La città della gioia

I resoconti della violenza sessuale in Congo potrebbero fornire materiale a migliaia e migliaia di film horror. Non si tratta di “semplici” stupri, ma di assalti sadici che comprendono mutilazioni, torture, umiliazioni e – abbastanza spesso – femminicidio finale. Diplomatici, volontari, membri delle ong, accademici, governanti non sanno fornire una risposta al proposito. Le forze delle Nazioni Unite colà inviate non sono state in grado di maneggiare il problema. Nessuno mi chiama in piazza per le donne del Congo, ma d’altronde neppure per quelle del Bangladesh che si suicidano per sfuggire alle molestie e alle aggressioni, o per quelle indonesiane che vengono portate in tribunale a difendersi dall’accusa di essere state stuprate. Non sarebbe opportuno, inoltre, protestare. Sono i loro affari interni, noi siamo molto rispettosi delle loro culture, per cui che le donne crepino pure – purché i maschi diritti dei popoli all’efferatezza e al disprezzo della vita umana vengano salvaguardati.

Eve Ensler, l’autrice de “I monologhi della vagina”, alla domanda su che si può fare per estinguere la piaga delle violenze sessuali in Congo, una risposta ce l’ha: “Si organizzano le donne. Quando ci sono abbastanza donne nei luoghi decisionali le politiche che ne sortiscono sono differenti. Vedrete. Le congolesi diranno: Non intendiamo tollerarlo un minuto di più e metteranno fine al problema.”

Per questo nel febbraio scorso ha aperto con loro, a Bukavu, la Città della Gioia. I fondi sono stati raccolti tramite i V-Day (gli spettacoli in cui sono rappresentati i testi de “I monologhi della vagina”) e un contributo notevole è venuto dall’Unicef. L’idea della Città è del tutto indigena: donne congolesi dissero ad Eve Ensler, tre anni orsono, che quello di cui avevano bisogno era un luogo sicuro in cui potessero imparare e diventare catalizzatrici di un radicale cambiamento sociale.

La Città della Gioia ospiterà ogni anno 180 donne. E’ un complesso che comprende grandi aule, cortili, verande: sarà la loro “università”, quelle in cui le sopravvissute allo stupro e alla tortura, in maggioranza analfabete, acquisiranno conoscenze per poi istruire altre donne nei loro villaggi.

Ci sono corsi sui diritti umani, corsi di autodifesa, corsi professionali e di agricoltura e di uso del computer; c’è la volontà di esorcizzare i traumi con le sessioni terapeutiche e la danza, ma soprattutto ci sono loro, le donne che hanno costruito con le loro stesse mani la Città. Hanno subito abusi brutali per anni, sono state violate con fucili d’assalto e bastoni di legno, il che ne ha lasciate molte sterili e incontinenti per il resto della loro vita: eppure, nessuno è riuscito a spezzarne lo spirito. Alla festa di apertura ballano tenendo in mano le cazzuole e i secchi che hanno usato per lavorare al loro sogno. Ad accogliere i dignitari del governo e la pesante scorta armata che li accompagna ci vanno i loro bambini, piedi nudi nel fango, sorrisi smaglianti. Le dita contratte sui grilletti si scostano, le mani si infilano in tasca.

Intanto, alcune “residenti” della Città portano a Eve Ensler, a sorpresa, il regalo che hanno scelto per lei. E’ la statua lignea di una madre con bambino. Si accalcano contro di lei, danzando, e cantano: “Perché hai accettato di prenderci fra le braccia? Ora non ti lasceremo più.”