Il vero “dramma” è la complicità

“Non ha senso continuare a piazzare il fardello della prevenzione della violenza di genere sulle spalle delle donne. Perché si insiste a dar loro consigli sulla sicurezza invece di chiedere agli uomini, in modo netto e senza ambiguità, di smetterla con i loro abusi? L’opportunità di prevenire la violenza sarà comunque compromessa se gli uomini amici della nonviolenza non sono parte dello sforzo. E’ ora di spostare il paradigma dalle donne che cercano rifugio dalla violenza maschile al pretendere che gli uomini arrabbiati cessino di abusare delle loro compagne. E questo spostamento deve avvenire ovunque: nel nostro sistema scolastico, nei media, nella cultura sportiva, nel governo, nei tribunali, nelle comunità di fede, di modo che noi si possa definitivamente mandare in pensione una visione dannosa e datata degli uomini e della mascolinità.

Lo spostamento significa anche insegnare a bambini e bambine (e agli uomini ed alle donne) a guardare alle relazioni attraverso la lente dell’eguaglianza. Il credo di vecchia scuola in cui gli uomini dominano le donne, che produce video musicali misogini e programmi televisivi che oggettificano e denigrano le donne, che evita di confrontarsi con gli uomini privilegiati che si vantano della loro supposta superiorità, deve essere contrastato incessantemente e a voce alta.

Immaginate sacerdoti, politici, allenatori, genitori ed insegnanti articolare una visione di un mondo migliore, di una società guarita ed una comunità cooperativa. E immaginate che la frase finale degli editoriali sulla violenza di genere sia finalmente: Fino a che non educheremo i bambini e gli adulti ad avere relazioni sane – incluso l’insegnamento della comunicazione nonviolenta, consapevole – alcuni uomini continueranno a credere che dominare le donne ed abusare di loro sia un comportamento accettabile, e le tragedie della violenza domestica continueranno indisturbate.

Rob Okun, editore del magazine “Voice Male”, psicoterapeuta, giudice di pace sull’eguaglianza di diritti, 23 agosto 2011 (trad. Maria G. Di Rienzo)

Questo brano stava all’interno di un articolo in cui l’autore riprendeva un quotidiano per aver chiuso un editoriale (su una donna uccisa a botte dal compagno) esortando le donne a lavorare per la propria sicurezza. Dopo averlo letto, ho avuto l’impulso della “traduzione inversa”: e cioè, il forte desiderio di tradurre in inglese le porcherie che i giornali italiani scrivono sulla violenza di genere e di inviarle al Sig. Okun chiedendo aiuto. Poi mi sono detta che era veramente bieco da parte mia fargli passare un paio di settimane scorrendo orrori stranieri, tanto più che da queste parti non se ne preoccupa nessuno.

“La storia d’amore, per lei, era finita, ma lui non riusciva a rassegnarsi. E così si è procurato una pistola e ha messo fine ai suoi tormenti nel modo peggiore…” (provincia di Milano, 29 agosto 2011)

Le ha scaricato in corpo sette pallottole, per essere sicuro che il tormento finisse: vuoi mai che quella ragazza che lui amava tanto restasse in vita.

“Frustata con un filo elettrico, picchiata violentemente con schiaffi e pugni, sequestrata nella soffitta di casa perché aveva comportamenti troppo occidentali…” (provincia di Pesaro 31 agosto 2011)

Anni e anni di abusi fino al tentativo di suicidio della ragazzina. Tutti condonati per i suoi comportamenti “troppo occidentali”, come se nel paese di provenienza della famiglia (Marocco) le ragazze non uscissero mai di casa, non avessero simpatie o filarini, non marinassero mai la scuola per andare a mangiare un gelato di nascosto con l’amica del cuore. Date anche a questo padre esemplare una pacca sulla spalla, per aver tenuta alta la fama della “sua cultura”.

“Sotto gli occhi dei passanti, increduli e spaventati, l’uomo ha estratto un coltello e lo ha puntato alla gola dell’ex fidanzata, dopo averla spinta a terra. La lite, dovuta a vecchi rancori, è sfociata nell’aggressione complice uno stato di alterazione dell’uomo…” (Firenze, 24 agosto 2011)

L’aveva già pestata come una bistecca. Era già stato denunciato. Ma se ne andava in giro, rimuginando vecchi rancori e alterato già alle 9 della mattina (l’ora in cui il fatto è accaduto). Probabilmente aveva anche molto, molto caldo. Forse aveva persino un eritema solare su una spalla, che prudendo contribuiva ad infastidirlo. Insomma, ci sono tutti i motivi validi per tentare di sgozzare un altro essere umano.

“Una storia d’amore tra ragazzini finita dopo un litigio. Lui, 12 anni, lasciato dalla sua fidanzata prende dalla sabbia un frammento di vetro di una bottiglia rotta e sfregia la ragazza.” (Roma, 23 agosto 2011)

Scusate: lasciato da chi? Una “fidanzata” di 11 anni? Se l’italiano non è diventato un’opinione ed ha ancora dei significati, con il termine “fidanzata” si indica qualcuna che ha preso l’impegno di sposare qualcun altro o, per estensione, una giovane o un’adulta che ha una relazione sentimentale duratura con un giovane o un adulto. I bambini non si fidanzano. I bambini, in ogni angolo del pianeta, giocano ad imitare gli adulti: ma non per questo noi corriamo a stilare la lista dei regali di nozze quando si “fidanzano” all’asilo, ok? Fate attenzione a come consolate il poveretto abbandonato dalla sua promessa sposa undicenne, tormentato e sconvolto sino ad avere un repentino raptus, perché i piccoli teppisti crescono.

E quando sono cresciuti, i titoli sono di questo tipo: “Tortura la compagna per 3 settimane. Dramma della gelosia.” (Modena, 1° settembre 2011)

Vedete, i raptus si allungano. E’ un dramma. Non ci sono colpevoli, ma solo 21 giorni di angoscia per quest’uomo tormentato dal sospetto che lei lo tradisse. Mentre si adoperava, tenendola legata al letto con catene e lucchetti, a picchiarla, ad infierire su di lei con un coltello e con le sigarette accese, a somministrarle psicofarmaci perché non urlasse troppo, la vittima della gelosia registrava tutto e archiviava le immagini sul computer. Non voglio ipotizzare su a cosa gli servissero le registrazioni per non essere volgare, ma sono sicura che non le immagazzinava per poi autodenunciarsi alla polizia: tant’è, che quando il padre della sequestrata si è fatto vivo per sapere che stava accadendo alla figlia, il pover’uomo ha spento il computer e l’ha massacrato di botte.

O auliche penne del  giornalismo italiano, ho capito bene che avete venduto raziocinio e professionalità al miglior offerente, ma era davvero necessario dar via anche l’anima?