La lettera del prof. Pietro Barcellona ai partecipanti alla festa di Macondo 2011

Catania, 4 giugno 2011

Caro Giuseppe,

l’invito a scrivere alcune righe per la festa di Macondo che si sta svolgendo mi fa sentire ancora più fortemente il dispiacere di non esserci. A volte la lontananza è una sensazione che fa sentire più acutamente la vicinanza affettiva. Se chiudo gli occhi, rivedo le scene dell’anno scorso con una celebrazione collettiva della messa e la partecipazione di tante persone diverse, e in particolare il volto di Gaetano che, indossando i paramenti sul suo sobrio ed elegante abito civile, dava proprio la sensazione di trovarsi ad un punto di incrocio indecifrabile tra umano e divino.

In tutti questi anni ormai l’appuntamento per la festa di Macondo è stata una ricorrenza come Natale e Pasqua in cui per alcuni momenti è possibile gioire insieme agli altri di una situazione di affettuosa convivenza e di sereno entusiasmo, capace di far dimenticare per un poco le miserie della nostra vita quotidiana.

Ho avvertito negli amici di Macondo, da Vittorino a Carlo, un senso disponibilità affettiva e una preoccupazione per l’altro che non è chiacchiera superficiale, ma pratica semplice del mettersi a disposizione di un’altra persona. Nei miei anni più contraddittori, tra il bisogno di sperare, oltre la sconfitta, e l’immenso scombussolamento che mi aveva provocato la fine del Pci, Macondo è stata per me una boccata d’aria che mi ha sempre aiutato a trovare le ragioni della vita. Ricordo ancora con commozione un incontro al quale partecipò anche un militante della lotta contadina messicana che, rinunciando ad un vero e proprio intervento, cominciò ad intonare una buffa canzone italiana che i guerriglieri cantavano nella giungla: «Il coccodrillo come fa…». Tutta la sala in piedi si mise a cantare e per un momento sembrò che fossimo tutti entrati in un’altra dimensione.

Caro Giuseppe,

e cari tutti gli amici che in questi anni ho imparato a conoscere,

io vi sono molto grato per quello che mi avete dato e anche per la gratificazione che ha prodotto in me il sentirmi accolto con tanta spontaneità ed amicizia. Adesso sto attraversando un momento difficile, non tanto per la recidiva del linfoma, che in qualche modo mi aspettavo, ma per il crescere della solitudine attorno a me che in tante occasioni mi dà la sensazione di essere, più che una persona, uno strumento in mano agli altri. La solitudine si prova appunto quando si è circondati dagli altri e senti intimamente che nessuno ha veramente interesse a capire perché vuoi stare insieme.

La tua lettera ai soci e simpatizzanti del 30 aprile è tra le cose più belle che hai scritto. La storia di Pedro, ragazzo catalano, che capita nella vostra casa con sacco a pelo e chitarra e che riparte l’indomani, inghiottito dall’indifferenza in cui si consumano tutte le nostre disperazioni; il senso di colpa che provi quando lo vedi partire senza averlo saputo trattenere: questi brevi racconti della propria vita, in cui si provano emozioni così intense, sono il contributo più vero che possiamo dare agli altri. Raccontare le proprie esperienze è l’inizio di ogni relazione affettiva.

Macondo è in realtà tutta una storia di persone e di incontri che andrebbe raccontata per intero come storia di un prete con la barba e del suo gruppo di amici che cercano insieme di curare il malessere degli uomini cercando di divertirsi.

Sono stato io a scriverti l’anno scorso dopo la festa che provavo una certa delusione per alcuni aspetti rituali che mi erano sembrati un po’ stanchi, ma ora che per le ragioni che sai non posso essere presente, penso che sono stato stupido e che se Macondo non ci fosse ancora l’anno prossimo, si dovrebbe inventarlo.

Ti abbraccio con affetto,

Pietro Barcellona