ospedali, università, fogne, case popolari, strade asfaltate, sistema di trasporto pubblico efficiente, linee di autobus, metropolitane, lavoro per tutti, crescita economica e felicità permanente.

Immaginiamo adesso un gruppetto di meninos de rua, sì un gruppetto, perché anche quando sono molti, nei momenti peggiori, saranno al massimo duemila. Dico al massimo duemila, duemila e cinquecento e non uno in più. Roba da ridere. Una città come la nostra che ha paura di duemila bambini… ma questo è un altro discorso. Dicevo dunque, immaginiamone un gruppetto, cinque o sei al massimo a bivaccare inebetiti dalla droga nella grande piazza a due passi dalla sede del Banco di Boston, dico Banco di Boston, il cui presidente chiamato da Lula diventò presidente del Banco Central per otto anni. Immaginiamo adesso il Banco di Boston che organizza (nel senso di paga) una Ong fornendole sede propria e tutto il resto affinché lavori per togliere ‘sti meninos dalla piazza. Otto milioni, furono investiti otto milioni. Ma questo accadde quindici anni fa. Il Banco di Boston ha cambiato sede, non è più nella piazza. I meninos sì però. Non sono più gli stessi perché quelli ormai sono tutti morti. Anche la Ong è ancora là a lavorare con i meninos. Oggi è mantenuta dall’impresa del petrolio, ce l’ha scritto sulla maglietta. Erano in sei. Alle quattro e cinquanta del pomeriggio, sei educatori. Alle cinque in punto se ne sono andati. Finiva il loro turno. I meninos no però. Loro sono rimasti esattamente nello stesso posto dove quindici anni prima rimanevano i loro predecessori ora morti. La Ong, alle sedici e trenta, litigava quasi da menar le mani con un’altra associazione di aiuto ai meninos, una associazione religiosa, una madonna sulla maglietta. La Ong sulla maglietta ha il nome dell’impresa petrolifera. Ha vinto il petrolio che a male parole ha espulso la madonna dalla piazza del Banco di Boston (che ha cambiato sede). La disputa era sul controllo territoriale. Qui ci stiamo noi, siamo arrivati prima noi e i meninos sono nostri. La madonna, poverina, cercava di spiegare che ieri però il petrolio non c’era e quindi era lei ad essere arrivata prima. Ma la madonna è buona ed ha ceduto lo spazio, la piazza, e i meninos ai petrolieri.

Immaginiamo ora le maggiori catene di supermercati, fra le maggiori del mondo. Decidono di fondersi, di unirsi, di formare un unico agglomerato, enorme gigantesco ricchissimo e potentissimo, che controllerà quasi il quaranta per cento del mercato nazionale. Naturalmente la legge lo vieta. In molte regioni del paese formerebbero un monopolio, avrebbero il controllo addirittura del cento per cento. Si sa però come le cose funzionano. Il presidente del gruppo economico che ha proposto l’affare è stato uno dei grandi elettori di Lula e Dilma e allora i favori bisogna ricambiarli al più presto. Provi ad immaginare che esista (esiste per davvero!) una banca pubblica che ha la funzione esclusiva di finanziare progetti di sviluppo. Progetti di sviluppo delle piccole imprese, un negozietto, insomma finanziare il lavoro della gente. Soldi pubblici che aiutano il paese a creare posti di lavoro e ricchezza (vera). Stavolta invece finanzierà la fusione dei grandi supermercati. Soldi pubblici finanzieranno il monopolio dei più grandi speculatori commerciali che in anni recenti (gli anni dell’iper inflazione) costruirono grazie ad amicizie, informazioni privilegiate ed appoggi politici il loro impero economico. E che ora, non contenti, vogliono costituire un vero e proprio monopolio, un trust in piena regola.

