La gita

Oggi di ritorno da scuola, la mamma mi dice che il 15 agosto saremmo andati in gita. Che emozione, che gioia! In GITA! Ho 11 anni e per me questa parola è magica. Durante il pranzo la mamma comincia a spiegare, a me e agli altri due fratelli di otto e sei anni, del perché andavamo in gita. Dice mamma: «Noi Yuracaré, viviamo in questo territorio fin dai tempi antichi e desideriamo continuare a viverci e preservarlo per voi figli e per tutti i boliviani. Ora ci sentiamo minacciati da molte persone che vogliono appropriarsi di parti del territorio per i loro interessi. Molti sono penetrati per tagliare gli alberi in modo incontrollato, senza conoscere i bisogni del bosco, altri perforando il sottosuolo alla ricerca di petrolio o gas, taluni occupando praterie per costruire insediamenti e alcuni gruppi per piantare coca da destinarsi al mercato clandestino. Sono quasi quaranta anni che questa zona è stata denominata area protetta e da venti denominata territorio indigeno, prendendo il nome di TIPNIS, Territorio Indigeno Parco Nazionale Isiboro-Secure. Tuo nonno nel 1990, quando avevo 10 anni, mi portò con lui alla prima marcia indigena per la terra, il territorio e la dignità. Arrivati a La Paz abbiamo ottenuto che il parco diventasse territorio indigeno cioè di nostra gestione o meglio amministrazione.

«Evo Morales, il presidente, nostro fratello indigeno, ora vuole costruire una grande strada che attraversi il Tipnis. A noi comunità indigene del territorio, questo tracciato che passa per il cuore del parco, non convince affatto: meglio girarci attorno. Sapete una cosa figli miei? Il fratello Evo non ci ha neppure interpellato prima di approvare il progetto e questo ci sembra tradimento. Lui, che agli occhi del mondo appare come il difensore dell’ambiente e della Pachamama, ora vuole tagliare in due il parco. Il papà sospetta che voglia fare gli interessi dei cocaleros».

Ho ascoltato la mamma senza fiatare e senza fare domande. Il giorno seguente, a scuola, ho chiesto al maestro spiegazioni circa la grande strada. Ci ha spiegato che è una proposta del vicino Brasile e che la carrettera partirà da Manaus, capitale dello stato di Amazonas, per raggiungere l’oceano Pacifico attraversando appunto la nostra Bolivia. Ci ha espresso con fermezza il suo disappunto al passaggio della strada per il Tipnis. Per questo motivo anche la sua sposa parteciperà alla marcia indigena in difesa del parco. Ma non doveva essere una gita? Adesso capisco tutte le riunioni e i preparativi che si stanno svolgendo al villaggio! Uffa! Sarà una gita…a piedi.

Mio papà è il rappresentante del villaggio e ha chiesto a tutta la famiglia di partecipare, compresa la mamma incinta di sei mesi e la nonna che è in buona salute. Il nonno, assieme ad altre persone indicate, vigilerà il villaggio. La partenza avverrà da Trinidad, capitale della nostra regione Beni. Noi dovremmo incamminarci due giorni prima per raggiungerla. Alle sei del mattino, festa della Madonna, la messa in cattedrale celebrata dal Vescovo. Mai avevo visitato la capitale e tanto meno visto un vescovo con quello strano cappello. D’ora in avanti tutto sarà nuovo e unica occasione di conoscere, passo passo, un po’ di Bolivia. La piazza era piena di gente e la colonna di marciatori era già lunghissima, colorata e rumoreggiante. Quel primo giorno ero frastornata da tanta confusione. Nei giorni successivi ho fatto conoscenza con altre bambine, così, durante il cammino, chiacchieravo con loro e alla sera giocavamo. La seconda settimana, inaspettatamente, arrivò il freddo e la pioggia. Quasi la metà della carovana si ammalò e dovette far rientro a casa.

