In cantina

Che depressione, ragazzi, che depressione. Ciabattando per la casa, guardo il nulla dalla finestra. Barba di tre giorni, umore in cantina. Sarà Gheddafi? O l’ennesimo ministro accusato di corruzione con tutta la sua gang che cerca disperatamente di difendersi dalle evidenze?

Oppure sarà il governatore e il sindaco ciccione dagli occhi a palla che esultano abbracciandosi come ubriachi all’annuncio della FIFA: la primerá partitá dei mondialí sará a Sanpolló, Sanpolló! Viva Sanpolló. E via con abbracci e urli. Nel cantiere del nuovo stadio. Zona est, fine del mondo, la desolazione completa. Sarà lo stadio della prima partita dei mondiali. È ancora un cantiere. Soldi pubblici, quasi un miliardo di Reais (ne sarebbe sufficiente un terzo). Finita la festa sarà donato al Corinthians, l’ultima squadra di Ronaldo, il fenomeno. La squadra di Lula, il grande mentore di tutto. Sanpolló. E io pago. E io pagô. Nello stesso momento in Libia…

Che depressione ragazzi, che depressione. La tristezza si fa di piombo al rovistare nel cassetto e trovare un vecchio scritto una quindicina di anni fa. Praticamente un secolo. Una specie di diario in cui raccontavo a me stesso le attività svolte nella favela. Scrivevo così:

“Piazzale. Polverone e polverone, occhi rossi. Parcheggio in fondo tra erba alta un metro e nugoli di bambini. Un cane con tutte le piaghe d’Egitto in corpo festeggia il mio arrivo a modo suo sulla ruota. Festa dei bambini, dodici ottobre, festa di Nossa Senhora Aparecida patrona del Brasile. Chissà magari un giorno organizziamo una escursione al santuario che è bellissimo. Basta prendere un pulmino e via. Oggi è festa. Pop corn e panini per tutti. Giochi comunitari. Ricchi premi e cotillons: palloncino a ogni bambino, ogni bambino il suo palloncino. Allegria. Un cesto di giocattoli dal quale il volontario della Ong ne prende uno a caso e lo consegna alla manina tesa sporca di terra e moccio di naso. Giocattoli? No. Rimasugli, resti. Pezzi. Macchinine di plastica senza ruote. Bambolette senza braccia, senza testa. Mostri, zombi. I bambini della favelas giocano coi resti della Ong. I resti delle donazioni made in Italy. E io? Anch’io sono made in Italy come la Ong, come i giocatoli rotti, come il palloncino? Cosa penseranno veramente di me? Per adesso mi abbracciano tutti. Mangio a casa di un’amica. Bevo il caffè. L’acqua è quella del bidone. Dove sarà il cane egiziano? Che Dio e Nossa Senhora mi salvino dai vermi. Una signora mi chiama a casa sua. Radiografia del figlio. Dimesso dall’ospedale, non c’era posto. No, non dimesso: non ammesso. Sviene, convulsione. Medicine finite. Non si trovano in nessuna Unità Sanitaria. Carissime. Mi chiede i soldi per comprarle. Disperata. Domani telefonerò a chi so io. La festa finisce. Polverone. Tre settimane fa il piazzale non c’era. Al suo posto una montagna di spazzatura, un deposito abusivo, entravano i camion e buttavano senza ritegno. Qualcuno ha telefonato al giornale. Fotografie in prima pagina. Spianato il terreno. Liquami rimasti. Bambini a piedi nudi. Fogna, rigagnolo perenne. Quando piove la merda fa le onde. Paraboliche su tetti di lamiera. Il lusso è necessario. Il superfluo è simbolo di appartenenza”.

Ecco così scrivevo. Cosa è cambiato oggi in quella favela? Esiste ancora? E quei bambini? E il cane? E la fogna, e quella mamma disperata senza medicine… Non telefonai a nessuno. Tornai alla favela e con la faccia desolata inventai una scusa. Quella Ong continua più prospera che mai ma alla favela non si è fatta più vedere. Il made in Italy esige un certo decoro. Oggi in quella favela si può entrare senza andarci: vuvuvuguglemaps! Ecco il piazzale, tale e quale. Solo che con molte macchine in più. Mille anni fa c’era solo la mia. Oggi è pieno. Le baracche di zinco sono adesso di mattoni. La parabolica non c’è più. Oggi tv via cavo. Magari con l’allacciamento illegale, ma sempre a cavo è. Fogna e rigagnolo sempre là, grazie. Liquami pure, e onde di merda quando piove anche. I bambini… Lasciamo perdere, ragazzi, che la mia tristezza oggi è senza fondo e poi non voglio farvi il sangue amaro e raccontarci di morti ammazzati, traffico di droga, violenza, prostituzione, aids, meninos de rua, Ogn, italiani, brasiliani, basta, oggi no. Sanpolló, Sanpolló…