Immaginiamo adesso i lavori di costruzione degli stadi per i prossimi mondiali. Apriamo una parentesi. In città abbiamo tre squadre di calcio di alto livello. Le prime due possiedono uno stadio tutto loro, privato, stadi enormi, completi. Roba da centomila persone. La terza squadra invece, pur essendo la più popolare ha sempre usato come sede lo stadio comunale. Infatti non è mai riuscita a costruirne uno tutto suo. Niente paura. I lavori sono appena cominciati. E in tutta fretta. Manca poco ai mondiali e siamo ancora alle fondamenta. Perché, direte voi, cosa c’entra questo stadio coi mondiali? Non ce ne sono già due pronti? In teoria sí. Ma la F.I.F.A. li ha esclusi. Non rispondono alle norme. Ma non si poteva adattarli? Certamente. Però Lula, amico intimo dei dirigenti della squadra, ha fatto di tutto per costruire uno stadio nuovo. Entra in gioco, la Confederazione Brasiliana (il cui presidente è genero di João Havelange – forza col google, ragazzi) e quella banca che dicevo prima, la banca che teoricamente deve finanziare lo sviluppo (vero). Quindi ancora una volta i soldi pubblici finanzieranno totalmente uno opera gigantesca privata, in nome di una amicizia e una parentela.

Adesso torniamo ad immaginare l’industria petrolifera il cui il nome è scritto sulla maglietta della Ong che ha litigato con la madonna. Naturalmente ha un gran bisogno di spazio, la costruzione delle strade, dei porti, di tutta l’infrastruttura di cui avrà bisogno. Il porto qui vicino è obsoleto, alcune sue costruzioni oltre ad essere antiche sono anche molto belle. Fanno parte della storia del nostro paese, sono testimoni di un recente passato quando eravamo grandi esportatori di caffè e materie prime, quando esportavamo grezzo e importavamo manufatti a peso d’oro… ma questo è un altro discorso. Dicevo, dunque, le costruzioni antiche. L’industria del petrolio voleva demolire tutto. Buttar giù con la dinamite. È intervenuto l’organo di protezione al patrimonio artistico che ha espressamente vietato ogni modifica visto il grande interesse culturale di tutta la zona portuaria. Ma come si fa? Il paese deve crescere e questi qui si preoccupano con un paio di casette vecchie? Noi buttiam giù tutto. Va bene, risponde l’organo di protezione, buttate pure giù però per lo meno conservatene un pezzettino. Ecco dunque che un paio di architetti riescono a presentare un progetto di preservazione integrato alle nuove strutture che sorgeranno. Il nuovo rispetterà l’antico, lo sviluppo guarderà alla storia del paese con il dovuto rispetto. Un pezzo della nostra identità riuscirà a sopravvivere grazie all’intervento e al lavoro di un paio di coraggiosi architetti che lavoreranno col fiato sulla schiena dei giganti del petrolio, ma ce la faranno. Ce la faranno perché sì. Perché è necessario che sia così. I grandi del petrolio e della politica nazionale sbatteranno contro la passione, la cultura, il cuore e le mani di due piccolissimi architetti in una lotta le cui regole sono già state scritte, ma che vale la pena intraprendere per una questione di dignità.
Lo stadio sarà costruito in periferia, lontanissimo. Ci siete mai stati nella periferia della nostra città? Siete mai entrati in una scuola di periferia? Avete mai preso l’autobus in periferia? E in un ospedale periferico? E proprio là dove sarà costruito lo stadio, ci siete mai stati? Avete visto com’è, dov’è come sono le strade di quel quartiere, avete visto dove abita la gente, com’è questa gente, le case popolari, le fogne che non ci sono? Non importa. Lo stadio nuovo sarà la sede della partita di apertura dei mondiali. Lo ha voluto il governo, la banca pubblica pagherà tutto. Finiti i mondiali rimarrà come stadio, non per la città – non è comunale – ma per il club a cui appartiene la squadra, un club privato. Tanto le fogne si faranno, le case si costruiranno, gli ospedali funzioneranno, le linee di trasporto urbano saranno nuove di zecca, tutto coi soldi del petrolio. È facile, i conti tornano. Tre volte a settimana si possono incontrare nella piazza del Banco di Boston (che ora ha cambiato sede) gli educatori della Ong del petrolio. Educatori per modo di dire. Nessuno di loro è professore, maestro, pedagogo, esperto dei problemi dell’infanzia. Sono chiamati educatori semplicemente perché “lavorano” coi bambini, litigano con la madonna, ma intrattengono i meninos de rua, pochi, pochissimi, piccoli, piccolissimi, quasi invisibili, che anche se costruiamo stadi nuovi e super porti per navi oceaniche, continuano lì, dove quindici anni fa vivevano e morivano i loro fratelli maggiori.