Il Leone, Descartes, l’Altro

Che Dio protegga i nostri padroni affinché possano continuare a darci lavoro

(Favela Santa Isabel, XXI secolo)

A partire da oggi al Leone sarà servita una razione composta di soia e fibre sintetiche. L’intuito è quello di sostituire la carne. Per alimentare un animale si abbatte un altro, questo non è giusto, dice il direttore del giardino zoologico. Così è stata inventata una razione speciale solo per lui, il Leone. Il simbolo della forza, del coraggio, dell’audacia, sarà trasformato in bestiola vegetariana, mangerà soia e fibre sintetiche, una insalatina che chimicamente assomiglia alle viscere del bue.

Quando la realtà è insopportabile, quando la realtà non riesce ad adattarsi ai miei schemi di pensiero, io semplicemente modifico la realtà, invento un Leone di tipo nuovo. È un ulteriore passo della dialettica totalitaria che impregna il pensiero, le menti e le anime degli illuminati di turno, che fino ad oggi mantengono le redini del potere. Non è tanto il direttore dello zoo (che per il Leone sarà sempre un uomo maestoso), ma è questa forma mentis che detiene un reale potere distruttore: io sono vegetariano, il Leone no; al propinagli una razione vegetale diventerà anche lui vegetariano come me.

Così funziona il potere. Così funzionano le relazioni di potere. Trasformare la realtà secondo uno schema previamente preparato, obbligando i subordinati a eseguire compiti che vanno oltre alla loro natura intrinseca. Ma la forza della dialettica del potere ci sorprende. Il Leone è rinchiuso nella gabbia, non esiste alcuna possibilità di fuga. Il Leone è schiavo di un sistema insormontabile. Il Leone non ha altra scelta che non sia quella di accettare il suo destino. Con il tempo si abituerà, arriverà a gustare la razione vegetale e perfino a sentirne il bisogno. E così la dialettica del potere arriva alla sua vittoria totale e definitiva: far sì che lo schiavo senta la necessità dell’oppressione, l’imposizione iniziale sarà adesso imprescindibile. Nessuno sa ciò che potrà accadere il giorno in cui la gabbia si aprirà. nessuno sa quale sarà la reazione del Leone quando si vedrà faccia a faccia con la libertà. Nessuno può sapere se continuerà a mangiare insalata o si ricorderà che la natura lo ha provvisto di denti e artigli per cacciare, sbranare e divorare tutti gli altri animali. Nessuno lo può sapere. Fino ad ora.

Paulo Leminski, geniale autore brasiliano, immaginò il filosofo René Descartes arrivare in Brasile al seguito della missione olandese di Maucício de Nassau. Davanti all’estasi dionisiaco di una natura incomprensibile, davanti agli uomini di questa terra nudi e felici, liberi dai legacci della religione, dalle norme della morale, davanti al mare, al vento, alla foresta, il filosofo comincia a porsi domande mai formulate, comincia un luongo viaggio introspettivo che fa crollare uno ad uno i mattoni della sua logica: «Dubito realmente della mia esistenza, chi sono io se questo formichiere esiste», «Questo mondo è il luogo della follia, la giusta ragione qui delira…» Il filosofo incapace di comprendere, incapace di adattarsi all’estasi dionisiaco della natura, ai suoi uomini nudi e senza morale, con tutta la sua logica cade definitivamente battuto in un miscuglio di lingue e pensieri indecifrabili. La realtà si rifiutava di far parte dei suoi schemi elaborati in anni e anni di studi e speculazioni filosofiche. La fantastica realtà brasiliana lo ingoiò per sempre. La logica scomparve, morì. Descartes ora ubriaco barcolla spoglio di sé stesso e abbaia alla luna.

Loro sanno quello che gli può succedere, lo sanno, lo intuiscono. In qualche modo, da vario tempo sono già entrati in contatto con l’Altro. L’Altro arrivò nelle loro terre all’improvviso: nero, sporco, maleodorante. L’Altro occupò spazi sacri, si infiltrò nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle famiglie. Loro reagirono e allo stesso tempo si adattarono. Adesso hanno bisogno dell’Altro per il lavoro sporco, non riescono più farne a meno. Ma non vogliono mischiarsi. Loro qui e l’Altro là, fuori dalla mia vista. Che lavori sodo, ma che non mi compaia davanti, per l’amor di Dio. Loro hanno conosciuto l’Altro. E hanno paura. Una paura totale, una paura pazza. Arrivarono qui nel paese dell’Altro, armati di tutto quello che secondo Loro l’Altro necessitava. E ci riuscirono. Adesso propinano una razione vegetariana a un animale carnivoro. Così facendo credono di riuscire a dominarlo, controllare i suoi passi, i suoi modi di agire, i suoi pensieri. Lo hanno rifilato in una gabbia affinché si mostri ai visitanti. L’Altro non ha la forza di reagire, sembra che si sia abituato e per adesso ubbidisce agli ordini: mangia tutto, accetta tutto quello che il padrone gli dà. Qui la gabbia dove l’Altro è imprigionato è enorme. Grande come l’intero paese. La natura dionisiaca viene stritolata dalla logica di un Descartes infuriato, che, nel tentativo di sopravvivere, in tono mellifluo grida all’Altro ordini incomprensibili, eseguiti prontamente in cambio della razione vegetariana, per il diletto di un pubblico assetato di esotismo. Stanco del solito tran tran quotidiano questo pubblico famelico arriva fino a qui per vedere l’Altro comportarsi come egli, il pubblico, pensa che debba realmente comportarsi: Leone vegetariano ammaestrato, buono, accogliente, cordiale, amichevole.