Furono sei giorni di sofferenza unica. Dormivamo in tenda e teloni di nylon. Successivamente altri indigeni delle terre basse si unirono alla marcia mentre alcuni vi ritornarono dopo esser guariti. I piedi cominciarono a far male. Le ciabatte, che al villaggio uso poco, vanno bene per camminare sulla terra, ma quando ci sono i sassi son dolori. La mamma era stanca. Qualche tratto di strada lo faceva con il camioncino che trasportava le pentole, così aiutava a cucinare. Adesso è il caldo a farci soffrire. Noi bimbi chiediamo spesso acqua, ma non sempre ci accontentano. C’erano al seguito gli uomini della televisione: a loro il papà ha chiesto collaborazione. Quella sera, nella piazza del paesetto dove giungemmo, qualcuno aveva posto una tele per poter seguire le notizie del telegiornale. Parlarono molto della marcia e dell’acqua che scarseggiava. A metà settembre, dopo un mese di scarpinata, ci accampammo vicino a Yucumo. La mamma ci informa che, a causa di alcuni problemi, rimarremo in quel posto per diversi giorni. Ora si che è vacanza! Eravamo accampati vicino al campo sportivo e c’era pure il torrente per lavarci. Vennero a farci visita alcuni uomini del Presidente, così si pronunciò la mamma, ma era il fratello Evo che i dirigenti della marcia volevano incontrare. A me l’unica visita gradita fu quella di due maestre spagnole. Con loro noi bambini e bambine riprendemmo a scrivere e far di conto. Tra le notizie del tg, una asseriva che la grande strada migliorerà l’educazione. Una strada che migliora l’educazione? Io penso che intendano dire che quando la strada sarà pronta, si potranno trasportare i mattoni per costruire una nuova scuola. E cambiano anche il maestro? Noi bambini molte cose non le impariamo a scuola, ma dai genitori, dai nonni e dagli altri adulti del villaggio che conoscono la foresta, i fiumi, i prati, gli animali e assieme viviamo in armonia. Penso che il papà e la mamma abbiano ragione; non ci serve una scuola nuova. Quella di fango e paglia va benissimo. E anche il maestro.

Ricordo, con dispiacere, che domenica pomeriggio, 25 settembre, i ragazzi giocavano a pallone, alcuni adulti erano intenti a macellare una vacca, regalataci dagli amorevoli abitanti di questo paesino, mio papà era riunito con altri dirigenti all’ombra di un maestoso albero e noi bambini, sotto lo sguardo attento di alcune mamme, stavamo giocando di là del torrente, al limitare della selva, quando, come il vento all’improvviso, a decine piombarono i poliziotti sull’accampamento, dirigendosi rapidi verso gli adulti riuniti disperdendoli, percuotendoli e trattenendo alcuni con la forza . Progressivamente invasero tutto l’accampamento bastonando senza ritegno uomini, donne, ragazzi. Noi bambini fuggimmo dentro la selva e impedirono alle mamme di seguirci. Tutti gridavano e correvano. Correvano e gridavano. Piangendo. Per fortuna sono riuscita a raccogliere mio fratellino e caricarlo in braccio. Non sentivo il peso del suo corpo, solo il cuore che batteva forte. Quanto tempo sia trascorso correndo e piangendo non lo so. Ero sfinita, così come gli altri. Ci raggruppammo sotto un albero. Abbiamo fatto la conta: 12 bambine e 4 bambini. Ansimanti, tremolanti ed esterrefatti. Che stava succedendo? Ma non era una GITA a piedi? Che avevamo fatto di male? La vacca ci era stata data in dono, ad ogni paesino che incontravamo nel cammino ci rifornivano di acqua, riso, yuca e latte. Ci battevano pure le mani. Non avevamo interrotto le strade, quindi cosa diavolo avevamo combinato?

Ci volle del tempo per calmarci. Sentimmo in lontananza alcuni spari. Poi la quiete. Cominciò rapidamente ad avanzare l’oscurità. Non sapevamo che fare. Non conoscevamo il territorio. Decidemmo di rimanere uniti: le mamme ci ritroveranno. E così fu. Era scuro scuro quando sentimmo gridare i nostri nomi. Rispondemmo piangendo. Che piacevole riabbracciare il pancione di mamma! Dormimmo riuniti sotto un tendone. Ci avevano distrutto tutto i vandali! Il mattino seguente ho potuto constatare la loro minuziosa opera. Anche la carne, cibo, era sparsa per il terreno. Sacrilegio! E continuo a chiedermi: perché? Anche nel volto triste di mamma potevo leggere la stessa domanda. E in tutti i volti. Ma non c’erano tutti. E papà? La mamma mi disse che ha visto la polizia mentre lo caricava, con le mani legate, su una camionetta con destino sconosciuto. E molti altri mancavano. Anche la moglie del maestro, che è una dirigente del parco, non era presente. Il telegiornale della sera ha parlato quasi esclusivamente dell’intervento della polizia. Condannandolo! Ho potuto vedere come trascinavano la moglie del maestro, ammanettata e con la maglietta insanguinata. Che vergogna. Ma dove viviamo?

