Il progetto

Era una piccola irriducibile favela. Piccola perché era piccola. Irriducibile perché ha resistito fino all’ultimo. “L’ultimo” significa l’incendio, significa la morte, significa le ruspe.

La zona è tra le più ghiotte e ingorde della nazione. Una crescita lampo fatta di grattacieli di cristallo e multinazionali, hotel faraonici, ponti, strade sopraelevate, grandi corporazioni dei media, centri commerciali di alto lusso. E la favela. Fino a qualche anno fa si estendeva per chilometri, seguendo il corso di un fiumiciattolo. Quando costruirono l’avenida espressa il fiumiciattolo venne incanalato tra pareti di cemento, le baracche ai margini distrutte. Oggi bastano dieci minuti di pioggia: il rigagnolo incanalato tra il cemento straripa con violenza riprendendosi il terreno occupato dall’asfalto. Un giorno la piccola favela venne recintata, la circondarono con una parete tirata su nottetempo in modo che nessuno avesse accesso e nessuno potesse uscirne. Ci sarebbe passata davanti la comitiva del presidente Bush diretta all’hotel: murati vivi. Qualcuno aprì una breccia, sfondato l’accerchiamento si trovò in faccia i mitra dei marines e quasi venne deportato a Guantanamo. Poi alla fine ci si misero duri. Dopo una serie di incendi dolosi, di gente bruciata viva, di ultimatum, si presentarono con le ruspe. Adesso fuori tutti! E così la piccola irriducibile favela scomparve dalla faccia delle terra, per il sollievo dell’intera regione e degli automobilisti che tremavano di paura al semaforo rosso temendo di essere mangiati vivi dai bambini supplicanti di qualche monetina.

Il terreno comunale, garantiscono, tornerà ad essere abitato da coloro che risiedevano nelle baracche. Con un investimento minimo di una quarantina di milioni, costruiranno un complesso di edifici di sedici piani ciascuno. Gli appartamenti saranno provvisti di tutti i comfort della vita moderna: prese elettriche, sevizi igenici in ceramica, rubinetti, intonaco alle pareti e ascensore. Fino ad oggi il modello costruttivo prevedeva palazzine di otto piani da farsi a piedi provviste di bagno alla turca (per scongiurare la rottamazione e la svendita degli accessori igenici); privi di intonaco interno ed esterno, che tanto è lo stesso, e, per concludere, senza le istallazioni elettriche lasciate a carico dell’occupante. Oggi sarà tutto diverso. Comanda il progetto un nome importante dell’architettura locale. Qualche tempo fa, il nostro amico Grande Lombardo, partecipò ad una riunione importante. Si decideva il futuro urbanistico di un intero quartiere. I giganti dell’urbanistica e il mio amico. Sulla sommità della collina un campo ozioso occupava uno spazio vitale, la nuova sistemazione urbana lo avrebbe trasformato definitivamente. Il mio amico cercava di far capire ai mammasantissima che in realtà quel campo fungeva da piazza principale, l’unico punto di incontro, di gioco e di festa. Tempi addietro veniva usato come discarica illegale, gli abitanti riuscirono a smuovere l’amministrazione comunale che ripulì tutto. La faccenda venne pubblicata sul giornale locale e le favelas vicine vollero seguire l’esempio. Certo, continuava il Grande Lombardo, lo si poteva sistemare meglio, ma mai e poi mai demolire. Quel punto, quel luogo era la memoria viva di una intera comunità, come Piazza San Marco a Venezia. I ciccioni dell’urbanistica non si azzardarono a ridere, guardarono l’espressione del mio amico, troppo seria, troppo convinta, troppo incazzata. Ridergli in faccia sarebbe stato un grave errore. E il campo è ancora là. Ora con un parco giochi per i bambini e due campi da basket. Dicevo dunque che il nuovo progetto dei palazzi di sedici piani è comandato dagli stessi che parteciparono alla riunione col mio amico. Lui, il Grande Lombardo, queste cose le è venute a sapere per vie traverse, non lo chiamano più, è troppo impulsivo, col carattere che ha, con i modi che ha fa più male che bene. In un progetto del genere vedrebbe la lunga mano della speculazione edilizia, direbbe che chi ha abitato nelle baracche tutta la vita è incapace di rinchiudersi in un appartamento, racconterebbe a tutti l’esistenza del racket mafioso che obbliga i proprietari a rivendere gli appartamenti ricevuti ad un prezzo irrisorio. Fornirebbe dati e circostanze, forse nomi. Ma stavolta il progetto è serissimo, è già stato divulgato dalla grande stampa, nessuno ha tempo da perdere in discussioni inutili, e poi ci sono quaranta milioni stanziati, mica bruscolini.

Il mio amico ieri ha ricevuto una telefonata. Era uno dei responsabili del progetto, voleva vederlo con una certa urgenza. Al mio amico è venuto da ridere, a me un po’ meno.