Stiamo aspettando senza più pazienza che Descartes, la sua ragione, la sua logica opprimente, soccombano davanti alla delirante follia brasiliana. Stiamo aspettando che il Leone si ricordi della sua stessa natura, dei suoi artigli, dei suoi denti. Aspettiamo con ansia che l’Altro non sia più obbligato a chiedere per favore.

 

São Paulo, Brasil, XXI secolo

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

 

 

 

 

 

O Leão, Descartes, o Outro

Deus proteja os nossos patrões para que possam continuar a nos dar emprego

(Favela Santa Isabel, sec. XXI)

A partir de hoje ao Leão será servida uma ração composta de soja e fibras sintéticas. O intuito é substituir a carne. Para alimentar um animal se sacrifica outro, isto não é justo, diz o diretor do zoológico. Assim foi inventada uma ração especial só para ele, o Leão. O símbolo da força, da coragem, da ousadia será transformado em vegetariano, comerá soja e fibras sintéticas, uma saladinha que quimicamente se assemelha às vísceras do boi.

Quando a realidade é insuportável, quando a realidade não consegue se adaptar aos meus esquemas de pensamento, eu simplesmente troco a realidade, invento um leão de tipo novo. É mais um passo da dialética totalitária que impregna o pensamento, as mentes e as almas dos ilustrados de plantão, que até hoje mantém as rédeas do poder. Não é tanto o diretor do zoológico (para o Leão sempre será um homem poderosíssimo), mas é esta forma mentis que detém um real poder destruidor: eu sou vegetariano, o leão não; se eu der a ele ração vegetal tornar-se-á vegetariano como eu.

Assim funciona o poder. Assim funcionam as relações de poder. Transformar a realidade segundo um esquema previamente preparado, obrigando os subordinados a executar tarefas que vão além da sua natureza intrínseca. Mas a força da dialética do poder nos surpreende. O Leão está preso na jaula, não tem possibilidade de fuga. O Leão é escravo de um sistema intransponível. O Leão não tem outra escolha a não ser aceitar. Com o tempo se acostumará, chegará a gostar e até mesmo a precisar da ração vegetal. E assim, a dialética do poder chega à sua vítoria total e definitiva: fazer o escravo sentir necessidade da opressão, a imposição inicial será agora imprescindível. Ninguém sabe o que poderá acontecer no dia em que a jaula se abrir. Ninguém sabe qual será a reação do Leão quando se encontrará diante da liberdade. Ninguém pode saber se continuará a comer salada ou lembrará que a natureza lhe deu dentes e garras para caçar, dilacerar e devorar todos os outros animais. Ninguém sabe. Por enquanto.

Paulo Leminski, genial autor brasileiro, imaginou o filósofo René Descartes chegar ao Brasil junto à missão holandesa de Maurício de Nassau. Frente ao êxtase dionisíaco de uma natureza incompreensível, frente aos homens desta terra nus e felizes, livres das amarras da religião, das normas da moral, frente ao mar, ao vento, à floresta, o filósofo começa a se questionar, começa uma longa viagem interior que faz desmoronar um por um os tijolos da sua lógica: “duvido se realmente existo, quem sou eu se este tamanduá existe?”, “este mundo é o lugar do desvario a justa razão aqui delira…” O filósofo incapaz de compreender, incapaz de se adaptar ao êxtase dionisíaco da natureza, aos seus homes nus e sem moral, cai vencido com toda a sua lógica em uma mistura de línguas e pensamentos indecifráveis. A realidade se recusava a fazer parte dos seus

esquemas elaborados em anos e anos de estudo e especulações filosóficas. A fantástica realidade brasileira o tragou para sempre. A lógica desapareceu, morreu, Descartes agora bêbado anda pelado e late à lua.

Eles sabem o que lhes pode acontecer, sabem, intuem. De alguma forma há algum tempo já entraram em contato com o Outro. O Outro desembarcou nas suas terras de repente: preto, sujo, mal cheiroso. O Outro ocupou espaços sagrados, se infiltrou nas praças, nos lugares de trabalhos, nas famílias. Eles reagiram e ao mesmo tempo se adaptaram. Agora precisam do Outro para o trabalho sujo, não conseguem mais dispensar a sua presença. Mas não querem se misturar. Eles aqui o Outro lá, fora da vista. Que trabalhe duro, mas que não apareça pelo amor de Deus. Eles conheceram o Outro. E tem medo. Um medo total, um medo louco. Vieram aqui, no país do Outro. Chegaram armados de tudo aquilo que segundo eles o Outro precisava. Conseguiram. Agora estão dando uma ração vegetariana a um bicho carnívoro. Acreditam assim de poder dominá-lo, de poder controlar os seus passos, os seus modos de agir, os seus pensamentos. O enfiaram em uma jaula para que se mostre aos visitantes. O Outro não tem força de reagir, parece estar acostumado e por enquanto obedece às ordens: come tudo, aceita tudo o que o dono lhe dá. Aqui a jaula onde o Outro está preso é enorme. Do tamanho do país. A natureza delirante está sendo esmagada pela lógica de um Descartes enfurecido, que tenta sobreviver gritando em tom melífluo ordens incompreensíveis que o Outro enjaulado executa em troca da ração vegetariana, para um público sedento de exotismo. Cansado com a mesmice do dia-a-dia este público famélico chega até aqui para ver o Outro se comportar como ele pensa que deva realmente comportar-se: leão vegetariano ensinado, bom, receptivo, cordial, amistoso.

Estamos aguardando sem mais paciência que Descartes, a sua razão, a sua lógica esmagadora, sucumbam frente ao desvario brasileiro. Estamos esperando que o Leão lembre a sua própria natureza, as suas garras e os seus dentes. Estamos torcendo para que o Outro não seja mais obrigado a pedir por favor.

 

São Paulo, Brasil, sec.XXI

Edith Moniz

Paolo D’Aprile