Trascorsi un paio di giorni i “presi” ritornarono. Papà era tra loro. Ci riunirono tutti al campo sportivo. Dovevamo decidere se continuare o meno la marcia. La interrogazione comune era: chi ordinò questa vigliaccheria? La nonna mi ha detto che quando c’erano i militari al governo, potevi aspettarti azioni di questo tipo ma, dal governo del fratello Evo no. Da che parte sta scivolando? Ci fideremo ancora di lui? Lo consideriamo ancora fratello? Questi i dubbi della nonna mentre i marciatori decidevano che sì o sì bisognava continuare e arrivare a La Paz, davanti al palazzo del governo, per incontrare e dialogare col presidente Evo. E ripartimmo.

Il cammino cominciò a salire e salire. Arrivarono, grazie alla bontà della gente, calzettoni, scarpe, maglioni, giacche e quant’altro per non patire il freddo e l’altura. Mamma mia che freddo! E che vento stilettante! Che buona la zuppa calda che le mamme preparavano! Sono passati 64 giorni e domani, mi avverte con gioia la mamma, arriveremo in città. Quella stessa notte caricarono la mamma in auto e la portarono all’ospedale. Lei voleva arrivarci a piedi alla piazza Murillo ma era stremata. Giorno 65, La Paz. Venimmo accolti da due ali di folla: che emozione. I cittadini di La Paz, quelli delle terre alte, che accolgono quelli delle terre basse: che bella lezione di pace e fratellanza! Tanta tanta gente e che bei vestiti colorati che indossavano le donne. E giornalisti e telecamere ad ogni passo. Una giornalista nordamericana, accompagnata da uno spilungone pelato, mi ha fatto alcune domande e con trepidazione ho risposto. Il tipo mi ha regalato un suo braccialetto che conservo orgogliosa.

Noi bambini siamo stati sistemati in una palestra e finalmente una vera doccia. E vestiti puliti. Gli studenti di un corso di parrucchiera si sono offerti di tagliare i capelli a chi lo desiderava. Figuratevi se non ne ho approfittato. Quanta terra avevo in testa! Ora ho le treccine. Simba, si chiama il taglio, mi specifica la mia parrucchiera. Pure papà e gli altri due fratellini sono passati sotto i ferri. La nonna non ha voluto che qualcuno tocchi i suoi capelli. Boh!? Subito dopo il papà è corso all’ospedale. La mamma è migliorata e domani nascerà la sorellina. Tutti presenti il giorno seguente, puliti e ben pettinati. La sorellina, nata in città, non deve pensare che siamo indigeni brutti e sporchi. Tre chili, non male per otto mesi. E la mamma sta bene in quel letto con lenzuola bianche e le infermiere che la coccolano.

Il papà ora deve pensare all’incontro con il Presidente. Tutto lo sforzo compiuto con la marcia, deve dare frutto. Trascorsi alcuni giorni di incomprensioni, finalmente il dialogo. Una nostra delegazione ha potuto incontrare e dialogare con il Presidente. La grande strada non attraverserà il Tipnis, questo il comunicato ufficiale di Evo Morales, Presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia. E in Piazza Murillo comincia la festa. Balli e canti tutto il giorno. Sembrava festa nazionale, nel senso che tutte le etnie presenti giubilavano alla vittoria della marcia. Una fatica enorme per preservare la natura dall’egoismo e dall’ignoranza di alcuni malviventi, ma, in fondo al cuore la gioia di aver lottato per chi non ha voce. Un’altra grande emozione l’ho provata al momento del ritorno. La famiglia al completo, assieme alle altre famiglie con bambini, in aereo. Lo Stato ci ha concesso questo privilegio. Realmente un’incantevole GITA.